Il Teatro Olimpico, sul Lungotevere Flaminio, è una delle culle della cultura romana attuale. Una tappa quasi obbligata per la PFM il 12/03, in tour promozionale per Emotional Tattoos!

Emotional Tattoos è album insolito per la storica band italiana cui avevamo dedicato una nostra recensione. L’atmosfera, in platea, è conviviale: i fan storici, fra di loro, a quanto pare, si conoscono tutti.

Sale sul palco, circa quindici minuti prima delle nove, una ragazza, affiancata da uno strano strumento, sconosciuto ai più: un’arpa elettrica. E Micol, questo il nome dell’artista diplomata al conservatorio e con un curriculum che include collaborazioni con Riccardo Muti, inizia a suonarla con grazia e leggerezza. Dopo le prime note, si riconosce finalmente la melodia: è una cover di Stairway to Heaven, in cui l’epòs zeppeliniano è trasformato in incantevoli nubi sinfoniche. Segue poi un altro classico rock, Space Oddity, e David Bowie non avrebbe potuto essere altro che felice nell’ascoltare una così originale cover del suo brano. Infine, un immortale successo di Bruce Springsteen, Born to Run: la frase musicale iniziale diviene più di un’omaggio al Boss.  Solo tre brani, per Micol, ma ci annuncia che presto ci sarà una data all’Auditorium Parco della Musica interamente dedicata a lei, il 4 maggio, in cui presenterà il suo disco d’esordio.

Passano una ventina di minuti. Gente continua ad arrivare, il teatro è gremito. Ed il pubblico appartiene ad ogni fascia d’età: ci sono famiglie con bambini, ventenni, ma soprattutto, ed è meraviglioso, persone dell’età dei fondatori della PFM. Loro c’erano agli esordi, e ci sono ora, durante questo drastico cambio di rotta di Emotional Tattos che non ha convinto in molti. Troppo pop, dicono.

Finalmente, arriva sul palco la formazione al completo, ed è quella di Emotional Tattoos più uno. Due batterie, una a Franz di Cioccio ed una a Roberto Gualdi, Patrick Djivas (con tanto d’occhiali da sole) al basso, le new entry Alessandro Scaglione alle quattro tastiere e il chitarrista Marco Sfogli a “tutte le chitarre immaginabili” (cit di Cioccio), il Maestro Lucio Fabbri, polistrumentista (che, sorpresa! Sta collaborando con i Maneskin), a violino elettrico a cinque corde (immancabile il distorsore, per creare fantaestici effetti) e seconda tastiera. Ed infine, il secondo cantante e polistrumentista Alberto Bravin. Grande assente è, come al solito, Franco Mussida, andatosene nel 2015, e rimpiazzato dall’ottimo Marco Sfogli.

Si inizia con Emotional Tattoos, col brano Il Regno. E si avverte subito la differenza con l’era Mussida: il sound è più pieno, e, soprattutto, Sfogli sorride. E si diverte sinceramente. Nessuno sbaglia una nota, Djivas fornisce quel tappeto musicale impeccabile, di Cioccio canta con qualche portamento dovuto forse all’emozione (e questo è sintomo di quanto sia ancora giovane questa band). Si prosegue (ed è doveroso, dice il vocalist) con La luna Nuova, un’esplosione di suoni fiabeschi, e di Ciocco torna alla batteria e alle percussioni (l’intro di tamburello è un classico), lasciando la voce a Bravin. Che non lo fa rimpiangere: una voce cristallina e coraggiosa: un giovane in mezzo a dei mostri sacri che non ha paura di mettersi in gioco. Alla lunghissima suite segue poi Photos of Ghosts, brano del 1973, risalente addirittura al terzo album in studio della PFM, e primo italiano a posizionarsi nella Billboard top 200. Un’esecuzione magistrale, ma, come già detto, senza Mussida il suono è diverso: c’è un’enorme ricchezza di strumentazioni, di cori, di archi di supporto e del violino solista, di arpeggi di piano. In linea col rock prog attuale europeo. Stesso vale per la splendida Il Banchetto, addirittura dal secondo album, Per un amico. Bellissimo interludio di flauto e di pianoforte basso. Una prova di grande musica è fornita dal nuovo tastierista, Scaglione, che si destreggia fra orchestrazioni e distorsore. L’intermezzo strumentale, lento e rilassante nell’originale, è aumentato di velocità e trasformato in un brano da stadio, violentissimo e coloratissimo. Segue Dove, quando, p I e  p II, da Storia di un Minuto (ed onestamente, uno dei brani preferiti dalla scrivente), che vede un di Cioccio delicatissimo alla voce. La divertentissima Carrozza di Hans (e l’attacco di chitarra acustica nella seconda parte del brano è storia), violino dissonante e doppia batteria, prelude a Impressioni di Settembre: quando il pubblico realizza di star ascoltando il grande classico, sguardi trasognati appaiono. Al contrario, l’arrangiamento di quest’ultima è calmo, rilassante, sognante. Al posto di Mussida canta di Cioccio, ed i fan storici un po’ storcono il naso.

