Il ritorno della PFM: la recensione di Emotional Tattoos

La Premiata Forneria Marconi, band risalente al lontano 1971, non ha bisogno di presentazione.

Una band che è stata in grado di rivoluzione il panorama rock italiano, coniugando il progressive europeo ad un gusto più cantautoriale; il sodalizio con de Andrè ne ampliò ancor di più la fanbase, con i rifacimenti de La Buona Novella e il più recente PFM Canta de Andrè, del 2008, ultimo lavoro degli artisti. Attualmente la band, ha, all’attivo, in formazione: Franz di Cioccio, storico fondatore, classe ’46, Patrick Djivas al basso, ’47, Lucio Fabbri, violinista, ’55, il solito Roberto Gualdi alla batteria, ed una sorpresa alla chitarra, Marco Sfogli. Il socio fondatore di di Coccio, Franco Mussida, infatti, ha lasciato la band nel 2015, senza dare spiegazioni ufficiali. Il giovane e talentuoso (classe ’86) Alessandro Scaglione è invece alle tastiere.

Il 27 ottobre del corrente anno, dopo un lungo silenzio di undici anni, esce, per InsideOut Music, Emotional Tatoos, tatuaggi emozionali: ultimo album era stato lo splendido strumentale Stati di Immaginazione del 2006. La PFM torna, quindi alle canzoni, che mancavano da Dracula Opera Rock (passato totalmente in sordina in Italia, ben recepito all’estero). Complice del ritardo della produzione di Emotional Tatoos pare sia stata anche la ricerca di un chitarrista degno di sostituire Mussida, conclusasi a marzo 2015: a detta di Djivas, Sfogli è il miglior strumentista italiano sulla piazza, con un passato con i Dream Theater, per i quali fu scelto da James LaBrie in persona. Insomma, progressive è uno stile di vita. Djivas, in un’intervista all’ANSA, si era anche espresso sul significato del titolo dell’album: un tatuaggio emotivo è il segno che viene lasciato nello spettatore da un’esperienza artistica che colpisce, un risveglio; in un mondo di musica “liquida” si necessita di solidità, del buon vecchio vinile e della musica suonata al ritmo del tempo scandito dal metronomo.

Murales Pfm

All’album è stato dato fin da subito un respiro internazionale: le undici tracce sono state incise sia in italiano (CD1) sia in inglese (CD2), con testi che non sono perfettamente la traduzione l’uno dell’altro, quanto più libere interpretazioni della musica stessa. L’artwork è in linea col fil rouge delle tracce, ossia l’allontanamento dall’essenza, dalla terra, dall’uomo naturale di Rousseau: degli “astronauti” (idealmente, Franz e Patrick) che guidano il loro veicolo lungo un fiume cui attorno cresce una giungla inesplorata. Uno spettacolare murales, nel centro di Milano, ha svelato in anteprima l’artwork. Nel cd1, ossia in italiano, è presente una traccia non trasposta in inglese, Freedom Square, dal momento che è puramente strumentale.

Iniziamo col dire che Emotional Tattoos è un disco semplice solo all’apparenza.

C’è sì, volontà di aderire al reale, al solido, al cristallino, ma allo stesso tempo gli storici musicisti hanno comunque amato divertirsi come ragazzini, perdendosi in abbellimenti strumentali che hanno del mistico. Va, anche, anticipato che ad un fan conservatore della PFM, del progressive retto da rigidi paletti, un fan dei cambi di ritmo destabilizzanti e dell’onnipresente organo Hammond, di cui si erano fatti araldi negli anni ’80 e ’70, Emotional Tattoos non piacerà. Non piacerà affatto, perché è un disco che punta all’emozione e alle frequenze del cuore, a partire dai testi scritti da di Cioccio in collaborazione con il Centro Europeo di Toscolano (CET), la scuola fondata da Mogol, in particolare col cantautore Gregor Ferretti. Non piacerà, e dirà che di Coccio, senza Mussida, è diventato un ibrido fra Tiziano Ferro e Max Pezzali, che i nuovi strumentisti non sono in grado di suonare, che sarebbe meglio ritirare tutte le copie dal mercato mettendo in giro la voce che potrebbero esplodere come uno smartphone. Che la mancanza di virtuosismi esasperati, di rimandi ai Genesis, di citazioni di Tchaikovski, di armonizzazioni alla King Crimson, di disturbanti tempi dispari, di rigorismo compositivo, ha portato una delle più grandi band progressive di sempre a produrre una schifezza.

