Il flop dei Judas Priest che è un manifesto degli anni Ottanta – Turbo [Recensione]

Il nome dei Judas Priest viene generalmente accostato a una forma estremamente precisa di Heavy Metal, quasi canonica, insieme agli Iron Maiden. E con ottime ragioni. Si tratta infatti di una delle band più rappresentative del genere, imprescindibile per ogni fan del Metallo Pesante. In più di quarant’anni di carriera il quintetto ha sfornato successi indimenticabili come Breaking the Law e Painkiller, tanto per citarne qualcuno. Eppure Turbo si muove su tutto un altro filone.

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Siamo nel 1986 e in questo periodo, più di ogni altro, vanno di moda i sintetizzatori, i trigger e miriadi di effetti in studio di registrazione. E’ la decade di successo dell’Hair Metal, costretto all’estinzione dopo il 1990. I Def Leppard hanno pubblicato Pyromania nel 1983 e pubblicheranno Hysteria nel 1987, dischi rappresentativi del genere e del periodo: il secondo in particolare venderà venti milioni di copie, segno della grande popolarità del genere. Gli Iron Maiden pubblicheranno, proprio nel 1986, Somewhere in Time, ricco di sintetizzatori e guitar synth. Tutto il Metal mainstream si muove quindi su questo frangente. E i Judas Priest non volevano certamente essere da meno. Del resto, è in quella direzione che si muove il mercato. Inoltre, il bacino di fans dagli Stati Uniti doveva ancora essere sfruttato e questo era il genere di maggiore presa su quel pubblico. Ecco quindi spiegato Turbo.

E’ noto che la scelta non ripagò Halford e compagnia. La svolta non piacque ai fan più accaniti, la risposta dal pubblico fu mediocre e le vendite deludenti: sebbene il mercato statunitense diede qualche risultato apprezzabile, complessivamente si trattò di un grave passo falso.

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Turbo si muove attraverso gli elementi stilistici del periodo Hair e Pop del Metal. Le canzoni hanno tutte un piglio più leggero, mentre i testi esprimono un innocente desiderio di ribellione, quasi adolescenziale. Motociclette, sesso e divertimento sfrenato all night long sono i tre principi dei testi di Turbo. A condire il tutto vi è uno stile musicale meno appesantito rispetto agli altri lavori del gruppo. Difatti le canzoni presentano numerosi tappeti di sintetizzatori, uno sfrenato uso del guitar synth e svariati ritornelli orecchiabili, seguendo un percorso di decisa commercializzazione del prodotto discografico. Non mancano poi sperimentazioni di suoni digitali tipici del periodo (in particolare in Hot for Love, facilmente accostabile per questa sua caratteristica a Owner of a Lonely Heart degli Yes).

Ad aprire il disco ci pensa Turbo Lover. E subito si capisce di aver a che fare con qualcosa di insolito per i Judas. L’uso intenso, quasi prepotente, del sintetizzatore in apertura di brano indica una chiara svolta nella definizione dello stile, confermata dal particolare suono delle chitarre e dal ritmo quadrato della batteria. Si tratta dell’unica canzone del disco ad aver avuto un successo duraturo: merito sicuramente di un atteggiamento ancora Heavy e di un ritornello che fa subito presa.

A seguire, Locked In e Private Property, che vanno ad alleggerire il carico lanciato dalla opener. Mantenendo i suoni fortemente digitalizzati di Turbo Lover, lo stile si fa meno aggressivo: testi più tranquilli, maggiori cori di sottofondo e ritornelli ancora più semplici. Brani quindi principalmente composti per avere una forte risposta del pubblico dal vivo. Lo stile si mantiene inalterato con Parental Guidance, con fortissimi richiami ai Def Leppard di Pyromania, in particolare nel bridge e nello stile del cantato.

Rock You All Around The World parte invece subito a cannone, col TURBO innescato. L’intro aggressiva si sviluppa in un ottima sequenza strofa + bridge, esplodendo in un perfetto ritornello. L’assolo a metà canzone dà un bell’assaggio di Metal classico, ritornando poi sul ritornello ripetuto ossessivamente: spettacolare la sezione di sola voce e batteria.

Out In The Cold, aperta da una malinconica sezione di sintetizzatori, è la canzone più lunga del disco. Estremamente ispirata in tutto il suo incedere depresso, il brano ci offre un’interpretazione molto sentita da parte di Halford, nonché dei pregevoli ricami di arpeggi di chitarra soprattutto nello special. Ma altrettanto belli sono gli accompagnamenti dei sintetizzatori, particolarmente azzeccati nel turbo judas priest recensionebridge, per non parlare dell’assolo di guitar synth.

La conclusione è affidata al terzetto Wild, Hot & Crazy Days, Hot for Love e Reckless, le quali poco si discostano dal resto del repertorio. La presa dei brani viene mantenuta costante, garantendo sempre una piacevole esperienza di ascolto. Mentre Wild, Hot & Crazy Days presenta nuovamente i richiami ai Def Leppard e Hot for Love i già citati accostamenti alle sperimentazioni degli Yes, Reckless è l’ottimo punto di conclusione per quest’opera.

A distanza di oltre trent’anni, Turbo costituisce un ottimo esempio del Metal della seconda metà degli anni Ottanta. Le sperimentazioni digitali sono più accentuate (e forse un po’ esagerate) rispetto ai Def Leppard. Tuttavia, pur accostandosi a questo gruppo, i Judas Priest riescono a mantenere una loro identità e interpretazione di quelle che erano le novità tecnologiche dell’epoca.

Effettivamente, rispetto a Somewhere in Time degli Iron Maiden, uscito lo stesso anno, si nota meno originalità, fattore probabilmente dovuto al tentativo dei Judas di muoversi su un terreno già collaudato e meno sperimentale. Come già detto, i risultati furono negativi, anzi i Maiden sperimentando ottennero un grande successo e l’incoraggiamento necessario per allargare gli orizzonti del proprio stile.

I Judas Priest furono invece fiaccati da questo colpo, come dimostrò il successivo Ram It Down che si muoveva ancora nel mondo Hair. Bisognerà aspettare Painkiller perché il quintetto raggiunga di nuovo il successo vero, ripiegando sullo stile di Metal più aggressivo che aveva caratterizzato e caratterizzerà la stragrande maggioranza della loro discografia.

L’insuccesso di Turbo sarebbe quindi da imputare soprattutto alla spiazzante sorpresa che il sound del disco fu per i fan più accaniti. Del resto, dopo nove dischi tutti improntati su un certo stile, questo disco rappresentava qualcosa di troppo diverso, benché in linea con lo stile dell’epoca.

Probabilmente fu anche il primo passo verso lo scioglimento che la band subì pochi anni dopo, nel 1992, aprendo una scia negativa di frustrazione all’interno del gruppo che neppure il successo di Painkiller riuscì a capovolgere. Difatti, Halford si allontanerà all’inizio degli anni Novanta per tornarvi circa dieci anni dopo.

E’ solo dall’inizio del Nuovo Millennio che il quintetto inglese ritornerà ai suoi fasti e sempre col suo stile Heavy Metal più aggressivo. Evidentemente non c’era posto per Turbo nella discografia dei Judas Priest, ma solo in quella degli anni Ottanta del Metal.

2018-12-21T19:03:40+00:00 21 Dicembre 2018|Recensioni|0 Commenti