L’Indiano di Fabrizio de Andrè: l’esperienza del rapimento. [RECENSIONE]

L’album privo di titolo, o omonimo, del 1981, di Fabrizio de Andrè è stato poi re-intitolato L’Indiano, e deriva direttamente dall’esperienza del rapimento da parte dell’Anonima Sequestri.

Nell’assolata giornata del 27 agosto 1979 Fabrizio de Andrè veniva rapito assieme a Dori Ghezzi nella sua tenuta dell’Agnata di Tempio Pausania, in Gallura, da alcuni malviventi, allo scopo di riscatto. Il padre di Fabrizio de Andrè, Giuseppe, infatti, era un uomo estremamente benestante, nonché figura importantissima per la poetica del cantautore.

Dori raccontò, poi, nei particolari prima l’aggressione avvenuta in serata, a casa della coppia, poi la marcia forzata nella notte attraverso sterpaglie, campagne incolte e feroci, pungolati e minacciati dai malviventi; ed infine l’incontro con uno dei custodi, Il Rospo, rozzo e bestiale, e con un altro, colto e dall’italiano corretto, l’Avvocato. La coppia fu trasferita in svariati nascondigli, fino a quello definitivo, in cui rimase fino al 20 dicembre dello stesso anno. Il tutto avvenne all’aperto: a Fabrizio de Andrè e Dori Ghezzi fu fornito, al massimo, un fornellino da campo per scaldarsi all’interno della misera tenda in cui vissero per mesi. Dopo svariati tentativi di trattative, si giunse alla cifra finale (partendo da due miliardi, un numero esorbitante per l’epoca) di 550 milioni di lire di riscatto.

Come tutti sappiamo, la vicenda si risolse nel migliore dei modi, con la condanna dei responsabili, e la liberazione di entrambi gli ostaggi d’eccezione.

Fabrizio, dal sequestro, riuscì a prendere il meglio: l’ispirazione artistica. È di tre anni dopo, infatti, l’album omonimo, ma passato alla storia come L’Indiano: si vede, infatti, in copertina, un’opera del pittore statunitense Frederic Remington, intitolata The Outlier.

l'indiano fabrizio de andrè

The Outlier, di Frederic Remington, custodito al Brooklyn Museum. Da esso prende ispirazione il titolo L’Indiano dell’album, originariamente privo.

Tracklist de L’indiano (o Fabrizio de Andrè) di Fabrizio de Andrè
Lato A
  1. Quello che non ho – 5:51
  2. Canto del servo pastore – 3:13
  3. Fiume Sand Creek – 5:37
  4. Ave Maria (rielaborazione del canto religioso popolare sardo (Deus ti salvet Maria); adattamento di Albino Puddu) – 5:30
Lato B
  1. Hotel Supramonte – 4:32
  2. Franziska – 5:30
  3. Se ti tagliassero a pezzetti – 5:00
  4. Verdi pascoli – 5:18

Un fiero indiano pellerossa, dipinto con pennellate impressioniste d’oltreoceano, cavalca un cavallo ed imbraccia un fucile, crudeli doni degli invasori bianchi ma utilizzabili contro gli stessi. L’album vede, nuovamente, la collaborazione con Massimo Bubola, autore degli splendidi testi veristi di Rimini: album che parla degli autoctoni, di coloro che c’erano prima. Gli abitanti di Rimini, città di villeggiatura, raccontano le loro meste vite di mogli di pescatori; Sally, invece, è tratta da Cent’anni di Solitudine di Gabriel Garcia Marquez. Parla del sessantotto, di quella rivoluzione fallita, con la voce di un nativo americano rinnegato, Coda di Lupo.

A un Dio a lieto fine non credere mai

Insomma, in Rimini si era già intravisto il Fabrizio de Andrè politico che si sarebbe dispiegato felicemente in Storia di un Impiegato. E ne l’Indiano Bubola e De Andrè danno il meglio di sé nel descrivere le tragiche omologie fra i pellerossa e quei sardi, la cui terra verace è tanto amata dal genovese, ma che tanto hanno fatto patire lui e Dori.

Si parte con Quello che non ho, e ciò che si nota sono sonorità blues inaspettate, così come lo è lo shuffle della chitarra elettrica, introdotte da spari di fucile ed urla di battaglia, indistiguibili se galluresi o provenienti dalle sconfinate pianure nordamericane:  è un grido di dolore, seppur in chiave satirica, degli invasi, gli indiani, o i sardi, ossia gli autoctoni, rispetto agli invasori, teoricamente portatori di civiltà, e che impongono la loro civiltà, fatta di camicie bianche, pistole d’alta tecnologia, i treni, le carte da gioco. Pregevole è l’assolo di synth, caso rarissimo nella discografia di De Andrè.