Noi di InsideMusic non siamo d’accordo. Non lo siamo affatto. Passiamo all’analisi delle tracce, che verrà fatta utilizzando i testi in italiano.

Il disco si apre con We are not an Island/Il regno. Il significato è completamente differente fra le due versioni, ma la musica resta la stessa. L’intro è una lenta progressione che parte con la sola voce di di Cioccio accompagnata da archi sintetici e fiati: l’idea è di essere catapultati, effettivamente, nella nave degli astronauti della copertina, che si trascina lenta sul fiume. Il testo è ermetico, si parla di un Regno incompreso, che forse è allegoria della nostra attuale società. Alla seconda strofa si aggiungono basso e percussioni, così come l’intensità emotiva: E adesso vivo con te, sono vivo con te, siamo tanti, siamo Uno, altra risposta non c’è. È un’esortazione alla comunione fra persone, viste come sempre più alienate e distanti. La condivisione del viaggio in terre sconosciute può, forse, tornare ad unire. Il bridge offre il primo cambio di tonalità dell’album, effetti sintetici moderni ed anche debitori delle ultime fatiche dei Dream Theater (Astonishing del 2016). La struttura della canzone è estremamente semplice, ma non ripetitiva. Si conclude dopo circa sette minuti trascinandoci direttamente a Morning Freedom/Oniro, che accoglie con xilofono, fiati, archi, come un dolce risveglio, seguiti da un fraseggio al pianoforte. Di Cioccio ci parla proprio di una mattina che porta via il sonno, ma non il Sogno, ossia Oniro. Il ritornello, è, effettivamente, tutto men che progressive, poiché ci si trova di fronte ad una romantica melodia alla chitarra, carica di promesse d’amore, in un ordinato tempo 4/4; il bridge, l’assolo di chitarra prima e di tastiera poi (tecnicamente ineccepibile) ci ricordano però che siamo comunque in un disco della PFM; sul finale si riprende la dolce melodia allo xilofono iniziale. Il testo evocativo racconta del sogno d’amore di due amanti in una città di mare, in un luogo e tempo imprecisato.

La Lezione/The Lesson risulta più dura delle precedenti tracce, con chitarra e voce sincopata, da maestro, di di Coccio; la chitarra ritmica fa il suo lavoro, assieme ai piatti e i timpani. Il fraseggio iniziale è ripetuto durante tutta la canzone, un invito a cogliere l’attimo, all’oraziano mordere la mela; il tema del tempo che scorre viene ripreso dalla prima traccia. Contrariamente ad essa, però, sono presenti almeno due cambi di ritmo, in cui il fraseggio è temporalmente rilassato ed esteso, pur rimanendo lo stesso. Nella mitologia dell’album, dopo il risveglio di Oniro, la Lezione vuole insegnare all’ascoltatore a fruire appieno di ciò che ha attorno a sé, senza lasciar correre nulla e, soprattutto, conoscere se stesso.

Archi campionati e piano uplifted, le cui note sono ripetute in coro da un sintetizzatore, guidano verso Mayday/So Long. Il sound è ricco, non essenziale, quanto elegante, ed è presente, fin da subito, un’ottima progressione strumentale in linea col testo (“Il tempo che morde, morde ora anche me”); la traccia suscita fretta, ma invita anche a riflettere sul futuro, su ciò che resterà dell’universo dopo la dipartita dell’uomo del presente. Archi puri e sintetici ben dosati, che si rincorrono su più piani musicali, guidano alle strofe di questa suite, che risulta, finora, la traccia più riuscita dell’album; l’idea originale della frase musicale è ripetuta all’infinito, ed il finale cambio di accordo del cantato conduce direttamente alle stelle.

