Intervista a Matteo Faustini: nella vita bisogna imparare a rimbalzare.

di Paola Pagni

Matteo Faustini è un giovane cantautore bresciano che proprio un anno fa è stato il vincitore di Area Sanremo ed ha partecipato quindi a Sanremo Giovani 2020.

Come molti suoi colleghi, Matteo si è purtroppo visto defraudato dei frutti che un’ esperienza del genere poteva fargli raccogliere : lo stop forzato causato dalla pandemia ha infatti bruscamente rallentato la spinta emotiva e la diffusione della sua musica, almeno per quanto riguarda la parte live.

Matteo Faustini però ha dato prova della sua grande forza di volontà continuando a scrivere anche durante la pandemia, facendolo per se e per gli altri : è riuscito così a portare avanti i suoi progetti musicali , traendo il meglio da questo periodo.

Ce ne ha parlato durante l’intervista : una chiacchierata sincera e piacevole, da cui è emersa tutta la sensibilità di questo giovane artista.

Intervista a Matteo Faustini

Inizio subito da una frase che leggo sotto il tuo video su You Tube de la bocca del cuore “Dedicato a tutti i cuori che vogliono smettere di cadere e cominciare a rimbalzare” Rimbalzare vuol dire ricominciare?

Assolutamente sì. Sai molte volte dicono che quando arrivi a toccare il fondo, da quel momento in poi non puoi scendere più giù: questo è vero ma non è detto che automaticamente da lì in poi tu starai su. Anzi, continuerai di nuovo a cadere perché un sacco di volte quando ci rialziamo poi cadiamo ancora. Quindi credo che più che altro la forza stia nel continuare a rimbalzare ed accettare che la vita sia una continua altalena. Imparare a rimbalzare significa diventare più elastici e più flessibili per cercare di soffrire di meno e farsi meno male.

Questo brano parla quindi di un momento difficile, vissuto soprattutto nella sfera sentimentale, giusto?

Io penso che i forti accettano e i deboli dimenticano. Dico sempre che questa canzone mi ha salvato la vita ed io ringrazio la musica perché è l’unica cosa che riesce ad arrivare in posti così difficili da raggiungere. Con questa canzone ho voluto perdonare me stesso e l’anima con cui ho avuto una relazione importante. Quindi ho perdonato quel rancore, cosa molto difficile da fare, perché spesso quando una storia davvero importante finisce si tende poi a condannare quell’amore, invece di ringraziarlo.

Ecco io invece di dimenticare un amore ho accettato che che vivrà in una parte del mio cuore, anche se chiuso a chiave, anche se non può più uscire da lì, però c’è.

È una malinconica accettazione 

La bocca del cuore” fa parte del tuo primo album “Figli delle favole”, uscito a Febbraio 2020 dopo Sanremo. Che ricordi hai di quella esperienza da cui sembra passata una vita?

Pensa che ne parlavo poco tempo fa, è passato un anno dal giorno in cui io ho vinto area Sanremo.

Per me è stato veramente un megafono sul cuore: io quel giorno mi sono reso conto che a volte i sogni possono essere afferrati e ho dimostrato a me stesso che potevo farcela. Tutto il mio dolore trasformato in musica aveva un senso, come se, dopo tanti scarabocchi, fossi salito su una scala e avessi visto dall’alto che non erano scarabocchi, ma un bel disegno. Non so quanto durerà ma sono grato e consapevole di quello che porto con me, come un tatuaggio sul cuore.

Cosa ha significato per te questa brusca interruzione, subito dopo il bel riscontro di Sanremo, che invece doveva segnare il momento per spiccare il volo?

È stato brutto, bisogna proprio dirlo. Tutto questo è arrivato in un momento in cui avevo voglia di condividere la mia musica le mie parole, ed era il momento giusto. Quindi è stato un momento difficile, però poi l’ho accettato. Sai io sono di Brescia ed in quel periodo Brescia e Bergamo hanno vissuto giorni terribili: io ho scritto parole ed ho provato a metterle musica per il secondo album. Mi sono chiuso in camera in pigiama ed ho scritto. Ho provato a confrontarmi sia con me stesso che con le persone che mi circondavano. Insomma ho provato a fare qualcosa di buono nel mio piccolo.