 

Dopo questo viaggio nei primi anni ’70, periodo glorioso ed irripetibile, si passa al presente. Di Cioccio presenta Emotional Tattoos, già iniziato con Il Regno, con un quartetto delle canzoni più rappresentative: la Lezione, brano ben ritmato trasudante ottimismo; la Danza degli Specchi, un Branduardi trasportato nel mondo del prog, e, per ammissione di Cioccio, una commistione di generi; un tuffo nel crudele ed opprimente mondo moderno, regno di raccomandati e “spacciatori di sorrisi”, con il singolo Quartiere Generale. Dal quartere generale si passa in Freedom Square, la piazza personale della PFM dove è libera di suonare ciò che vuole, come lo vuole, perché lo vuole: ed è infatti uno dei pezzi strumentali meglio suonati del concerto. Forse perché le new entry hanno partecipato attivamente alla composizione. Forse perché le luci aggressive ben si accompagnano al sound veloce. Dagli anni ’80 proviene poi Maestro della Voce, appartenente ad una svolta più pop della PFM: di Cioccio si agita, canta, batte sul tamburello, incita il pubblico. Ed ha 71 anni. Arrivarci, così. La verità, probabilmente, è che si è giovani in eterno se si ama come si vive.

Djivas, senza togliersi gli occhiali da sole ma alzandosi dallo sgabello sul quale era seduto da inizio concerto, prende la parola. E strappa risate su risate. Presenta uno dei momenti più sconosciuti ma più felici della musica italiana, con una semplice domanda: Cosa penserebbero i grandi compositori neoclassici e romantici della PFM? Con una punta d’orgoglio, è un’ammissione della propria grandezza e della consapevolezza di aver (ri)fondato un genere, tanto da potersi elevare a ciò che in passato fu. Un notissimo brano di Prokofiev, ci presenteranno, dice. Da PFM in classic. Ed infatti parte La Danza dei Cavalieri, dal balletto Romeo e Giulietta, che vede protagonista chitarra e basso nella parte iniziale, esplodendo poi in un vero e proprio mini concerto di art rock, dove le impeccabili chitarre, solista e ritmica (il polistrumentista Alberto Bravin) imbraccia una chitarra elettrica. A metà canzone parte il famosissimo interludio di violino, in cui, ovviamente, il maestro Lucio Fabbri la fa da orgoglioso padrone. I fagotti e gli oboe in originale sono sostituiti dai suoni sintetici della competente tastiera, gli archi dalla chitarra elettrica. Sette minuti di capolavoro, di occhi lucidi, di gioia per l’udito. Il plauso del pubblico è totale.

Si torna al prog puro con Mr 9 Till 5, briosa e frizzante, per poi incappare in un altro capolavoro dell’umanità: la famosissima overture di Guillame Tell di Rossini. Di Cioccio coinvolge in pubblico invitandolo a battere le mani. La famosa marcetta permette di ammirare, come se ce ne fosse il busogno, la maestria di Lucio Fabbri, supportato dalla chitarra elettrica e dalle ottime e non invadenti percussioni di di Ciocco stesso e di Gualdi. Con un pedale, Fabbri modifica il suono del proprio violino elettrico: piccoli accorgimenti che attualizzano una grande opera.

Sarebbe finita. La PFM ringrazia ci sono gli inchini. Ma non ci crede nessuno. E dopo pochi minuti la band torna sul palco, con un grande classico: il Pescatore di De Andrè, nella versione PFM canta de Andrè. Una gioia, come sempre. Con un boato, viene poi riconosciuta E’ Festa, da Storia di un Minuto: uno dei brani preferiti dai fan, lasciato sempre per ultimo nei concerti. Eccezionale brano, una vera e propria esperienza di sinestesia. Segue, infine, Celebration, uno degli altri grandi, grandissimi classici: con assolo di batteria, di Cioccio e Gualdi che si fronteggiano ridendo come due ragazzini alla prima cover band. Ed infine, in chiusura, di Cioccio invita il pubblico (un po’ addormentato, dopo due ore di concerto) a cantare Se Le Bresciòn. Perché la musica è potente, è un solo continente.

La musica è universale. È un unico linguaggio: inutile è dividere e categorizzare in generi, perché la musica che un individuo ama rappresenta sè stesso. E nessun essere umano, essere complesso e senziente, può essere racchiuso in un’asfissiante categoria. La rinnovata PFM splende di nuova luce, e non ha alcuna intenzione di spegnersi.

Scaletta PFM 12/03

Il Regno

La Luna Nuova

Photos Of Ghost

Il Banchetto

Dove… Quando…

La Carrozza Di Hans

Impressioni di Settembre

La Lezione

La Danza Degli Specchi

Quartiere Generale

Freedom Square

Maestro Della Voce

Romeo E Giulietta: Danza Dei Cavalieri (Cover di Sergei Sergeyevich Prokofiev)

Mr. 9 Till 5

Guillame Tell Overture (Cover di Gioachino Rossini)

Encore:

Il Pescatore (Cover di Fabrizio De André)

È Festa

Drum Solo

Celebration

Live report di Giulia Della Pelle

Photogallery di Pasquale Colosimo