Traccia folk e sorprendente è la Danza degli Specchi/A Day we share, un fantasy medioevaleggiante in cui, per la prima volta, si avverte distintamente l’organo Hammond tanto caro ai fan di vecchia data. Il sintetizzatore mima una cornamusa, e ci si ritrova in presenza dei bardi, ed, infondo, sembra di tornare ai riarrangiamenti delle ballate di de André. La canzone, composta da Patrick, da sempre affascinato dalle sonorità celtiche, si intervalla fra frazioni puramente alla Hevia od Eluvetie ad invece divertenti intermezzi ballabili. Il violino di Lucio Fabbri racconta una storia muta di gioia, felicità, condivisione, identità. Il messaggio trasmesso è di universalità, delle infinite possibilità che la possibilità stessa di scegliere apre: il medioevo è periodo di magia e di mistero, e non c’è magia più grande che il ritrovarsi puri, al punto zero, con un pentagramma vuoto davanti a sé e la creatività, il “moltiplicare le idee” cantato. La danza degli specchi è un ecumenismo musicale, una grande prova di fusione di stili differenti. Perfino nacchere spagnole vengono incluse sul finale della canzone, “la Musica è potente, è tutto uno stare con la gente”.

Il Cielo che c’è/There’s a Fire in Me è, invece, apparentemente triste. Una ballata downlifted sulla perdita dell’amore, della sua lontananza nella giungla urbana attuale; accompagnamento minimale, di archi, basso e ritmica leggera. “Siamo figli di un cielo di stelle, di un bacio, di un Dio che a volte non c’è: ora sai com’è la resa, l’amore, e l’unica legge che c’è”. In questa frase è sintetizzata l’intera poetica dell’album, e l’intera visione PFM del terzo millennio: ciò che cambia è il contorno, della società, ma la sostanza, anche se ben nascosta, è la stessa, e di fronte al cielo siamo tutti uguali. Il refrain è sorprendente, eleva la stessa melodia verso il cielo stellato, con maggiore intensità: cresce il ritmo, cresce la batteria, non cambia l’accordo, e sicuramente il fan incanutito vedrà noia laddove c’è melodia. Il fan di nuova data, e amante degli Haken, invece, vedrà pura poesia. Un assolo di chitarra è mezzo per rendere l’Amore una proprietà quantistica della materia, un collante fra tutti gli individui, anche a distanze interstellari.

Central District/Quartiere generale è, invece, il primo singolo dell’album, in rotazione radiofonica  da metà settembre, traccia che ha raccolto l’unanime sdegno: si configura come estremamente melodica, debitrice anche un po’ dell’indie italiano, cui deve l’energia di cui è dotata. Il testo è forse, molto meno ispirato rispetto alle altre liriche proposte: fa un po’ il verso al Ligabue più politicizzato, si parla di consumismo ed ipocrisia, della società che non segue l’individuo, dell’individuo che poi non si fa gruppo e non si ribella. Eppure la musica è potente, eleva la traccia ad un possibile inno della decadenza culturale italiana; puramente rock, assenti sono elementi progressive, ma evidenti contaminazioni folk nei fraseggi degli archi. La versione inglese è incredibilmente più apprezzabile, il testo alla Modena City Ramblers (cui le loro melodie ben si adattano, ma qui siamo totalmente fuori luogo) passa in secondo piano dando risalto soprattutto al gradevole ending strumentale. Non un’ottima presentazione per l’album nel suo complesso.

Freedom Square, esclusivamente strumentale, è presente solo sul cd1. Una traccia in cui a giganteggiare sono la chitarra di Sfogli e l’Hammond e tastiere di Scaglione; è trascinante, è vecchio stile. Per chi avesse ancora dubbi sulla bravura del nuovo chitarrista, insomma. E c’è anche, finalmente, anche un assolo di violino di Lucio Fabbri, finora relegato agli arrangiamenti: dialoga con la basee  con gli altri strumenti, in un inno di libertà e di coesione. La leggerezza e raffinatezza ricordano il precedente album in studio.

