Intervista ai FASK, ovvero Fast Animals and Slow Kids

di Antonio Sartori
Martedì 7 Maggio siamo andati a trovare i FASK nella splendida cornice di via Vivaio 22, a Milano, un palazzo d’epoca che spartisce la sua magnificenza con la freschezza e la solarità del terrazzo e l’intimità vintage di alcune stanze impreziosite dagli scaffali ricolmi di vinili che rivestono le pareti sino a sfiorare gli alti soffitti.

Ne abbiamo approfittato per una chiaccherata con Aimone Romizi (voce), Alessandro Guercini (chitarra), Jacopo Gigliotti (Basso) e Alessio Mingoli (batteria), cercando di capire qualcosa di più del loro quinto e ultimo lavoro, “Animali Notturni”, in uscita venerdì 10 Maggio per Warner Music.

Ciao a tutti, vorrei partire dalle due primissime cose che -purtroppo o per fortuna- si notano di un disco: chi sono gli animali notturni? Perché avete scelto questo titolo, e in cosa la copertina lo rispecchia?

Dare il titolo a un disco è un lavoro estremamente difficile, poichè richiede la ricerca di alcune parole, possibilmente poche, che possano rappresentare tutto il concetto del disco: è la massima espressione del riassuntino scolastico, e per questo non è mai troppo appassionante.
Storicamente noi decidiamo i titoli dei nostri lavori chiudendoci in un ristorante cinese a Perugia, costringendoci a tirarlo fuori in una notte. Questa volta è stato più arduo, e non ce l’abbiamo fatta.
“Animali Notturni” è il titolo di un pezzo, e fra l’altro è anche il titolo di un bel film, ma il vero motivo è che eravamp alla ricerca di una frase capace di incarnare le due anime del disco.

L’animale notturno è allo stesso tempo il ragazzo, o la ragazza, che fa serata in riviera, che si sfascia fino a fare schifo, che va avanti senza pensare a nulla, spinto solo dalla voglia di uscire, di far qualcosa; ma allo stesso tempo l’animale notturno è anche chi si nasconde in casa, scrive dei suoi problemi, riflette su se stesso, oppure ascolta un disco.
Credo che questi due aspetti coesistano in tutti noi, e il disco è impostato proprio così: una parte è estremamente oscura, mentre l’altra prende coscienza delle proprie paure e le affronta, trovando un motivo per andare avanti, uscire e star bene.

In più ci piace la parola “notturni”, perché essendo un disco sonoramente cupo per la maggior parte, lo identifica anche musicalmente, è un disco che di notte si ascolta bene.

La copertina rimanda un po’ a questo immaginario, ma inoltre si carica di un significato più concreto: noi abbiamo suonato moltissimo, abbiamo girato gli angoli più remoti d’Italia in furgone, un anno addirittura abbiamo tenuto 105 date, e spessissimo è capitato di trovarsi e riposare in Motel e posti simili. In questo senso la copertina aiuta a mantenere il contatto con realtà.

Come siete arrivati a questo disco, cosa avete voluto comunicare?

“Animali notturni” da un punto di vista tecnico è l’azzardo più assurdo di tutta la storia dei FASK, perché per la prima volta dopo tanti anni siamo tornati a confrontarci con un produttore.
Difatti, il nostro primo disco è stato registrato assieme ad un produttore, dopodiché ci siamo chiusi “in famiglia”, in una casa su un lago del Montepulciano, e abbiamo registrato i tre album passati.
Questa volta sentivamo di esserci richiusi in una sorta di comfort zone, allora abbiamo deciso di cambiare totalmente, e da lì è nata la collaborazione con Cantaluppi.
È stato un incontro allo stesso tempo cercato e fortunato, con lui ci siamo trovati benissimo e per la prima volta siamo riusciti a ottenere esattamente quello che avevamo in testa, un evento rarissimo in musica, e che auguriamo a tutti gli artisti di provare prima o poi.

Per quel che riguarda la composizione, abbiamo proseguito la lunga scia di ricerca egocentrica e terribile di purezza: questo album è l’ennesimo tentativo di scavare in profondità; abbiamo messo la nostra vita qui dentro, c’è anche una sorta di funzione terapeutica.

Sonoricamente è un disco molto pensato, pregno di studio soprattutto negli arrangiamenti; riascoltandolo siamo molto contenti e soddisfatti, in generale crediamo di esser riusciti a tenere la soglia attenzione alta.
Abbiamo puntato il più possibile alla forma-canzone, cercando un disco “driving rock” all’americana, sulle orme di Bruce Springsteen, come per esempio è sottolineato dalle batterie molto dritte e ritmate, figlie di un grande lavoro sul rullante.

