La “Razor Edge” di questa settimana dei Discopatici è targata AC/DC

Rieccoci, altro giro altra corsa. Tornano “I Discopatici”, i vinile-addicted, ed anche questa volta la scelta l’avete fatta voi. Alla domanda di chi preferite leggere l’apologia fra due grandi band iconiche del metal, la risposta è ricaduta – con uno schiacciante 78% – sugli australiani AC/DC, ai danni dei Talking Heads di David Byrne.

Fuori piove, eppure per essere quattro agosto dovrebbe risultare ambiguo ciò. Vi dirò, la cosa non mi destabilizza affatto. Mi tolgo le infradito, mi posiziono sull’amaca pronta ad accogliermi in terrazza e mi lascio trascinare in questo vortice psichedelico del metal targato AC/DC, con il loro storico “The Razor Edge”, non prima però di aver fatto incetta del mio alleato compagno di ascolto: il bicchiere. Con cosa lo riempiamo? Lo spirito metallaro di questa sera mi impone di aprire la dispensa del babbo, ignorare la bottiglia di gin che mi sta guardando con aria galeotta (consapevole di essere la mia preferita) ed al sorriso sornione che mi sta rivolgendo mentre entrambi pensiamo alla Tassoni Tonica ghiacciata in frigo, e ripiegare su un più classico Johnny Walker, un wisky scozzese, per veri rocker.
Ecco affacciarsi a me una bottiglia di
Black Label, riempio il mio glass e lo conduco con me in terrazza, dove ad attenderci ci saranno i fratelli Malcolm, le loro distorsioni di chitarre e tutto il loro groove, per la gioia dei miei vicini.
Giù la testina del grammofono e via col primo brano, forse il più popolare dell’LP e – dopo
Back in Black – della band. “Thunderstruck”, sembra descrivere perfettamente il clima meteorologico e umorale del momento: “Tuono, Tuono, nel mezzo di un attacco di fulmini mi sono guardato attorno e sapevo che non c’era un modo di tornare indietro”. Se mi guardo attorno io adesso cosa vedo? Il nulla. Un paese in cui sono cresciuta che mi risulta più estraneo di un continente d’oltreoceano, gli amici di un tempo che ormai sono poco più che sconosciuti e gli affetti che ti sono accanto che sembrano quasi non bastarti. Mentre i miei pensieri tuonano nella mia mente insieme alle chitarre incendiarie, il coro ossessivo e la voce roboante del frontman mi ricordano che ho una missione: per quarantuno minuti a partire da adesso devo alzare il volume del rock ed abbassare quello dei pensieri.


