Mahmood siamo sempre stati noi [Sanremo 2019]

di InsideMusic

Mahmood vince la sessantanovesima edizione del Festival di Sanremo tra le immancabili polemiche e le giustificate dimostrazioni di giubilo da parte di una larghissima fetta di pubblico e critica.

Fin dall’inizio la sua canzone era sembrata una delle più immediate, fresche e “catchy” come dicono quelli giovani e qui per non sentirci da meno facciamo anche noi la nostra parte. Ma la canzone vincitrice non è solo questo, questa edizione del Festival non è solo Mahmood. All’interno della kermesse sanremese c’è tanto altro per fortuna. Tutte le polemiche sulla vittoria di un “immigrato” o di un italo egiziano testimoniano soltanto che l’avvelenamento dei pozzi è completo.

Mahmood è sotto contratto con una Major, è italiano a tutti gli effetti, canta una storia italiana a tutti gli effetti, e si è avvalso della produzione dei due dei nomi più importanti del panorama musicale emergente che domina le vere classifiche (non quelle dello streaming di Tim Music che si fila giusto Nonno Holliwood). Il suo brano è un racconto neorealista di come i soldi possano cambiare i rapporti all’interno di una famiglia, niente di più e niente di meno di mille canzoni della nostra tradizione popolare da Santa Lucia in giù in cui i nostri nonni, padri, zii, fratelli partivano e ancora partono per andare in America, al Nord, a Torino, in Belgio, in Germania o chi sa dove altro per “mandare i soldi a casa” o portare a casa la propria pagnotta. E quindi si chiama il congiunto e si chiede “come va” ma è solo una frase di circostanza perché mandare i soldi a casa è la cosa fondamentale e trovare il proprio posto nel mondo è ancora una questione cogente.

Prendere questa vittoria come uno schiaffo a Salvini, a mio parere, è un modo di toglierle qualcosa. Un modo per spostare l’attenzione da quello che ci succede realmente attorno tutti i giorni, spostare forse anche lo sguardo ed il focus da noi stessi. Perché “Soldi” ce l’abbiamo attorno anche noi ed è inutile fingere di non vederla o sentirla. Salvini, di fatto ha già perso, come hanno perso tutte quelle solite canzoni d’amore buone solo per stare in radio due o tre mesi. Perché la realtà fatta di “noi” è “loro” è solo nella mente di chi ormai è avanti con gli anni, chi non frequenta le scuole di oggi e che fra vent’anni certe polemiche saranno solo un ricordo.

Una canzone che in questo senso ha provato a parlare di altro rispetto a sole/cuore/amore, e non a caso ha fatto incetta di premi, è Argentovivo. Daniele Silvestri è forse l’ultimo grande cantautore, quantomeno della scuola anni novanta, che è rimasto sulla scena. Perché non basta mettere insieme una trentina di frasi prese della Smemoranda come ha fatto Cristicchi, con quell’aria di chi si sente il nuovo De André, per dire qualcosa di forte. Le storie forti, quelle che graffiano e che restano dentro la mente e le orecchie sono le storie sporche, quelle che fanno male, con gli spigoli vivi e con le strofe mezze storte e barcollanti. Vedi l’esempio degli Zen Circus che con il loro brano hanno dato un piccolo saggio, anche se non al loro meglio, di quanto certa musica faccia bene a questo paese molto più di quanto poi raccolga nei confronti del grande pubblico.

Achille Lauro è stato il parafulmine che ha permesso a Mahmood di agire sotto traccia. I suoi tatuaggi e le allusioni presunte alle droghe sintetiche hanno tenuto accesi i riflettori sul trapper romano che ha presentato una canzone che rispetto al suo repertorio era un piccolo compromesso, e nonostante ciò aveva molto più fascino dei due terzi dei brani in gara. Le polemiche attorno al suo look hanno purtroppo creato discussioni lontane dalla musica che era la parte di certo più interessante da approfondire. Ennesima occasione persa dando in pasto al gossip un artista che continuerà a fare parlare di sé con il suo carisma e con le sue canzoni.

Da queste pagine potrebbe giustamente sembrare che chi scrive è di parte, ma lo è meno di quanto si pensi. Motta per quanto mi riguarda ha portato una bella canzone ma non certo uno dei suoi migliori brani, a me ha ricordato parecchio “Abbiamo vinto un’altra guerra”. Livio Cori e Nino D’Angelo uno degli esperimenti peggio riusciti dai tempi del MInidisc della Sony. 

Se a diciassette anni mi avessero detto “fra qualche anno sarai d’accordo con la sala dell’Ariston” mi sarei fatto dare una pugnalata in petto. Eppure ieri sera quando Il Volo ha scalzato la Bertè dal podio se fossi stato lì in Teatro avrei lanciato il mio seggiolino addosso a qualcuno tipo scontri da Stadio.

Quando invece molti si spellano le mani per dire che con Mahmood ha vinto il nuovo io un po’ resto deluso. Perché “Soldi” è la storia più vecchia che esiste, ha vinto semmai la parte di noi più radicata, una sorta di subconscio musicale e sociale che sembravamo aver dimenticato e che ora proiettiamo su una realtà “altra da noi” quando è sempre rimasta nostra. Hanno vinto insieme a Mahmood produttori come Charlie Charles e Dardust che, per i meno avvezzi a queste dinamiche, sono dietro alla maggior parte dei successi della nuova ondata musicale Trap ma non solo. 

Se vogliamo trovare un vincitore, io lo indicherei in Claudio Baglioni che in qualche modo ha apparecchiato una cena musicale per tutti gli italiani mettendoli di fronte a molte contraddizioni. Dal rock alla Trap, dai classici ai meno classici. Artisti come Irama, Ultimo e Einar, considerati “giovani” hanno presentato brani vecchissimi nella loro costruzioni e nei loro testi in confronto a chi come Loredana Bertè potrebbe benissimo essere molto più che loro madre e su quel palco ha dimostrato molta più energia e vitalità. Lo sfogo del secondo classificato in sala stampa dimostra come la crescita esponenziale di un “giovane artista” sia, almeno per il momento, poggiata su piedi d’argilla che al primo intoppo lo vedono andare fuori di testa facendogli parafrasare le peggiori uscite dei nostri politici che invocano ad ogni problema ed errore “il voto popolare”. Il Volo è l’emblema di un paese che si crede immobile ed in questo immobilismo si crogiola arroccandosi sui “bravi ragazzi”, un paese spaventato da un tatuaggio o da una rima che mette insieme Champagne e Ramadan, un paese che ha paura della diversità, della vera comicità e della crudeltà di cui egli stesso è portatore e difensore.

Ma questo paese è reale, come cantava Manuel Agnelli su quel palco tanti anni fa, e come gli stessi Afterhours ci hanno insegnato “se c’è una cosa che è immorale è la banalità”: per la vittoria di Ermal Meta nessuno aveva tirato fuori polemiche su eventuali origini straniere, forse perché la musica che l’ex frontman de La Fame di Camilla aveva portato sul palco conteneva meno contraddizioni e spinta alla riflessione del brano di Mahmood, era un brano che diceva esattamente quello che i veri italiani volevano sentirsi dire. La questione è sempre tutta lì, pensare è faticoso, uscire dalla propria comfort zone fatta di acuti de Il Volo e dagli amori impossibili di Ultimo è estremamente stancante. Ma evidentemente, e per fortuna lo ha detto anche la vittoria di questa edizione, è molto più affascinante e divertente camminare sul lato della strada di Mahmood.

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