Comunque tu hai iniziato a cantare da bambino, a 13 Anni, nel coro delle voci bianche della scala: com’è per un bambino trovarsi a cantare in un contesto del genere? Si sente il peso del classico?

Totalmente (ride). Totalmente. Forse addirittura è stato un po’ traumatico. Sicuramente una bellissima esperienza perché la lirica è bellissima ed io avevo insistito tantissimo per andare: pensa che io già da bambino cantavo Pavarotti!

Quindi sono andato al provino e non mi aspettavo neanche di passare. Ho perfino saltato gli anni propedeutici, quindi tutto bellissimo, un grande mondo, ma c’era veramente tanta rigidità. C’era anche molta competitività tra i bambini: noi avevamo avevo 13 anni ma la competizione era altissima, forse c’era anche un po’ di cattiveria.

Io capisco che ci sta, perché sei alla Scala di Milano e quindi l’ambizione ci deve essere, però sai una cosa? Io non ci stavo bene. Poi per come sono fatto io, anche se riconosco che la tecnica comunque ti aiuta tanto, sentivo che mi mancava qualcosa, perché volevo cantare cose mie ed avevo già deciso di scrivere .

Poi comunque quando devi cantare un brano lirico non può improvvisare, non puoi dare un tocco personale: ti devi attenere a quello che dice lo spartito ed a quello che è la regola. Io non sono schematico, ho bisogno di dire le mie parole, le mie note, con la durata che scelgo io …ma con la lirica non lo puoi fare.

E tu hai capito da subito che nella vita volevi cantare e che volevi la musica nella tua vita?

Bella domanda …l’ho capito a 18 anni. Per me la musica era sempre stata una passione finché un giorno ho distinto, e la passione è diventata necessità. Avevo avuto una brutta esperienza con un produttore discografico, terminata in modo del tutto spiacevole: in pratica mi sono ritrovato a cantare cose in cui non mi riconoscevo.

In quel periodo ero talmente amareggiato di questo che addirittura volevo lasciare la musica; ma la cosa assurda è che tutte le volte che mi sono ritrovato ad odiare la musica, poi, senza quasi rendermene, conto mi sono messo a scrivere.

Quindi in quel periodo mi ricordo di aver provato a fare una canzone: niente di che, carina, con cui mi sono iscritto ad un festival di musica a Brescia.

È andato bene ed ho avuto grandi soddisfazioni, ma io mi ricordo che quando l’ho scritta l’ho fatto quasi per caso: ho detto “Ok, proviamo, inizio a mettere le rime e vediamo che cosa esce fuori.” Da lì sono nati 4 anni di continua scrittura, solo per me stesso, perché ne avevo bisogno. Diciamo che era un modo catartico per vomitare fuori tutto quello che avevo bisogno di dire.

Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi prossimi progetti?

Guarda ci dovrebbe essere a breve un live on-line, poi continueremo con la promozione. Fra qualche mese uscirà il disco in cui ho scritto circa 16 brani e stiamo valutando quali tenere e quali no. Per scrivere questo album mi sono fatto una domanda: Matteo che cosa vuoi da questo disco? E la risposta è stata: voglio fare dei brani per aiutarmi e per aiutare quelli che ne hanno bisogno.

Devono essere brani che dovrei aver voglia di andare a cercare per sentirmi meglio, quando mi dovesse servire. Certo, ci saranno anche brani d’amore, ma si parlerà anche della paura dell’abbandono, del non sentirsi mai abbastanza, di tantissimi temi che spero possano far bene alle tante anime che mi auguro lo ascoltino. Quindi sarà ricco di emozioni e di contenuti.

Beh questa è una buona notizia perché sicuramente di contenuti ed emozioni ne abbiamo bisogno.

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