Roma. Caput mundi. Quante ne ha viste questa città… dai sette Re di Roma al Sacco di Roma fino alle buche delle più belle strade romane con cui oggi ci troviamo a convivere. Nata intorno alle sponde del Tevere, divenuta famosa per la storia, la sua architettura, le descrizioni di Pasolini, le poesie di Trilussa, e per i suoi mille difetti: i mezzi pubblici, il traffico, i parcheggi. Insomma dalle stelle alle buche.
Questa è Roma, piena di difetti e pregi, piena di persone, piena di artisti, tanti ormai passati: Anna Magnani, Claudio Villa, Alberto Sordi, Nino Manfredi…
Ma già da qualche anno, qualcuno che porta con orgoglio nell’intero mondo il suo dialetto, la sua città, la sua arte è Alessandro Mannarino.
E proprio ieri sera è salito sul palco del Rock In Roma esibendosi per l’ultima volta, prima di una lunga pausa, con il suo Apriti cielo, il Gran Finale.

Non è stato un caso il mio incipit su Roma; oltre alla città eterna, Roma è anche il brano con cui l’artista sceglie di aprire lo spettacolo.
Il calore con cui viene accolto è palpabile; infatti già nell’attesa, il pubblico intonava le sue più celebri canzoni. Un po’ impacciato e in imbarazzo come ho potuto vedere ad ogni suo live, sale silenziosamente sul palco tra le sue band che lo hanno accompagnato nei tour de L’impero crollerà, RomaRio e Apriti Cielo Tour.

Unica pecca della prima parte del concerto è stata l’acustica: i bassi troppo alti coprivano senza dubbio le voci di Lavinia Mancusi e Simona Sciacca e non diversamente quella di Mannarino. Di certo come le cose negative vi sono anche quelle positive: il cantautore romano ha sempre stravolto ogni canzone portata in tour con un diverso sound come Marylou e Quando l’amore se ne va. Non facendo risultare noioso e ripetitivo come un karaoke lo show.
Non meno rilevante la scena del live: immagini di una strada da percorre all’infinito, di un cielo pieno di stelle, di un mare tutto da navigare, di una città vissuta e ancora da vivere.

Da un sitar incominciano ad uscire le prime note di Gandhi, canzone che aspettavo di ascoltare dal vivo sin dall’uscita del suo ultimo album Apriti cielo; certo, sarebbe stata più piacevole senza il mormorio di alcuni spettatori che riuscivano a superare anche il volume della musica.
Per fortuna era giunta l’ora della emozionante Apriti cielo, omonima dell’album; bandiere al vento, sullo sfondo -come accennato prima- un mare tutto da navigare. Non ci si ferma alla sola canzone, entrano in scena dei ragazzi africani con tanto di striscione “APRITI MARE E LASCIALI PASSARE”, dalla folla si innalza un coro contro Salvini mentre Mannarino racconta un aneddoto passato:

“Ero a Caserta a suonare e li trovai sotto il palco, con questo striscione, molto più piccolo di questo che hanno oggi, e ricordo che parlai al pubblico di Caserta dicendo <<ci sono ragazzi africani con questo striscione>> ma non partì l’applauso in quel frangente. Io mi incazzai molto e litigai con una piazza intera. Vedevo gente annoiata, stanca della vita; gente che aveva dato la colpa dei loro problemi sempre agli altri: prima erano i politici che mangiavano ora sono i neri che vengono dall’Africa. Ma gente che non era mai uscita per manifestare, che non aveva mai chiesto giustizia, non aveva mai fatto nulla; invece c’erano questi ragazzi che un giorno si sono alzati e hanno detto: <<no, io così non ci sto>> e hanno attraversato il deserto, stati in carcere in Libia, hanno superato le torture, sconfitto il mare che li voleva risucchiare sotto e poi sono arrivati qui e ogni volta che li vedo per strada io penso che questi non dovrebbero essere una minaccia ma dovrebbero essere un esempio! Perché stanno dicendo a una nazione intera che si può dire di NO, dei NO che noi non abbiamo saputo dire per molto tempo.”

E direttamente dallo studio della Redbull Music Studio in Sicilia, terra di varie etnie, arriva un ospite speciale: Samuel, leader dei Subsonica.
I due, non molto tempo fa, scrissero a quattro mani Ultra Pharum, rimanendo nella tematica dell’immigrazione, dei viaggiatori, della bellezza della diversità.

Abbiamo capito che la vera energia dei concerti del cantautore romano era arrivata. Lo spettacolo si era trasformato in una delle migliori feste a cui potevi ritrovarti nella tua vita.
Nella folla qualcuno commenta:
“Non immaginavo fosse così divertente”
“Te l’avevo detto!”

Indubbiamente questa festa non poteva che continuare con Serenata lacrimosa e Tevere Grande Hotel.
Dopo due ore di show, una piccola pausa è più che meritata. A risalire sul palco sarà solo Mannarino, con la sua chitarra. Un concerto inter nos.
Il primo arpeggio del Bar della Rabbia e il pubblico, in totale delirio, sovrasta la voce del cantante che contento lascia spazio ai fan; si prosegue con Me so ‘mbriacato, fino a quando è la volta di un nuovo ospite: Alan Cesari, che insieme al suo violino ci si ritrova improvvisamente avvolti nella agrodolce E statte zitta.

Questo report vorrei concluderlo allo stesso modo del concerto, ovvero con la bellissima poesia di Andrea Rivera:

Mi ha chiamato il San Giovanni, l’ospedale, venticinquemila polsi fratturati.

Marylou, pe’ Fatte Bacia’ voi ‘na Rumba Magica? ‘Na Serenata Lacrimosa?

Ma Statte Zitta, Scendi Giù!

Svegliatevi Italiani, è L’Era della Gran Publicitè!

L’impero vuole Il Pagliaccio.

A Roma L’Onorevole, i Soldi,

vuole persino Maddalena Signorina, la Strega E Il Diamante.

Malamor? Ma L’Amore Nero no

e Quando L’Amore Se Ne Va sarà L’Ultimo Giorno Dell’Umanità e

io al Bar Della Rabbia me Mbriaco con un Elisir D’Amor. E tu dirai Deija? Deija!

Scetate Vajo’!

Mandano tutto Al Monte, nell’Arca Di Noè c’è gente che trattano come Animali.

Gandhi sono? Un Merlo Rosso, Le Rane, un Osso Di Seppia, l’unico Vivo.

Ma noi dal Tevere Grande Hotel seguiremo le stelle verso La Frontiera

per ritrovar Le Cose Perdute,

così sono contento di Vivere La Vita, anche solo Un’Estate,

caro mio amico Babalù.

 

Beatrice Sacco