Si prosegue con Canto del Servo Pastore, che inizia un po’ come una pianola, abbandonata in un saloon della frontiera. Si sviluppa con una gradevole ritmica ed una bellissima, sensibile interpretazione di Dè Andre come il servo pastore, appunto, un povero ignorante che però ha il cuore ricolmo d’amore per la natura che la circonda. La natura, così bella, feroce, e selvaggia della Sardegna: è dappertutto, è nei fiumi impietosi, nei passeri che svolazzano. Il servo diviene parte della natura, in metamorfosi, come Ermione in La Pioggia nel Pineto di Gabriele d’Annunzio: mio padre è un falco, mia madre un pagliaio. Un mondo bucolico, un uomo abbandonato sotto ad olmo, che si riposa ed ammira ciò che ha attorno.

Fiume Sand Creek è uno dei brani più famosi de L’Indiano. Narra della tragedia del Sand Creek, una delle tante occasioni in cui tribù indiane vennero ingiustamente massacrate dagli americani: Cheyenne e Arrapaho. L’intro è lenta, qualche urlo, ma l’attacco è gioioso; la chitarra acustica folk rock funge da accompagnamento per la tragedia narrata, di un bambino sopravvissuto fingendosi morto: un bambino realmente esistito, anche se non sopravvissuto al Sand Creek, bensì, che da adulto, combattè il general Custer a Little Big Horn (gia nominata in Coda di Lupo). Wooden Leg, Gambadilegno, che scrisse la sua autobiografia. Il soprendente bridge, di percussioni tribali e synth, ricorda il prog che si respirava all’epoca: una scena apocalittica si mostra di fronte agli occhi del non-morto, che scaglia freccie al cielo, al vento, per vendicare la sua gente. Ma non può nulla.

L’albero della neve fiorì di stelle rosse, e ora i bambini dormono nel letto del Sand Creek.

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Fotografia di Gambadilegno (WoodenLeg) con la sua autobiografia, 1903.

Ave Maria è, invece, un brano tradizionale sardo (Deus ti salvet maria, di Bonaventura Licheri), è reinterpretato da Mark Harris, polistrumenstita americano che ha trovato in Italia la propria America, in un brano marcatamente prog rock: bella intro, ottimi giri di basso di Pier Michelatti. È qui, dunque, la sardità: la religiosità fervente di quella terra enigmatica.

Hotel Supramonte descrive direttamente l’esperienza del sequestro. Vi è il parallelismo fra un hotel fittizio e i nascondigli dei rapitori e dei loro ospiti, gli ostaggi; luoghi splendidi in cui le montagne si tuffano in mare, dove la natura è rigogliosa e le foreste sono impenetrabili. Una delicata ballata alla chitarra acustica, con qualche introduzione di violino e poche note di basso, registrata da De Andrè stesso.

La narrazione aneddotica per bocca femminile tipica di Rimini è ripresa in Franziska, che parte con un leggero tappeto d’archi con introduzione poi di gioiosi effetti di percussioni quasi caraibiche. Franziska è la compagna di un malvivente, di un bandito senza luna, stelle, o fortuna: si amano teneramente, ma quel marinaio di foresta non può vivere con lei, perché la sua vita è fatta di fughe, di scorrerie nei boschi, di rubberie. Eppure, costui si permette di essere follemente geloso, e lei, infine, pone fine a quella relazione profondamente errata.

Se ti tagliassero a pezzetti, diciamolo, è uno degli inni delle pene politiche dell’adolescenza. Piano lounge, poi ballata alla chitarra: è una lunga ode, una lettera d’amore, alla libertà, intesa in senso lato. Come verità universale: quella libertà che però è morta il giorno della strage di Bologna.

T’ho incrociata alla stazione
che inseguivi il tuo profumo
presa in trappola da un tailleur grigio fumo
i giornali in una mano e nell’altra il tuo destino
camminavi fianco a fianco al tuo assassino.

Il tema della donna come simbolo di libertà è ricorrentissimo nell’arte stessa, fin dal quadro di Delacroix, La Libertà che Guida il Popolo. Un valore che può essere intaccato, ma solo reso più forte.

l'indiano fabrizio de andrè

La Libertà che guida il Popolo, Eugene Delacroix, Museo del Louvre. 1830

Siamo all’ultimo brano de L’indiano. Quasi raggae, in cui De Andrè diviene Bob Marley, Verdi Pascoli è ancora caraibica, la ritmica di percussioni ci introduce ad uno spiritual dei nativi americani: un paradiso, abbastanza fantasiosi, in cui la notte fatta a stelle e strisce non c’è più, nei verdi pascoli che compongono quel luogo. Pregevole l’interpretazione ala batteria di Lele Melotti.

L’album, per quanto inferiore per qualità compositiva ed emotiva a Rimini, rappresenta un’opera veritiera e sincera, frutto del profondo effetto sortito dallo shock del rapimento nell’animo di Fabrizio de Andrè; gran parte del merito va a Massimo Bubola, nient’affatto, però, accreditato se non come corista. Si toccano però vette altissime della discografia del genovese in Fiume sand Creek e Hotel Supramonte: vette che hanno contribuito a formare la musica italiana negli anni a seguire.

Giulia Della Pelle

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Wannabe ricercatrice e wannabe scrittrice. Amante dell’improbabile e del surreale. Adoratrice del Sole e dei dati statisticamente consistenti.

2018-08-28T16:33:26+00:00 28 agosto 2018|Recensioni|0 Commenti