Dalla Terra alla Luna/I’m just a Sound è la terzultima canzone dell’album e la prima marcatamente progressive. L’inizio è lento, etereo, e ci si carica poi con una progressione con chitarra, piatti, Hammond, ed un di Ciocco vocalmente in stato di grazia, sorretto da pianoforte e percussioni leggere. L’Hammond è, però, il protagonista della canzone, che si configura come un racconto del viaggio di un ideale astronauta verso un solipsismo estremo sul nostro gelido satellite (viene da pensare al Dottor Manhattan su Marte), l’eterna solitudine e pace. I cambi di ritmo sono frequentissimo, l’Hammond pizzicato e le chitarre che si inseguono, dialogano, riempiono il vuoto che viene, invece, descritto dal tempo: ecco qua, siamo in presenza di una traccia grandiosa, europea, internazionale, musicalmente perfetta e che accontenterà tutti. Come nelle opere classiche, la voce è un altro strumento funzionale all’opera nel suo complesso, un solo tessuto dell’organismo complessivo: vengono in mente i tempi andati della PFM, i Dream Theater più in forma.

Da tanta energia si passa poi a le Cose Belle/Hannah, un lento inizio al sintetizzatore, una lenta e dolce melodia di ricordanza, corde pizzicate di chitarra acustica, un po’ pop, accordi maggiori e diesis: se non fosse per i sintetizzatori, ci si potrebbe trovare di fronte ai Pooh dei primi anni (prima di diventare melensi). Tale affermazione può esser giudicata sia come negativa, che come positiva. Si è lontani anni luce dalla traccia precedente, ma si può apprezzare l’onestà compositiva che sottende alla traccia: qualcuno, in fase di ispirazione, deve molto a Branduardi per l’estrema orecchiabilità della melodia, eppure si sente che Djivas e di Coccio hanno gioito di tale composizione, viaggio trent’anni all’indietro verso un’epoca di grandi cantautori che, forse, non si ripeterà mai più. Tema portante, per l’appunto, è sempre la fuga folle del tempo: “Cadono le stelle, è notte ormai”.

Ed ecco il gran finale (My Road), il liberatorio Big Bang, creatore di un nuovo universo, descritto con l’ingenuità pascoliana e l’idealismo romantico di Emotional Tattoos: si parte chitarra e percussioni sintetiche, che cambiano ritmo e vanno in dissonanza col cantato. L’uomo che ha narrato l’album annuncia di volersene andare, via, lontano, da solo sotto le stelle, da quella città di mare: finalmente libero, ripetuto più e più volte. Effetti space rock si susseguono a parti chiaramente progressive. Le liriche si sposano benissimo alla musica: è un’effettiva liberazione, un manifesto programmatico della libera composizione musicale, riflessione, metamusica, una grande lezione d’orgoglio: noi siamo la PFM, possiamo fare quello che vogliamo. Possiamo anche mettere intermezzi jazz al pianoforte, neanche fossimo a New Orleans, improvvisazioni fuori tempo e sintetizzatori. E finire all’improvviso, sul più bello, quando vorresti che quel Big Bang durasse in eterno e non divenisse mai un uovo cosmico.

L’ispirazione, per quanto verrà negato dai fan di vecchia data, è contemporanea, è delle opere rock di Ayreon, degli Haken, degli After Forever, dello Steven Wilson più recente (leggi qui la nostra recensione di To The Bone), e degli Avantasia: in questi anni d’assenza, indubbiamente, c’è stato un grande studio da parte dei musicisti, abbandonando gli standard alla Genesis e Jethro Tull, che sono sì, fondatori della corrente artistica, ma allo stesso tempo sviscerati miliardi di volte in miliardi di produzioni e, ammettiamolo, tremendamente distanti dall’uditorio comune degli anni ’10 del duemila. Va comunque ricordato che band progressive dal sound più codificato, e fiorenti, sono comunque presenti nella scena attuale (Tesseract, Battles, Mars Volta). La scelta di adeguarsi alle preferenze musicali mainstream può essere condivisa o meno, ma le qualità tecniche e la cultura musicale della PFM, inclusi i nuovi componenti, restano indiscusse: il mezzo di trasmissione è, in sostanza, leggermente cambiato, ma l’efficacia resta la stessa. Anche se Emotional Tattoos è e resta una dichiarazione d’orgoglio, nel ragionamento cambiamento di stile è nascosto uno studio profondo delle sonorità che van per la maggiore, e che danno risalto più al messaggio che al mezzo stesso. Le sonorità che ORA forniscono, per l’ascoltatore, più fisicità all’opera: e c’è una grande saggezza in questo, una lungimiranza non comune, una profonda comprensione della musica che deriva dall’esperienza. Sta all’apertura mentale del fruitore se scegliere la critica costruttiva o il puro apprezzamento. Del resto, Emotional Tattoos è un dichiarato viaggio verso l’ignoto, che sia all’esterno o all’interno di se stessi, ed è stato scritto per lasciare il segno, in maniera trasversale. È un grande dimostrazione di orgoglio ed abilità, ed è testimone di quanto la PFM abbia ancora da dare al panorama artistico mondiale, nonostante l’assenza di Mussida. Infatti, all’album seguirà un tour che toccherà una ventina di paesi(organizzato da D&D concerti.)