Più in particolare, cos’ha portato Cantaluppi nel suono dei FASK?

Noi siamo arrivati con i pezzi già abbastanza definiti, già molto scritti; non ci sono stati grandi stravolgimenti, ma comunque qualche elemento è cambiato, ad esempio la batteria: senza troppi giri di parole, lui si è battuto per farci capire che la nostra batteria era troppo “pomposa e stronza”.
Più in generale ha donato cristallinità al suono e ha fatto suonare l’album precisamente come volevamo.
È stato un incontro preciso, bello e inaspettato, ma non casuale: abbiamo pre-prodotto l’album cinque volte, con cinque produttori differenti, ma lui è stato l’unico a cogliere appieno determinati aspetti, generando una qualche magia emozionale.
Ogni artista deve aspirare a seguire i passi dei propri idoli, e se questo disco un po’ suona come la musica di Springsteen, con tutti i dovuti distinguo del caso, è anche merito suo.
E poi la sua cultura musicale è davvero spaziale, è uno storiografo del pop e del rock impressionante.

Al di là dell’influenze internazionali, ci sono degli artisti italiani a cui vi rifate o che apprezzate in particolare?

Forse la band italiana che accomuna tutti e quattro sono i Tre Allegri Ragazzi Morti (qui l’intervista a Davide Toffolo), in particolare apprezziamo molto i loro testi, sempre delicati e mai pesanti.
Ultimamente Alessandro (Guercini, il chitarrista, ndr) è entrato in un loop insensato di “Se telefonando”: nonostante sia una canzone molto classica e conosciutissima è stata quella che ha ascoltato in assoluto di più durante l’ultimo; forse è la voce di Mina, forse l’arrangiamento condensato in due minuti e mezzo di uno straordinario Morricone, forse il testo di Maurizio Costanzo (ridono)… chissà.
La band che però abbiamo ascoltato in assoluto di più (fra le italiane e non) nell’ultimo periodo sono i REM, sentiamo quella musica molto “nostra”.
Anche negli ascolti, una nostra caratteristica è la poca contaminazione da parte di mondi diversi: siamo molto chiusi fra di noi, ad esempio non è mai capitsto di collaborare con artisti di altri generi, Rap per dirne uno, perché prima riteniamo di dover fare la nostra musica, e poi perché deve sempre esserci a priori una connessione empatica e di sentimenti, oltre che un comune intento musicale, al di là della forma d’espressione che è propria e singola di ognuno.

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Avete definito quest’album come un nuovo inizio per i FASK, per la precisione avete detto che questo è il vostro “primo Gennaio del 1900”: il brano “Novecento” proviene da questa soddisfazione di cui parlate, dall’aver trovato una quadra musicale? Può essere inteso come manifesto del vostro percorso?

Più che manifesto del percorso musicale, che fortunatamene è ancora in corso, è un manifesto del nostro periodo storico, e personale: anche se pesante, anche se buio, una via via di uscita c’è.
“Novecento” è l’ultima traccia non a caso, rappresenta il punto di arrivo psicologico e la chiusura del disco e per questo abbiamo deciso di concedergli lo spazio che si meritava; è una traccia che sta bene lì, il fatto di essere in ultima posizione non è sinonimo di minore importanza, e il disco per noi deve compiere un percorso e avere un senso in sé: vogliamo poterlo riascoltare fra quarant’anni -se ci arriviamo- senza rimpianti dovuti a logiche di mercato o di ascolti, e far sì che ci piaccia.

Rimanendo al primo gennaio del 1900: le prime decadi del ventesimo secolo sono state predominate filosoficamente dall’esistenzialismo.
In un certo senso questo vostro album può essere definito “esistenzialista“, sia per la direzione musicale totalmente avulsa dalle tendenze musicali imperanti del momento, che per l’intimità dei testi.

In questo disco abbiamo tentato un azzardo epocale: arriviamo a dire “amore” e “cuore”; pronunciare queste parole dopo anni che si ha voluto evitarle è un passaggio liberatorio.
Non è stato per nulla facile, ma è un mettersi in gioco provando a veicolare un pensiero; è un grande rischio perché si rischia di esser identificati come “pop” o comunque alla ricerca della tendenza mentre, come giustamente hai detto, noi adoperiamo una ricerca musicale che non bada alle tendenze del momento.
Detto ciò, il rischio è fondamentale, se registrando un disco non si prova un qualche brivido, significa il disco non funziona.
E poi noi dobbiamo suonare ai concerti, con che faccia possiamo andare sul palco, di fronte a tutte le persone, e deluderle con delle canzoni ripetitive e senza anima?
Lo scopo primario è creare musica che sia bella per noi, fare quello che ci piace: può essere un limite, sicuramente è drammatico, ma è così. Non siamo mai riusciti a scrivere per gli altri, non è facile perché si applica una sintesi della realtà, che noi non siamo capsci di fsre: scriviamo per noi stessi, alla fine è tutta una questione di sensibilità soggettiva e onestà nei confronti di se stessi.

