Joker non è sicuramente un film facile da recensire. Non solo perché parliamo di un vero e proprio evento cinematografico, ma anche e soprattutto per i molti livelli di lettura a cui si presta, in due ore di pellicola intense come poche altre. Forse non un capolavoro nel senso più stretto del termine, ma sicuramente un ottimo film, sopra la media cinematografica attuale, con l’ambizione di restare nella mente dello spettatore.

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A farla da padrone è l’interpretazione di Joaquin Phoenix, favorita anche dalla presenza più che secondaria degli altri personaggi sullo schermo. Il Joker di Phoenix è un uomo sofferente, in conflitto con una società che lo ha partorito per poi rigettarlo, lasciandolo in un angolo a marcire. Un progressivo camminare attraverso il dolore, una discesa nella follia che diventa infine una liberazione da essa: le origini del personaggio non potrebbero essere più suggestive, iniziando lontano dal mondo fumettistico per poi terminare lì, a un passo da quel Cavaliere Oscuro di Gotham di cui diviene la nemesi.

In ciò la presenza di Phoenix è determinante, indossando la maschera del clown criminale e scolpendone a imperitura memoria una versione umana, vendicativa, alla ricerca di affermazione, generata da una Gotham che ricalca gli anni ’80, seppur metaforicamente rimandando all’attualità degli Stati Uniti odierni.

La regia di Todd Phillips funziona più che bene, riuscendo a unire in due ore i diversi elementi in gioco, citando molta cinematografia di quegli anni ’80 che abbiamo citato poco fa, e accompagnando lo spettatore nel calvario di Arthur Fleck, colpendo allo stomaco in ugual misura il personaggio sullo schermo e il pubblico fuori da esso. Un ritmo coinvolgente, seppur asfissiante, portando verso il personaggio di Joker una grande empatia.

Eppure il messaggio di cui la pellicola si fa portavoce non è unicamente legato al mostrare le origini di questo personaggio, ma è anche utilizzare una icona del caos per rappresentare qualcosa di più, uscendo dai binari e mostrando una immagine rivoluzionaria, costruendo un mito che incrocia anarchia e lotta di classe. Uscire da Joker significa aver ricevuto una serie di input in grado di far riflettere le persone più diverse sul proprio ruolo in una società per certi versi perversa e malsana.

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Joker è un film da vedere e rivedere, mostrando ogni volta una faccia diversa, un dettaglio non notato, e scatenando emozioni contrastanti, tra la compassione per la condizione di Arthur e l’appoggio eticamente scorretto alla sua condotta, passando per una infinita serie di sfumature. Distaccandosi dal concetto di universo cinematografico condiviso, Warner Bros. segna un deciso punto nell’evolvere il concetto di cinecomics, mostrando come l’autorialità sia possibile e sia pienamente nelle di personaggi che hanno attraversato decenni della storia moderna e sono ancora presenti nell’immaginario collettivo, oggi più che mai.

Joker diventa così non semplicemente la nemesi di Batman, ma una rappresentazione degli impulsi umani, quegli impulsi eticamente sopiti ma che covano sotto la pelle di chiunque, in uno specchio realizzato sullo schermo del cinema. La vera domanda, alla fine, è solo una: siamo noi Joker, o è Joker a essere noi?

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