“Pornostalgia”: Intervista a Willie Peyote

di Giusy Alfano

Dalla mezzanotte del 6 Maggio 2022 è disponibile in tutti i negozi e gli store digitali il nuovo album di Willie Peyote, pseudonimo di Guglielmo Bruno: “Pornostalgia“.

Il disco, anticipato i primi giorni di aprile dal brano manifesto “Fare Schifo” (con la partecipazione di Michela Giraud) è stato pubblicato dalla Virgin Records/Universal Music Italia.

L’album consta di tredici tracce e Michela Giraud non è l’unica compagna di avventure di Willie: incontriamo, infatti, le nuance elettroniche di Samuel nel brano “Diventare Grandi”; mentre, con i “Soldi Non Esistono”, si ritorna sull’hip-hop più tradizionale insieme a Speranza e Jake la Furia; fino al raggiungimento di sonorità più sinfoniche con i Fast Animals and Slow Kids in “Robespierre”. L’album è impreziosito ulteriormente da una chiosa di Emanuela Fanelli rivolta alle dichiarazioni di Willie Peyote nel brano precedente.

INTERVISTA A WILLIE PEYOTE

“Non sono neanche più incazzato/vecchio sono stufo”. Il disco si apre in questo modo. È così che si sente Willie Peyote?

«Beh, di partenza c’è sicuramente quello: parto da lì perché ero convinto fosse quello il mio sentire. Poi in realtà nel disco, ragionandoci, mi sono reso conto che il sentimento prevalente non è la rabbia né la rassegnazione, bensì il dubbio. Il dubbio che sia effettivamente giusto essere rassegnati, oggi come oggi. Il dubbio che non si possa provare a trovare delle soluzioni per reagire ai sentimenti appena esposti.

Però sì, il punto di partenza era necessariamente quello, un po’ figlio degli anni che abbiamo appena vissuto, un po’ figlio anche del mio disagio nel cercare di trovare la voglia di continuare a dire la mia in un mondo in cui tutti dicono la loro e si è costantemente polarizzata la discussione al punto che vieni immediatamente incasellato in due macrocategorie costantemente in disaccordo tra loro e non ci sono sfumature su nessun argomento. Cioè, qualunque sia l’argomento tu sei o da una parte o dall’altra della barricata e non c’è niente di mezzo. Quindi, di partenza ero abbastanza stufo. Poi, in realtà, mi è tornata un po’ la voglia, se no il disco finiva lì!»

In effetti ho ascoltato in sequenza “Pornostalgia” e “Iodegradabile” e l’impressione, un po’ a sorpresa, è che fossi un bel po’ più incazzato nel 2019 e un po’ più triste ora. Questioni personali, questioni internazionali, ci siamo tutti un po’ depressi o che altro?

«Tutto insieme. Sia il mondo fuori che il mondo dentro sono molto collegati. Sono stati due anni difficili e non se ne vede la fine: non stiamo andando proprio verso il nostro momento migliore della nostra storia. E quindi, sicuramente sì: non tanto triste, ma sono davvero un po’ stanco di non trovare una soluzione a questa rabbia. Tra l’altro, la rabbia fine a se stessa dopo un po’ non serve nemmeno più a niente, ma non voglio che passi il messaggio della rassegnazione perché poi mi sono imposto, anche attraverso alcune domande che mi faccio nel disco, di trovare una reazione e la forza di reagire, perché se no allora davvero valeva la pena di non farlo neanche il disco o di alzarsi la mattina. La tristezza deve servire comunque come motore, non come punto di arrivo.»

Una domanda canonica: Cosa significa per te “Pornostalgia“?

«L’idea del titolo nasce come altra faccia della medaglia del disco precedente, Iodegradabile: se lì c’era un discorso sul tempo che passa troppo in fretta, nel momento in cui ho fatto quel disco lì, qualche mese dopo il tempo si è fermato. Mi sono reso conto che un po’ tutti, io per primo, ma poi mi sono reso conto di quanto fosse statisticamente molto diffuso come approccio, ci siamo tutti guardati alle spalle. Siamo andati a rileggere vecchi libri, a riguardare vecchi film, abbiamo scoperto il valore rassicurante e un po’ pornografico, nel senso che ci dà eccitazione, della nostalgia.

