Intervista a Morris Gola: eravamo già distanti anche prima del lockdown

di Paola Pagni

Il 18 Settembre è uscito Plexiglas, nuovo singolo di Morris Gola, un brano fresco, un inno al ritorno alla normalità che lascia trasparire una critica e una richiesta di riflessione sul concetto stesso di normalità e norma sociale.

Morris Gola è un rapper di Cinecittà, schietto e spudoratamente sincero, che con le sue parole ritaglia immagini di una realtà che si può toccare con mano, descrivendo situazioni che ci portano dentro la sua periferia, ma non solo.

Quelle di Morris Gola infatti, sono rime che affondano le radici proprio dove sono le sue, ma che tendono i rami verso una visione più ampia: le sue riflessioni, il suo “conscious rap”, come è stato definito, parla anche a chi, col suo mondo, non ha niente a che fare.

E lo fa con onde funky e contaminazioni old school, ma restando attuale, senza perdere il passo con il presente.

La musica di Morris Gola è una visione lucida sulle sonorità odierne, che non le svaluta affatto, ma anzi, ne recupera i tratti migliori e li affianca a quelli delle origini;

rende presente ciò che si può recuperare dal passato, e lo restituisce in una forma ricca di contenuti contemporanei, creando così la sua cifra personale.

Abbiamo intervistato Morris Gola in occasione dell’uscita di Plexiglas e ,come pensavamo, ne è uscito uno scambio diretto e mai banale: da leggere (anche) per riflettere.

morris gola

Intervista a Morris Gola

Ciao Morris, è un piacere averti su Insidemusic. Il tuo Plexiglas è un brano dal contenuto molto profondo ed interessante, sia nel sound che nel testo. Partendo proprio dal testo, ho trovato almeno tre passaggi che mi piacerebbe approfondire con te.

Plexiglas e distanza sociale: in un periodo in cui la distanza sociale è obbligata ed obbligatoria, tu dici che in realtà questa distanza era comunque presente , che “C’era già un vetro tra di noi e non era plexiglas, siamo sempre stati distanti”.

A cosa ti riferisci quindi?

Mi riferisco alla solitudine e all’isolamento in cui vivevamo anche prima della pandemia. Per vivere una vita dignitosa c’è bisogno di stare con gli altri, di confrontarsi, di spazi comuni, di sentirsi parte di una comunità.

Ma la società stava già andando nella direzione opposta: ci portava a chiedere informazioni solo a Google, a scambiarci opinioni su WhatsApp, ad arrivare prima degli altri, a pensare solo alla realizzazione personale, a fare spallucce se qualcuno diverso o lontano da noi vive tragedie impensabili.

Il lockdown sicuramente non ha migliorato questa situazione…

Plexiglas e ritorno alla normalità: nel tuo testo dichiari proprio di odiare la normalità a cui in teoria si ritornerebbe, forse perché ci aspettavamo tutti di “uscirne migliori” ed invece pare proprio che non sia così?

Questa crisi potrebbe essere un’occasione per tirare fuori temi di importanza vitale: siamo troppi, produciamo troppo, consumiamo troppo.

È un concetto malato di normalità. Questo è un sistema che ci fa desiderare più di quello di cui abbiamo bisogno.

Se ritorniamo a rispettare il pianeta e a pensare al bene di tutti invece che solo al nostro, possiamo uscirne migliori.

Plexiglas e Indifferenza: mi ha molto colpita una frase in particolare “questi fanno genocidi e poi postano gattini” che nasconde in effetti una tragica verità, quella dell’indifferenza come piaga sociale.Secondo te la musica può fare qualcosa per sensibilizzare le coscienze?

Non credo ci sia arma migliore. La musica arriva a tutti e cambia la vita delle persone. Se tornassimo a utilizzarla per cambiare le cose, e non soltanto per intrattenere, potremmo dare una scossa a questa situazione.

Passando invece al sound, hai deciso di omaggiare il funky ’70-’80 quello diciamo delle origini: come mai questa scelta?

Ho visto il documentario Hip Hop Evolution e mi è ripartita la nave per quel mondo. L’avevo un po’ messo da parte in questi anni, ma mi sono reso conto che in quella cultura è iniziato tutto, compresa la mia vita artistica, e andava ritirata fuori.

A questo proposito, cosa pensi invece della scena rap contemporanea? Secondo te ha perso il suo messaggio originale di denuncia a favore forse di temi più accattivanti come uno stile di vita ostentato fatto di lustrini e discoteche?

I lustrini e le discoteche ci sono sempre stati. Si tende a dire questa è una deriva moderna, ma il Rap è un genere che oltre alla denuncia, ha sempre detto un sacco di st******e e mandato messaggi di m***a.

Sta passando questa visione per cui la scena old school era una cosa buona, e la new school una cosa cattiva.

Ma io trovo delle cose buone e delle cose cattive sia nell’una che nell’altra. Aggiungo che questa nuova scena, tanto criticata, per certi aspetti ha elevato il Rap: gli ha insegnato ad arrangiare meglio le canzoni, a inserire elementi melodici… adesso bisogna tirare fuori il coraggio e mettere un po’ di contenuti dentro questa nuova forma.

Sempre legato a questo tema: secondo te si può fare un buon Rap anche se non si è nati in periferia?

Bella domanda Paola.

L’arte è finzione. Anche quando è un’arte sincera. L’arte prende la realtà e la trasforma per creare qualcosa che possa comunicare con gli altri.

Quindi anche chi non ha vissuto certe esperienze, se è bravo a prendere una cosa e trasformarla, potrebbe tirare fuori una buona opera d’arte.

Quindi, anche una buona canzone Rap.

Ma continuo a credere che una forma d’arte come il Rap risulta più forte e più credibile quando nasce in un ambiente con poche possibilità.

Perché il Rap è proprio questo: io non ho un pianoforte e bei libri in salotto, io non ho parenti acculturati e amicizie altolocate, io non ho gallerie d’arte e bei ristoranti quando esco dal portone. Io ho solo le mie parole, e voglio sputarvele in faccia.

Domanda di rito: prossimi progetti? ti vedremo presto live?

La prospettiva di un concerto rap da seduti non mi fa impazzire… e ancora meno l’idea di creare assembramenti. Vediamo come si evolve la situazione, per ora da quel punto di vista preferisco stare un po’ defilato e lavorare in studio.

Nel frattempo, il video di Plexiglas di Morris Gola lo trovate qui sotto :

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