Le date annunciate finora:

14 Novembre a TORINO (Teatro Colosseo); 15 Novembre a GENOVA (Teatro Carlo Felice); 23 Novembre a TRENTO (Auditorium Santa Chiara); 25 Novembre a ZOETERMEER in Olanda (De Borderij); 1 Dicembre a PADOVA (Gran Teatro Geox); 2 Dicembre a VARESE (Teatro Openjobmetis); 29 Dicembre a BARI(Teatro Petruzzelli); 30 Dicembre a CASTROVILLARI (Teatro Sybaris). Poi approderanno In Giappone: 9 e 10 Gennaio a TOKYO (Billboard – Doppio concerto); 11 Gennaio a OSAKA (Billboard)- Doppio concerto; 31 Gennaio a BOLOGNA (Teatro Duse); 2 Marzo a MILANO (Teatro Dal Verme); 9 Marzo a BRESCIA (PalaBrescia); 11 Marzo a ASSISI-Santa Maria degli Angeli (Teatro Lyrick); 12 Marzo a ROMA(Teatro Olimpico); 13 Marzo a NAPOLI (Teatro Augusteo); 23 Marzo LA SPEZIA (Teatro Civico); 24 Marzo a MONTECATINI (Nuovo Teatro Verdi). Poi sarà la volta del Brasile: 20 Aprile a SAN PAOLO(Espaco das Amaericas); 21 Aprile a RIO DE JANEIRO (Vivo Rio); 22 Aprile a PORTO ALEGRE (Bourbon Country); 23 Aprile a BELO HORIZONTE (Teatro Palacio dad Artes); 25 Aprile in ChileCONCEPCION (Teatro de la Universidad de Concepcion); 26 Aprile in Chile SANTIAGO DEL CHILE (Teatro Oriente); 28 Aprile in Argentina a BUENOS AIRES (Teatro Coliseo); 30 Aprile in Perù a LIMA; 3 Maggio in Messico a CITTÀ DEL MESSICO (BlackBerry Hall); per poi trasferirsi negli Usa: 6 Maggio a GETTYSBURG – (Majestic Theater); 7 maggio a NEW YORK CITY (Highlineballroom); 8 maggio aCHICAGO (Reggies Live); 12 Maggio a LEGNANO – Teatro Galleria

Ecco la tracklist:

Disc 1 – English

  1. We are Not an Island– 7:12
  2. Morning Freedom– 6:06
  3. The Lesson– 5:08
  4. So Long– 5:56
  5. A Day We Share– 6:03
  6. There’s a Fire in Me– 4:55
  7. Central District– 5:28
  8. Freedom Square– 4:47
  9. I’m Just a Sound– 5:57
  10. Hannah– 5:16
  11. It’s My Road– 5:07

Disc 2 – Italiano

  1. Il regno– 7:12
  2. Oniro– 6:06
  3. La lezione– 5:08
  4. Mayday– 5:56
  5. La danza degli specchi– 6:03
  6. Il ciclo che c’è– 4:55
  7. Quartiere generale– 5:28
  8. Freedom Square– 4:47
  9. Dalla Terra alla Luna– 5:57
  10. Le cose belle– 5:16
  11. Big Bang– 5:07

A cura di Giulia Della Pelle

Giulia-della-pelle

Wannabe ricercatrice e wannabe scrittrice. Amante dell’improbabile e del surreale. Adoratrice del Sole e dei dati statisticamente consistenti.

2017-12-30T13:59:06+00:00 5 novembre 2017|Recensioni|0 Commenti