Quando non puoi guardare avanti, l’unica consolazione ce l’hai nel passato, nei ricordi, in ciò che hai conservato e in qualche modo tiri fuori nei momenti di sconforto. Da questo ragionamento nasce l’idea del disco. Il concetto di nostalgia poi viene declinato in vari modi come accade spesso nei miei dischi. A livello musicale l’idea era di fare un disco che fosse un po’ meno suonato, un po’ più prodotto e un po’ più rap, anche un po’ più cupo come suoni.

Volevo risultasse un po’ un ritorno al passato per me, anche in questo caso la nostalgia è sia nella scrittura sia nelle reference, nelle musiche che ho ascoltato per scriverlo questo disco: è molto più rap perché mi mancava un po’, non potendo toccare con mano e non potendo fare il mio lavoro sul campo, sono dovuto andare a riscoprire il motore dentro di me e ho dovuto riavvicinarmi alla musica come la facevo una volta. Nell’ultimo periodo il lavoro chiamava altro lavoro, quindi si stava sempre in moto. Appena tutto si è fermato ho dovuto riscoprire il motore interno e sono ripartito dalle cose che mi piacevano una volta, cioè dal rap, prevalentemente. »

La scelta delle collaborazioni eterogenee.

«Un po’ l’idea era quella di raccogliere tutte le possibili sfaccettature e ispirazioni che mi hanno portato dove sono oggi. Ma anche quella di dare tanti colori e tanti punti di vista al disco perché mi sembra di andare più in profondità nel mio sentire, piuttosto che nel racconto di quello che vedo fuori di me. E mi aiutava il fatto di avere accanto punti di vista che dessero anche altri colori.

Oltreché grandi artisti, di cui ho enorme stima, ho scelto anche amici con cui mi sono confrontato nell’arco di questi due anni sui temi che poi nel disco vengono trattati. Quindi averli nel disco mi assicurava di andare un po’ più in profondità a questi temi, perché effettivamente con loro ne avevo già parlato. Con Aimone, con Samuel, con Emanuela io mi sono trovato a confrontarmi spesso su questi temi: sul lavoro, sul tempo che passa etc. Averli nel disco mi ha aiutato.»

Trovo molto interessante la copertina dell’album, ha uno stile piuttosto retrò. Sembra quasi la locandina di un film, ma non mi viene in mente quale…

«Ci hai azzeccato. È una locandina, proprio. Si tratta di un’idea dei due ragazzi che hanno fatto le mie copertine da ormai quattro dischi a questa parte. Il film si intitola Toys are not for children, ed è un film del 1972. Quell’immagine riesce a trasportarti immediatamente in un periodo storico, un po’ per i colori un po’ per come è equilibrata. Volevamo che desse semplicemente una sensazione. Non è tanto il soggetto l’importante ma la sensazione che restituisce guardandolo.»

Pornostalgia si apre con un brano che io forse definirei il più “peyotesco” – passami il termine – dell’album. Sto parlando di “Ufo”. In questo brano l’artista è combattuto tra due forze, di egual misura: da una parte c’è il peso della responsabilità nei confronti del ruolo che ricopre, dall’altro l’industria discografica che gli rende le cose terribilmente difficili. Probabilmente questa è una domanda un po’ scontata: quanto è complicato, oggi, essere un cantautore-rap impegnato, nel nostro Paese?

«Beh, intanto sono d’accordo col fatto che viva di questa contrapposizione questo brano, è collocato all’inizio del disco perché tutto il disco vive di quella contrapposizione lì, non solo sul lavoro, ma parte tutto da lì.