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In “Radio radio” parlate di compromessi. Qual è il compromesso dei FASK?

“Radio radio” è proprio l’emblema del discorso che abbiamo appena fatto; alcuni l’hanno intepretata come critica nei confronti delle radio, e per carità, può anche starci, ognuno percepisce qualcosa di diverso e va sempre bene.
Il vero senso però, quello più profondo, è quello legato alla libertà: non è importante dove passi il pezzo, l’importante è il cuore, il creare spontaneamente; non puntare a quel che funziona ma a noi stessi, a una comunicazione vera.
La ricerca assoluta di libertà espressiva al di là di una ricerca artificiale di appagamenti dei gusti è quello che ci caratterizza: non potremmo mai piantare dei paletti che limitino la purezza, se non si è istintivi non si può nemmeno essere potenti in termini comunicativi.

A proposito di pubblico e di grande pubblico, voi FASK come avete vissuto l’esperienza del primo Maggio (qui report e photogallery)?

Terribile. Non suonavamo da un anno e mezzo e dal come ritorno siamo stati catapultati in quel delirio che è il primo Maggio.
Chiaramente è stata un’esperienza fantastica, ma allo stesso tempo è stato traumatizzante: suonare per la prima volta dopo tanto tempo, dovendo utilizzare le cuffiette, sbrigandosi in nove minuti, obbedendo ai ritmi marziali, portando ben due pezzi nuovi, davanti a migliaia di persone, senza contare la diretta TV che vedrà anche tua nonna, in mezzo a tutta la frenesia e l’adrenalina, pensandoci a posteriori è un po’ una stronzata, non lo consiglierei.
In ogni caso la pioggia e la conseguente distesa di ombrelli ci hanno tranquillizzati, vedevamo meno i volti delle persone. E poi comunque è andata bene, molto meglio di quello che ci aspettavamo.

A questo punto il vostro tour sarà una passeggiata.

Senza dubbio, anche se la prima data del tour sarà comunque parecchio impegnativa: non abbiamo pensato ad un classico pretour di rodaggio o a una “data zero” in qualche fazzoletto sperduto del mondo, ma al contrario partiremo dal Miami festival, di fronte a 9000 persone.
In generale il tour rappresenterà la parte più impegnativa di questo progetto: alcuni pezzi presentano un arrangiamento molto complesso, e il lavoro di ri-arrangiamento attraversa jn processo di sintesi non semplice. Sensa considerare la gestione della scaletta e del palco.

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Forse è un caso, forse no, ma ci troviamo a poche decina di metri dall’Istituto dei ciechi di Milano. Se dovessi ascoltare il vostro album ad occhi chiusi, come farebbe un cieco, o come si fa quando cala la notte, quale o quali immagini vorreste che mi apparissero in mente?

Aimone Romizi: Questa è una domanda stronza, sintetizzare il disco in un’immagine non è semplice, è un po’ come dare un titolo.
A me piace molto contestualizzare i dischi, ricordo di stare ascoltando questo disco mentre correvo in una foresta vicino a un fiume, per cui attribuirei all’album un ambiente molto naturale, magari una foresta notturna, piena di animali silenziosi e allo stesso tempo di quei suoni silvani che non infastidiscono.

Alessandro Guercini: forse un’autostrada, per riprendere la tematica del “driving rock”, e una macchina che la percorre in piena notte notte; tutta la scena però non è reale, ma viene proiettata sullo schermo cinema completamente vuoto.

Alessio Mingoli: a me piace molto l’immagine del neon, che è presente anche nella copertina. Tutto è nato da un documentario che stava guardando Alessandro: parlava di Honk Kong e dell’arte relativa alle insegne luminose, che sta scomparendo, a causa della sostituzione dei neon a opera dei led; nonostante ciò esistono alcuni artigiani, o forse addirittura solo uno, che continua a realizzare queste insegne.
Mi era piaciuta molto l’idea dell’arte che non muore mai, che riesce sempre stagliarsi, anche se soltanto nella forma di una luce solitaria all’interno del buio del mondo e di questo disco, come via d’uscita sempre percorribile.

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