Se il grande Muddy Waters fosse ancora vivo sicuramente avrebbe apprezzato. Ci riferiamo al concerto del bluesman statunitense Keith Dunn che, lo scorso 30 agosto al parco comunale di Busto Garolfo (in provincia di Milano), ha animato la quarta serata del Soundtracks festival, la rassegna gratuita che appena sette giorni prima, nella vicina Nerviano, aveva portato anche la celeberrima Treves Blues Band. L’appuntamento musicale ha fatto registrare il tutto esaurito per il piccolo comune dell’Altomilanese: ci si aspettava 300 presenza e ne sono arrivate oltre 400, che hanno affollato il parco. Dunn non ha deluso le aspettative, con uno show dedito al blues elettrico più classico, quello di Chicago, proiettando i presenti tra boogie e shuffle con qualche puntata nello slow e nel funky blues. Dunn è un armonicista di colore nato a Boston ma attualmente residente in Olanda, a Rotterdam. Come spesso accade ha cominciato da piccolo ad appena 12 anni, suonando per le strade: non c’è nulla di più “blues” di così. Negli anni si è fatto conoscere come musicista suonando anche con James Cotton, Jimmy Rogers o Big Mama Thorton. Ha solo due album all’attivo pubblicati nel 2003 e nel 2006. Lavora anche come produttore ed ha una fondato una sua etichetta. E’ descritto da tutti come una persona umile e socievole, un vero “signore”. Si è dimostrato tale anche sul palco. Accompagnato da una band di sessionman italiani (tra cui segnaliamo Gabriele Dellepiane, bassista anche di Treves) ha proposto un concerto che deve tutto alle sue radici: oltre a Muddy Waters e al già citato Cotton, si trovato echi dei due Sonny Boy Williamson ma anche del soul di Smokey Robinson. L’armonicista si è scaldato soprattutto nel finale, in particolare dopo un breve set solitario di armonica e voce dove si è cimentato in una toccante versione di “Rock me baby”. Forse qualche watt in più non avrebbe guastato, ma almeno i presenti sono stati costretti ad ascoltare con attenzione lo spettacolo, capendone meglio le sfumature.

 

 

Ph: Massimo Tuzio

A cura di Stefano Vietta