Quello che cercavo di restituire era la mia fatica nel trovare un punto in cui collocarmi. Non tanto perché qualcuno mi rende difficile la vita: non volevo accusare l’industria o il pubblico o i miei colleghi. È solo che io, con il tempo che passa, non sono sicuro di aver trovato la mia collocazione, quindi mi faccio delle domande.

Quanto è difficile, non so: però se sono ancora qui e, come dico in un altro pezzo, “se non mi spara la Universal” vuol dire che un posto per me nel mercato esiste ancora e quindi lascio in mano a loro la pistola, nel momento in cui non vorranno più dovranno solo premere il grilletto… Però, io credo che esista ancora un modo per fare una sintesi tra ciò che vogliamo e ciò che ci è concesso: bisogna solo prendere le misure.

Quindi, in questo disco io parlo della fatica che faccio nel prendere le misure. Poi se faccio un altro disco vuol dire che le misure le ho prese. Se mi fermo con questo vuol dire che ho perso!»

Il dualismo banalizzo tra arte e soldi è sempre stato un tuo topos, ma mi sembra che qui la situazione sia ancora più sotto la lente d’osservazione. È il successo che pesa sempre di più? Ci leggo anche un po’ di senso di colpa, sbaglio? Quasi un chiedere scusa perché non sai come gestirlo?

«Non è tanto un chiedere scusa ma non ho trovato il modo giusto di gestire il tutto. Sai, i soldi per me non sono così importanti, nel disco faccio anche riferimento a occasioni in cui ho rifiutato di incassare del denaro perché non mi sembravano in linea con quello che ritengo essere il percorso artistico per cui ho iniziato a fare questo lavoro. Al ragazzo che ha iniziato questo percorso con tanti sogni nel cassetto devo comunque la coerenza di portare avanti il discorso come l’ho iniziato.

Però non è un chiedere scusa: è più un’ammissione di difficoltà. La frase importante è “I soldi mi fanno un po’ schifo/però perché devo lasciarli agli altri?“: ok quelli che non ritengo coerenti con il mio percorso, però gli altri, se me li danno, io li prendo anche. Poi cercherò di usarli in maniera più intelligente possibile…

Il rapporto con i soldi è cambiato perché sono molti di più quelli che mi offrono. Io accompagno l’ascoltatore come ho visto fare dai miei autori preferiti nel percorso della vita. Le cose sono cambiate, cercherò di non cambiare io. Dire di no a certe cifre non è sempre facile. Mio padre mi ha detto: “Non me lo dire nemmeno più perché ti diseredo la prossima volta che mi dici una cosa del genere…”
Non rinnego mai le scelte che faccio, racconto la fatica che faccio nel compierle.»

Stai anche facendo riferimento all’offerta di un talent?

«Sì, quello è un caso ma ce ne sono state altre. Non volevo mettere in evidenza quello: se avessi voluto parlarne l’avrei fatto quando è successo. Se no è come fare beneficenza e poi dirlo. Non ho rifiutato l’offerta per farmi dire: ah guarda che bravo. L’ho rifiutata perché non ero a mio agio. Nel pezzo in cui lo cito dico: cazzo ma cosa devo fare perché mi si dica che sono almeno coerente con me stesso? Non lo faccio per gli altri, lo faccio per me. Non lo faccio per sentirmi dire “bravo”, però almeno ogni tanto ricordatevi, o guardate meglio la realtà! Però non ho nulla da recriminare, nel senso che non ho mai pensato di aver fatto un errore in quel contesto, sono ben consapevole delle scelte che faccio. Cerco semplicemente di essere a mio agio nella vita che vivo, tutto lì.»

L’eurovision.

«Non ho avuto ancora la possibilità di viverlo. Conosco anche molti dei ragazzi che stanno organizzando l’Eurovillage e altri che parteciperanno agli eventi. Non sarò a Torino quando ci sarà l’evento. Non ho vissuto in città il fermento che c’è stato quando ci sono state le Olimpiadi, per esempio, anche perché era un evento diverso. E anche perché dobbiamo ri-abituarci un po’ tutti forse.

