Alle 20:11 minuti di ieri 27 giugno cala il buio nella Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, sul palco sta per salire un pezzo di storia della musica degli ultimi 50 anni, i Beach Boys.

Sul maxi schermo vengono proiettati video in bianco e nero, immagini d’epoca di un gruppo che ha lasciato solchi nella strada del rock’n’roll e che ancora oggi riempie date di concerti in tutto il mondo.

Questi ragazzi settantenni hanno fatto del concetto di spiaggia una filosofia di vita, non si tratta solo di surf e sole ma di un luogo senza spazio né tempo nel quale l’esistenza continua a rigenerarsi. Ieri questo luogo è stato riportato sul palco dell’Auditorium, la musica ha fatto da Cicerone tra i numerosi successi di uno dei gruppi più prolifici della storia della musica.

Un viaggio tra successi storici e altri più recenti, gli indimenticabili falsetti, i cori inconfondibili sulle sonorità anni ’60. Uno splendido sax a sostenere il mood, un vero tuffo in quei decenni. Capitanati da Mike Love e Bruce Johnston, a completare il gruppo c’erano Jeffrey Foskett (chitarra / voce), Brian Eichenburger (basso / voce), Tim Bonhomme (tastiere / voce), John Cowsill dei Cowsills (percussioni / voce) e Scott Totten (chitarra / voce).

Senza il creativo del gruppo, Brian Wilson, la band arriva in Italia per l’ultima tappa europea del Wild Honey World Tour. Una media di 150 concerti l’anno in tutto il mondo, numerosi premi, decine di milioni di copie vendute, Mike e Bruce portano avanti il peso della loro stessa eredità continuando a nutrire un immaginario storico che la loro musica ha creato, occupando un posto fondamentale, ai tempi dei Beatles, nella storia della musica popolare e rock.

Due ore di concerto denso ed incalzante ieri a Roma, nessuna pausa, solo poche ma divertenti battute scambiate con il pubblico per proseguire tra le numerose canzoni scelte: da Safari a Catch, da Honda a Do it again, Pose sciolte e tutti in piedi, poi, per Surfing USA a ricreare le atmosfere festaiole dell’America degli anni ’60.

Nessuna pausa, niente fiato corto per Mike e Bruce che continuano a volare disinvolti tra i numerosi brani che hanno creato durante la lunga vita artistica: arrivano Surfer Girl, Good to my baby, Darlin e ancora So good to me, Kiss me baby, Dance dance. Ma è su Get around che la sala esplode, platea e galleria saltano in piedi, si corre sotto palco e si balla con i Beach Boys che incitano i presenti, si agitano con loro e si divertono, si divertono davvero, proprio come 50 anni fa. Mike stringe mani, saluta, ammicca, passeggia tra le braccia tese ai suoi piedi.

Vola così la prima ora di concerto, senza soste tra le tappe rapide degli innumerevoli successi riproposti, tra i sorrisi e le incitazioni a battere le mani di Mike. La storia scorre con le immagini sullo schermo e sui volti dei presenti, su quelli che hanno vissuto quegli anni ma anche su chi allora non era ancora nato.

Degno di nota un momento di grande suggestione, quando la band esegue un pezzo a cappella, il pubblico si blocca in un reverenziale silenzio, l’atmosfera si carica di commozione che esplode in un applauso liberatorio e umido di emozione. Brevi e agili gli intermezzi parlati, giusto l’essenziale per presentare al pubblico determinati pezzi, come l’omaggio a George Harrison da parte di un Mike visibilmente emozionato oppure le piccole battute, come se quei ragazzi da spiaggia non volessero fermarsi mai, non volessero sprecare neanche un momento.

I presenti, poi, hanno avuto la fortuna di fare gli auguri a Bruce per il quale arriva a sorpresa una candelina sul palco con tanto di happy birthday intonato da colleghi e pubblico.

Ma non c’è troppo tempo per le lacrime di commozione perché si torna a cantare sulle note di Paradise e Cottonfields, Wanna dance, Rock roll, Rhoda, Kokomo. Arriva la terna finale che chiude su Wild honey, barbara Ann e Fun fun fun.

Dopo fiumi di hit, centinaia di singoli pluripremiati, milioni di album venduti, i Beach Boys conservano ancora l’energia solare e frizzante di quel lontano 1961, quando arrivarono sulla scena della musica mondiale. Certo la formazione non è quella originaria ma Mike e Bruce tengono ancora la scena e i musicisti che completano il gruppo sono in gamba e sostengono bene il peso della storica band americana.

Quello che resta alla fine di un concerto come questo è per un verso la consapevolezza di aver assistito ad un pezzo di storia della musica, dall’altro rimane una sorta di malinconia dolce e leggera, quella tipica nostalgia per i ricordi, per quegli indimenticabili Sixties che ancora oggi infondono il loro fascino anche in chi, in quegli anni, non era neanche nato.

Forse il segreto per tenere oltre 2 ore la scena dopo 50 anni di carriera sta nella tipica impostazione dei Beach Boys, quella leggerezza spontanea, quella voglia di surfare sulla vita, senza paura delle onde perché cavalcate con la tavola della musica e di un puro ed inesauribile divertimento. 

Di Sabrina Pellegrini| foto di Laura Sbarbori