Marco Parente : io, estraneo ma in modo naturale. Intervista.

di Paola Pagni

A distanza di sette anni dalla pubblicazione del precedente lavoro discografico dal titolo “Suite Love”, MARCO PARENTE torna con un nuovo album: ” LIFE, come “vita”.

Quella delle persone che vivono e vanno avanti tutti i giorni, nonostante il sentore di assurdo e irrisolto che ronza nelle loro orecchie, quelle che sono

abituate a tutto pur di esperire ogni cosa, dal dolore al piacere, dalle montagne russe dei sentimenti alla ruota del destino quotidiano.

Ci si abitua a tutto questo e tanto altro, pur di non mollare e restare sulla giostra.

Il nuovo progetto discografico full lenght di MARCO PARENTE, attraverso i dieci brani che lo compongono, parla di questo.

cover life

Abbiamo scambiato qualche battuta con Marco Parente, sul motivo per cui il suo Life non è solo un album, ma un disco.

Eh no, non è la stessa cosa, volete sapere perché? Basta leggere l’intervista qui sotto.

Ringrazio Marco per essere qui con noi e poi parto decisa:

L’unica finalità di questo disco è sé stesso! O almeno, questo è quello che hai detto per la presentazione di questo disco. Ma cosa significa per la musica essere fine a sé stessa?

Attenzione, non parlo di musica fine a sé stessa ma proprio il disco in quanto oggetto perché io volevo fare proprio UN DISCO.

Oggi il disco ha un significato preciso, come quando ti dicono che sei un cantautore, che rientri in una sorta di definizione e formato culturale.

Il disco è il disco, per come sono abituato io, per la mia formazione e deformazione, inteso come qualcosa che ha un lato A un lato B, una serie di canzoni che non sono solo una compilation ma che ti da la possibilità di fare perlomeno un ragionamento e un racconto breve.

Anche senza personaggi o storie precise, però col disco si ha la possibilità in quei 40 minuti di fare un discorso, affrontare un argomento.

Nel momento in cui sono tornato alle mie radici, ho deciso che volevo fare proprio un disco, in questo senso.

Un disco è prendersi un sacco di tempo, che spesso non abbiamo a disposizione per molti motivi, ed invece io me lo sono permesso e l’ho portato fino infondo, infatti è un lavoro che dura da 3 anni.

E dall’album precedente ne sono passati 7

Sì, in realtà io non mi sono mai fermato, sono semplicemente stato fuori dai riflettori, ma non c’è un giorno dove io non abbia lavorato con la musica.

Quindi ecco, il mio intento era quello un qualcosa che riuscisse ad esistere in quanto tale.

Ho applicato tutte le formule che secondo me servono per fare questo: dal tempo, all’elaborazione di arrangiamenti che fossero belli a prescindere, curare la copertina ed il progetto, in modo da avere un oggetto finale completo, come un cerchio perfetto.

Capisco, quasi come se fosse un’entità indipendente, un’opera finita. Ma ogni brano di questo album è un’isola o sono legati tra loro?

Sono legati da diverse cose, a partire dal periodo in cui sono stati scritti, e poi sono tutti fondamentalmente legati dal titolo.

Life è un titolo molto ampio, che oltre ad essere una parola universale al tempo stesso è anche piuttosto vaga.

Questo mi piaceva perché da la possibilità ad ognuno di vederci quello che vuole, e quello che ci vede è sempre giusto, a prescindere da quali fossero le mie idee originali.

Ho appreso da poco tra l’altro che la genesi della parola porta ad un significato che è quello di “continuare”, “perpetrare”, ed in effetti questo è: uno specchio della vita di tutti giorni, ma strettamente legato agli esseri umani, ed all’osservazione di questi.

Io sono partito ad osservare questo dal mio quartiere e da lì, senza personaggi o storie particolari, ho estrapolato le mie considerazioni sulla vita che corre e che continua a farlo senza mollare mai.

Spero che in queste canzoni ognuno possa, se vuole, vederci qualcosa di sé, o altrimenti anche solo ascoltarle e basta.

Quindi come consigli di mettersi all’ascolto del tuo disco?(non lo chiamerò più  “album”, giuro ndr)

Consiglio di farlo lasciandosi andare, lo scopo è l’abbandono.

Visto che ormai siamo tutti in deficit di concentrazione, l’unica cosa che mi viene da consigliare è di far partire la musica ed esserne abbastanza coinvolti, tanto da lasciarlo

scorrere (il disco) perché ogni brano richiami la curiosità del successivo, ed arrivare infondo senza essersene accorti, magari dicendo “ok, lo riascolto da capo”

Leggo nella tua biografia che sei nato lo stesso giorno di Duchamp, l’artista : ma c’è in effetti qualcosa che ti lega a lui? Ti senti surrealista?

Ti dirò, secondo me anche lo stesso Duchamp negava ogni tipo di etichetta che gli veniva appioppata semplicemente perché nel suo momento storico collaborava con diversi movimenti.