Io spero che serva per ridare un po’ di slancio alla città, per farla sentire più preparata e pronta. Perché ha davvero qualcosa da offrire, mentre si è un po’ spenta negli ultimi anni. Non credo però alla logica per cui soltanto con i grandi eventi si rimette in moto il tessuto di proposta culturale e sociale della città. Lo dico anche nel disco: i grandi eventi, gli ATP eccetera durano un tot, spremono anche a livello territoriale la città ma poi non lasciano niente. Io vorrei che questo servisse per riattivare il tessuto.

Perché poi Torino era una città in cui c’era una proposta non dico alternativa ma peculiare rispetto al resto d’Italia. Penso alla fine degli anni Novanta e ai primi Duemila: in quel periodo lì Torino era riconoscibile, c’era una scena elettronica tra le prime d’Italia. Ecco io vorrei che si tornasse a sentirsi liberi e preparati per proporre qualcosa, però non soltanto attraverso i grandi eventi, senza nulla togliere. Ma non è l’unica strada: servono concerti, ma serve riattivare i locali per far suonare la gente, che è diverso.»

Quindi, non volendo dare la colpa a se stessi, si cerca un colpevole esterno: “è stato il vento”. Come se le relazioni finissero da sole, come non fossimo noi la causa...”

Parlando di opportunità, nel brano “La colpa del vento” narri l’epilogo di una relazione amorosa, quasi a voler chiudere la parentesi aperta con “La tua futura ex moglie” in “Iodegradabile“. In questo brano tu imputi al vento – e quindi al caso – la colpa di esserti lasciato sfuggire un’occasione, di non averla stretta abbastanza.
Quanto c’è di autobiografico e quanto di metaforico/simbolico in questo brano?

«Guarda, questo è il brano più autobiografico del disco. Insieme a qualche passaggio di “Sempre lo stesso film” questo è assolutamente autobiografico. Hai capito perfettamente, è la chiusura del cerchio de La tua futura ex moglie, fa parte della stessa relazione, la si analizza da due punti di vista diversi, che sono i punti di vista dei due dischi. Se in un caso si parlava dell’inizio, che ha già dentro la sua fine, quindi già col dubbio “che tanto finirà”, in questo caso si parla della fine, con la nostalgia di non riuscire a darsi una risposta sul perché sia finita, con la mancata assunzione di responsabilità. Quindi, non volendo dare la colpa a se stessi, si cerca un colpevole esterno: “è stato il vento”. Come se le relazioni finissero da sole, come non fossimo noi la causa.

Questo pezzo è stato il primo ad essere scritto, risale all’autunno del 2018, scritto subito dopo La tua futura ex moglie, ma è rimasto lì perché con Godblesscomputers pensavamo dovesse avere la giusta collocazione, e in questo disco mi piaceva metterlo, sia come conclusione del discorso, sia perché mi restituiva in maniera plastica la percezione di quanto i due dischi siano complementari ed opposti tra di loro: affrontano lo stesso tema da punti di vista totalmente differenti.»

Come funziona il PEYOTeMES, il tour nei club in partenza proprio stasera a Milano?

«Mi mancano i concerti ma mi manca anche toccare con mano che effetto quello che faccio sulle persone. Farmi raccontare da loro quello che sentono e che provano, farmi portare da loro in luoghi in cui non pensavo di essere stato nella scrittura di un disco. Con la scusa del disco vorrei reincontrare le persone. Mi farò aiutare ogni volta da un ospite diverso: ci saranno Giudo Catalano e Andrea Colamedici che sono due persone con cui in questi anni mi sono confrontato spesso anche su temi “grandi”.

Ci saranno ospiti del disco come Godblesscomputers e Aimone, ci saranno amici come Federica Cacciola e Bebo. E’ sempre stimolante parlare, partendo dai temi del disco, quindi il lavoro, la rassegnazione, il ruolo dell’artista oggi. Soprattutto confrontandomi con le persone all’ora dell’aperitivo, bevendo una roba, che secondo me “unge” un po’ tutti i meccanismi.»

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