Joseph Martone – Honey Birds [Recensione]

di Raffaele Calvanese

Joseph Martone è un songwriter atipico per il panorama italiano ed ancora di più per quello campano. Una sorte di cigno nero del folk rock che ha avuto i suoi natali negli Stati Uniti, precisamente nell’area metropolitana dell’Upstate NY per poi ritornare alle sue radici italiane.

Honey Birds è il suo primo album solista dopo una carriera insieme alla sua band Travelling Souls. Con questo album infatti il cantautore italo americano mette tutto se stesso in primo piano. Il nuovo percorso musicale di Martone inizia con a fianco due artisti di assoluto rilievo internazionale: Taylor Kirk, leader dei Timber Timbre  – che ha curato la produzione artistica del disco – e Ned Crowther, della band anglosassone The Fernweh, co-autore dei brani.

L’album è pubblicato in Italia dalla FreakHouse records mentre in Francia da InOuïe distribution e in Belgio da Luik Music. Si diceva del cigno nero, e molti sono i significati. Il sound di Joseph oscilla tra cantautorato folk e ballads dal sapore agrodolce. La voce graffiata sa sprofondare fino alle viscere del racconto di provincia per poi galleggiare su brani più leggeri.

Otto tracce capaci di mettere in evidenza la profondità compositiva di uno dei personaggi più attivi in terra di lavoro a livello non solo di produzione musicale ma anche di produzione. Il Mr. Rollys, in cui lo stesso Martone attira band provenienti da tutto il mondo è una fucina di contaminazioni musicali che spaziano dal soul all’elettronica. Molta di questa musica è rimasta attaccata alla penna ed alle corde di Martone che ha saputo restituire nel suo album una molteplicità di influssi capaci però di confluire sotto il comune denominatore del suo personale timbro folk rock.

Il disco è stato registrato fra Napoli e Montréal da Richard Reed Parry degli Arcade Fire con la regia di Pietro Amato, già musicista di Patrick Watson e Arcade Fire. Il lavoro è stato masterizzato sempre a Montréal dal Harris Newman (Vic Chesnutt, Astral Swans, Carla Bozulich).

Il primo singolo, The Deal, cita quasi come nume tutelare Ennio Morricone riprendendolo nei suoi arrangiamenti che si fondono con chitarre robuste e la voce profonda di Martone. L’album si muove su questo solco raccontando storie di sofferenza e rinascita come quelle che si possono osservare dal punto di vista privilegiato di chi siede ai bordi delle città, come quello di un cantautore globe trotter come Martone.

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