Diciamo che io alla musica applico un po’ lo stesso approccio, anche se il concetto dell’arte visiva ha un’altra visione dei fatti rispetto alla realtà, in qualche modo la ripropone cambiandola.

Duchamp, per esempio,  ci ha messi sempre in qualche moda di fronte ad un test, in ogni sua opera.

Sapere di essere nato il suo stesso giorno mi ha fatto mettere in pace, perché ho capito come mai molte cose mi creino inquietudine o disagio , con riferimento a quello che succede nel mondo della cultura dell’arte.

Tipo “ah ok ecco perché, inutile che mi metta a fare polemiche, d’altronde son nato lo stesso giorno di Duchamp”, ecco, diciamo che così me ne sono fatto una ragione (Ride)

Ma questo accade perché tu ti senti un po’ estraneo a quello che è il panorama musicale italiano?

Ma in realtà estraneo lo sono sempre stato, ma in maniera naturale, fin dagli esordi.

Ho sempre sentito questa forma di alienazione, è come raccontare una barzelletta e quasi nessuno ride: quei pochi che lo fanno sicuramente è gente che la pensa come me, quindi anche un buon modo per fare selezione nelle amicizie (Ride)

Diciamo che non ho mai capito se ci fosse un modo per misurarsi con la creatività ed ho sempre sentito che il mio modo era molto diverso da quello degli altri.

Sono sempre stato curioso anche “Dell’altro metodo” ma quando percepivo che si riduceva ad un accontentarsi di qualcosa pur di essere omologati correttamente, allora me ne allontanavo.

Io non ho mai rivendicato il fatto di esser al di fuori degli schemi, né tantomeno ho avuto la presunzione di di dire che la mia musica ha più spessore rispetto ad altre, anzi spesso sono io che dico “me lo dovete ancora spiegare che sia così, in base a cosa?”

Non mi sono mai messo né da una parte né dall’altra: semplicemente da osservatore ho cercato di capire cosa mi colpiva e cosa avesse un atto creativo urgente, che mi desse una scossa, e cosa no.

E cos’è quindi che ti dà la scossa?

Ad oggi fatico a trovare qualcosa che lo faccia a livello artistico: devo ascoltare il flamenco per esempio, per sentirla.

Ma magari è semplicemente un mio percorso, un mio modo di sentire: non è che mi impongo di essere in un certo modo, è una cosa che non mi ha mai interessato.

Semplicemente se c’è una cosa a 200km da me che mi interesse più di quello che c’è nel nostro orticello, io vado a cercare quella, e mi confronto con quella.

Fa parte del mio essere.

Senza nessuna polemica e senza nessuna delusione pregressa di sorta.

Infatti tu hai lavorato a molti progetti paralleli, anche teatrali, libri, spettacoli di poesia ed altre performance, proprio per questo motivo quindi ? Per la ricerca di una scossa ?

Ti dirò , forse in alcuni di questi progetti paralleli mi sono sentito ancora più a mio agio che nella musica, come quelle poche volte che sono riuscito a frequentare i teatri, perché avevo la possibilità di fare quello che fanno loro, stare qualche giorno in teatro a mettere su lo spettacolo : ecco quella era casa , era come stare in casa con le pantofole e il pigiama, mi sentivo totalmente a mio agio .

Se mi avessero messo una benda agli occhi, avrei sputo lo stesso come muovermi.

Molto più che magari in altre situazioni, come performance musicali nei club o fare un tour, dove, strano a dirsi ho sentito meno familiarità.

Forse perché la scatola del teatro non ha tempi, è una bolla, ed io li ci sguazzo.

Quindi questo lavoro potresti portarlo in teatro? come hai deciso di presentarlo?

Già da un po’ stavo lavorando ad un concerto da solo, in quanto sono arrivato ad un punto dove da solo riuscivo a creare qualcosa che non fosse troppo statico o autoreferenziale.

Di solito uno spettacolo da solo non ha sorprese artistiche, io invece volevo inserire un lato performativo.

Essendo Life un lavoro al 95% che ho registrato da me, sta venendo fuori in maniera abbastanza naturale uno spettacolo solo ma dinamico, e appunto sorprendente ,dal punto di vista della performance.

Io continuo a lavorarci, perché prima o poi la possibilità di realizzarlo l’avremo.

Ultima domanda: perché hai scelto proprio Nella Giungla come primo singolo?

Secondo me Nella Giungla riesce a condensare in maniera leggera un po’ tutti gli aspetti dei vari mondi che si possono trovare in questo disco.

È una canzone abbastanza essenziale dal punto di vista delle parole, ma molto rappresentativa dal punto di vista del suono, che è molto moderno ma non modaiolo.

Ci sono tanti dettagli ma quasi tutti invisibili ed al servizio della canzone.

Quindi è un brano scritto in maniera semplice in cui la novità sta nel tipo di suono.

Fa una sintesi su diversi livelli di quello che è tutto il disco.

0

Potrebbe interessarti