Intervista ad Andrea Tich, tra sogni e ricordi raccontati dal suo alter ego.

di Paola Pagni

È uscito in digitale “STORIA DI TICH” il nuovo album di inediti del cantautore ANDREA TICH (le versioni cd e vinile special packaging, picture disc & gadgets saranno disponibili in primavera).

Storia di Tich” è un disco fatto di tappeti sonori in cui l’alter ego Tich si racconta con maturità e consapevolezza. Compagni di viaggio in questo itinerario onirico fatto di reminiscenze sono la MAGISTER ESPRESSO ORCHESTRA, il musicista e scrittore ALESSANDRO SBROGIÒ e il fedele collaboratore CLAUDIO PANARELLO.

«Da tempo volevo registrare un album in cui le canzoni fossero legate l’una all’altra, come i giorni, i mesi, gli anni che mi hanno portato fino qui – afferma Andrea Tich – Un viaggio a ritroso nelle visioni, sapori, odori e sensazioni che ho sotto la pelle».

Abbiamo scambiato qualche battuta con Andrea Tich, perché la poesia di questo suo Alter Ego ci ha letteralmente rapiti.

INTERVISTA AD ANDREA TICH

Ciao Andrea, benvenuto su Insidemusic. Come va? Immagino tu sia a casa, giusto?

In questo momento sono nella mia nuova casa, ho traslocato durante il covid ed è stato un disastro.

Complimenti per questo lavori molto poetico, che dalla copertina mi aspettavo psichedelico, ed invece è molto rilassante

Si sono uno psichedelico interiore

Perché da cantautore decidi di raccontarti tramite il tuo alter ego e di farlo quindi in terza persona?

Il fatto è che il mio alter ego, Tich, è nato prima della mia storia musicale. In realtà era un personaggio di un mio fumetto. Col mio primo disco poi è uscito fuori: per me è un amico immaginario ma reale, che mi accompagna da sempre. Ho scelto di “premiarlo” così, e gli ho detto: racconta tu la mia storia che forse sei la parte più obbiettiva e ricca di fantasia. Così mi è venuto in mente di fargli fare da cicerone in questo percorso musicale. Nel disco si va dal sogno al ricordo, ma sono tutte situazioni reali. La psichedelia in effetti c’è ma, alla Pink Floyd, più introspettiva. È come se io raccontassi lui e lui raccontasse me. Ed infatti il disco è proprio dedicato a Tich.

È necessaria un’introduzione per ascoltare la storia di Tich? Come ne consigli l’ascolto?

Già dall’inizio con questa voce di bambino che diventa adulto entri in un mondo fiabesco, ti mette a tuo agio, quindi capisci che è una storia da seguire. Poi questi raccordi tra una canzone e l’altra che introducono le prime note, penso lo rendano un ascolto da seguire in modo abbastanza automatico, almeno questo era l’intento.

Tu dici che il comune denominatore di queste storie sono i sogni, il che mi fa pensare ad un modo per vedere dalla realtà.  Ma in che periodo è nato questo lavoro?

Il lavoro è stato concepito in situazione normale. La pandemia è scoppiata nella fase finale quando tutto era già delineato, infatti i missaggi sono stati fatti tutti da remoto. C’è una canzone però, che è contenuta solo come bonus track, nella versione cd, che si intitola Riavremo le ali.

Questa è nata perché durante la lavorazione dell’ultimo brano “Pensa se noi avessimo le ali”, ci siamo detti pensando alla situazione “vedrai che riavremo le ali”. Così mi venne come spunto di scrivere una canzone in piena pandemia, nella parte più spaventosa quando c’era il panico perché non si riusciva a capirà cosa stesse succedendo.

Stavo facendo il trasloco e sono rimasto metà da una parte e metà dall’altra. Per fortuna ho tenuto il mio piccolo studio ed ho voluto scrivere quel brano che quindi esula dal resto del lavoro.

Quindi tu avevi deciso di sognare a prescindere.

Sai perché Paola? C’è stato un momento in cui ho fatto una specie di cernita tra le tantissime canzoni che ho, vecchie e nuove. Ne ho raccolte dieci e mi sono reso conto ascoltandole che avevano un comune denominatore che era appunto quello del sogno e del ricordo.

Così è venuta l’idea ti Tich, l’idea di raccordare i brani con delle voci di persone a me conosciute, per renderlo proprio come un’opera pop. In più poi c’è la ciliegina sulla torta che è il disegno di Matteo Guarnaccia, questo grafico fantastico.

È nato per caso, ma è stato uno spunto geniale per uscire con qualcosa di originale. Vorrei che ogni mia uscita discografica fosse a sé, come faceva Frank Zappa, sorprendendo sempre chi ascolta.

In particolare però Megavita Megamore non è solo un sogno ma è un ricordo sognato

Questo è una specie di trailer di quello che è l’album, nel senso che lì il testo è molto chiaro. Parla di tre fasi della mia vita, infanzia, giovinezza e trasloco a Milano che è una città che può essere buona e può essere cattiva.

Mentre le altre canzoni sono racconti di sogni fatti o di cose oniriche da interpretare. Questa è più chiara. Diciamo che è la canzone che rappresenta più chiaramente l’essenza di quello che vuol essere questo lavoro

C’è una frase in particolare, “io cantavo le canzoni e già pensavo questa vita mi appartiene”: intendi la vita da musicista?

Si, la mia vita con la musica

E come è entrata la musica nella tua vita?

Avevo una vecchia chitarra a casa mia, aveva solo due corde. Io strimpellavo ed accordandole in un certo modo riuscivo a fare accordi raffazzonati. Mi piaceva. Allora ho iniziato a scrivere canzoni con la chitarra a due corde. Ho ancora le registrazioni, sono un archivio di me stesso (ride). Così ho capito che questa cosa sarebbe stata mia. Ho detto: io devo far parte di questo mondo. Ed è stato il motivo per cui sono venuto a Milano.

Hai pensato a come portare questo lavoro live? Quale pensi sia la sua giusta dimensione?

Si certo ci abbiamo pensato. L’ideale sarebbe stato che la promozione venisse fatta da un quartetto d’archi, chitarra acustica e voce. Purtroppo anche se il disco uscirà ufficialmente il 23, al momento questa cosa non la possiamo fare. Ma l’idea resta questa, per quando si potrà, anche se essere in 5 è sicuramente più impegnativo.

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