Spazio dunque al riff
di chitarra elettrica molto veloce composto da Angus Young per il secondo brano, “Fire Your Guns”, la canzone in sé è molto veloce. Un brano questo reso noto dalle performance memorabili da palco della band, ed incluso nell’Album “Live” del 1992 (due anni dopo The Razor Edge). “Moneytalks”! Che triste verità. Una canzone dalle linee melodiche geniali nel coro da stadio e nel solos che catalizza l’attenzione con il suo ritmo cadenzato. “Una cameriera francese, lo chef straniero, una grande casa, con letti king-size. Hai avuto abbastanza, li spedisci fuori. Il dollaro è su, giù, faresti meglio a comprare sterline.” . Insomma amici chi ha detto che i soldi non fanno la felicità ha detto una grande baggianata. A chi non piacerebbe in questo momento essere su un’isola caraibica a godersi lo stesso LP in una villa – o per dirla alla Brian – in una grande casa con i letti king size, con vista sull’oceano e un chiringuito a disposizione, dove il Black Label è servito in grandi noci di cocco, a ballare su un lucidissimo parquet scalza e con la pelle profumata di tre gocce dell’ultimo Chanel? A me, sicuramente. Ma vuoi mettere gli affetti, ribattereste voi. Giusto, e a proposito di affetti, ecco una coda scodinzolante accorrere in mio soccorso. Babà, il noto gatto ciccione arancione è con noi amici. È giunto a chiedere riparo al mio calore umano quando la più cattiva e cupa title track ha rotto l’incanto melodico della precedente. “Mistress for Christmas” è una canzone che – se avessi un lettore cd e non un grammofono – sicuramente salterei alla prossima. Una ballata allegra, un respiro di contemporaneità rispetto alle atmosfere AC/DC così hard propinate fino ad adesso, e quindi perché la salteresti? (mi sembra di sentirlo il rumors delle vostre considerazioni in sottofondo), perché il Natale è una festa che io non amo affatto. In realtà il mio rapporto è conflittuale con tutte le feste, il Natale in particolare. Non so dirvi da cosa nasca questa avversione verso questa ricorrenza, ma dacché ho memoria è sempre stato così, finanche da bambina. Probabilmente dipenderà dal fatto di essere cresciuta in una famiglia che non ha aspettato che fosse “Babbo Natale” a ricordarmi il gusto di scartare dei regali, o probabilmente dipenderà dal seguire di poco il mio compleanno e quindi il pacchetto di entusiasmo emotivo che mi concedo si è esaurito a distanza di pochi giorni. Oppure la soluzione me la forniscono gli australiani, il non avere un compagno accanto per questa ricorrenza da troppi anni, insomma è giunta l’ora di trovarmi un “Amante per Natale”, per la gioia di chi mi è vicino. La risposta del mio amante immaginario in vista del prossimo Natale arriva in un lampo, con oltre quattro mesi di anticipo: “ Scatena il tuo piccolo cuore. Non preoccuparti del prezzo, vendimi la tua anima!”, “Rock Your Heart” sembra essere il giusto avvertimento a ciò che verrà nel mio prossimo futuro.

Stop, il Lato A finisce così, con una domanda ed una risposta nel giro di soli sei minuti. AC/DC come mantra della vita. Intanto è finito pure il wisky nel bicchiere e sull’amaca inizia a fare eccessivamente freschetto. Prima di riabbassare la puntina per il Lato B rincaso, felpa, ghiaccio e Black Label è il kit per i prossimi venti minuti di pura goduria.

Un b-side che inizia con una super Hit “Are you ready” che non lascia scampo nel riffing possente e nel chorus impreziosito dal grande contributo delle backing vocals. Pesante e granitica per tutta la sua durata “Got you by the balls” marcia con sonorità grezze e elementari, ma è di sicuro impatto fin dall’inizio. “Shot of Love”, una botta d’amore, fedele alla linea hard del gruppo ma coerente con i temi del testo nel sound meno calzante e psichedelico dei precedenti, ciononostante risulta di pregevole fattura. Dopo altri due brani ecco che parte la scheggia finale “If You dare”, che dopo un inizio in sordina esplode. Parte il giro di chitarra mentre la voce di Brian stride nelle strofe per sfociare nel coro grandioso che ti invita, ti costringe, a cantarlo con tutto il fiato che hai in corpo, o con il miagolio che hai in canna, Baba’s style.

La pausa “black” è terminata, un altro dito di wisky è ancora nel mio bicchiere, intenta ad agitare i cubetti di ghiaccio prima di vederli liquefare del tutto tolgo il vinile dal giradischi, lo rimetto nella confezione e torno a restituirlo al suo legittimo proprietario, un collezionista d’eccezione, colui da cui tutto ha avuto inizio, mio padre. Rientro in casa e mi accorgo che non tuona più, e che dopo ogni tempesta – anche solo emotiva – il sereno è sempre dietro l’angolo, bisogna solo avere la pazienza di aspettarlo. Con la giusta colonna – vinilica – sonora.

A cura di Fabiana Criscuolo

Fabiana CriscuoloFabiana Criuscuolo

Social Addicted. Sceneggiatrice su Whatsapp. Esperta in drammi sentimentali, pizze, panini e piadine. Sempre in bilico fra le due passioni: la ricerca scientifica e il giornalismo. Penna cinica del web appassionata di musica, arte e viaggi.

2018-08-03T17:29:33+00:00 3 agosto 2018|I Discopatici: malati di vinile, Rubriche|0 Commenti