S’intitola Se nascevo femmina il nuovo disco di inediti di Ilaria Viola rilasciato lo scorso 24 maggio per Goodfellas / Lapidarie Incisioni

Abbiamo raggiunto telefonicamente Ilaria Viola, e abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con la cantautrice romana. Dal primo ascolto di Se nascevo femmina, si percepisce che Ilaria è un’artista interessante con una penna originale e riconoscibile, capace di trovare il suo posto in un ambiente musicale ampio e variegato.

Ciao Ilaria e benvenuta su Inside Music. Sono passati 5 anni da Giochi di parole a Se nascevo femmina. E’ stata una pausa voluta o ci sono stati motivi esterni?

Guarda, in realtà la mia è stata proprio una crisi con la musica in generale, anche per quanto riguarda la mia carriera dell’insegnamento. Anzi, prima è venuta la crisi con l’insegnamento e poi in seguito quella con la musica stessa, tant’è vero che ho iniziato a fare un lavoro che non c’entrava niente con la musica, calcola che stavo nell’ambito enogastronomico, quindi zero

Due mondi completamente diversi

Si si esatto, proprio un’altra cosa. Diciamo che quello era il mio hobby e volevo farlo diventare un mestiere, ma poi la musica ha vinto. Perché poi ti manca talmente tanto che non ce la fai a sterne lontana, per fortuna. Ovviamente però questa cosa mi ha scosso e ne ha risentito il disco che è appena uscito (Se nascevo femmina ndr) che non c’entra niente con il primo (Giochi di parole ndr) che invece veniva da anni di studio continuo e costante, quindi era anche un po’ manieristico. Diciamo che io ero “seppelita” sotto una serie di regole musicale per far in modo che uscisse sempre una forma bella, una forma-canzone, però “me stessa” non usciva mai fuori. Finché un collaboratore di Lucio Leoni mi ha detto, dopo che ho scritto il primo pezzo del disco che però non sta nell’album perché era ancora vecchio stile, “Ilaria hai stufato, devi smetterla di seppellirti sotto questa roba, sotto questo manierismo, sotto questa forma, e devi cominciare a tirare fuori veramente chi sei, devi dire la verità alla gente altrimenti non vai da nessuna parte”. E quindi, in concomitanza con questa crisi, mi sono fatta esplodere.

E si, ma infatti questo è un album diretto, forte, ben lavorato sia a livello musicale che di testi. C’è stato, o c’è, qualche artista che ha influenzato la tua scrittura?

Beh si, ce ne sono tantissimi in realtà perché io non sono mai stata una persona che si fissava su un genere specifico, ma ci sono momenti in cui ascolto la musica più disparata. Sicuramente sono partita con una formazione rock classica, Carmen Consoli è stata la prima cantautrice che ho amato in vita mia, il primo disco me l’ha presentato mio padre, e l’ho amata da subito, ero piccola avrò avuto 12 o 13 anni.

Guarda, ti confido che stai parlando con una che Carmen Consoli è la sua artista preferita, quindi  con me sfondi una porta aperta

(Ridiamo)

Ah bene, perfetto allora ci capiamo. Guarda mio padre mi regalò il primo disco, Due parole, mentre il mio disco preferito, e parlo proprio da un punto di vista discografico italiano, tra tutti gli artisti italiani, è Confusa e Felice, che mi è piaciuto moltissimo.

Assolutamente d’accordo, è un vero capolavoro

Tra l’altro l’ho riascoltato di recente e lì ho sentito tantissimo le sue influenze, nonostante non lo ascoltassi da anni ho messo il disco in macchina e ho detto “oddio, ma sono io, ecco da dove vengo!” (ridiamo), sai queste cose qua.

Insomma, ti è rimasta dentro lei

Si, tanto. Poi dopo ovviamente sono passata a tutt’altra cosa, perché studiando musica a un certo punto ti stillano il rock and blues quindi i vari Led Zeppelin, Deep Purple eccetera. Poi passi a un rock più spinto, conta che sono stata adolescente negli anni ’90 e il grunge l’ho preso in pieno, quindi Chris Cornell è un mito assoluto, poi anche i Dream Theater, LaBrie ancora oggi è uno dei cantanti che stimo di più tecnicamente. Dopo i venti anni sono maturata e sono andata verso una musica più compositiva, quella di Ivano Fossati, degli Avion Travel di Peppe Servillo. E poi ho studiato jazz al conservatorio e quindi ho iniziato ad ascoltare musica jazz che nel primo disco si sente molto di più rispetto al secondo. Poi ho cominciato ad ascoltare la musica che mi piaceva, tipo Banco del Mutuo Soccorso, Tom Waits, Gogol Bordello, insomma tutte queste persone hanno influito. E poi, alla fine di questo percorso, sono arrivata al cantautorato indie moderno con Giovanni Truppi che mi ha folgorato e da lì ho cominciato a pensare a scrivere un disco del genere.

La prima traccia del disco, Bamboombet, nasce dal tuo viaggio in Giappone. Qual è la differenza tra l’Italia e il Giappone e ci torneresti?

Io ci tornerei oggi, non domani (ride), nel senso che mi è piaciuto tantissimo. Il Giappone mi è rimasto dentro, è stato un viaggio meraviglioso, tra l’altro l’ho fatto da sola, perché io amo viaggiare da sola perché entri proprio all’interno del Paese.

Vero, entri nella loro cultura

Si esatto. Poi, oltre che vivi la loro cultura, anche il fatto di dover affrontare delle difficoltà che sono diverse da quelle che trovi in qualsiasi altro Paese in cui vai, ti permette di capire come funziona quel Paese lì, e questa cosa per me è fondamentale quando viaggio. Il Giappone in particolare mi ha stupito perché quello che io mi aspettavo dal Giappone l’ho ritrovato effettivamente nella parte rurale, quella a sud del Kansai che è quella tipo Kiss me Licia per capirci (ridiamo), e quindi con la gente in quel modo, che parla in quel modo e che non parla inglese mai. Però ho amato l’accoglienza, l’ospitalità, poi lo Shintoismo e il Buddismo fanno parte proprio della loro vita quotidiana esattamente come per noi il Cattolicesimo, quindi loro hanno tutta una serie di superstizioni legate alla loro religione, come le abbiamo noi. Quindi nel loro vivere quotidiano queste cose ce le hanno dentro e lo Shintoismo e il Buddismo sono due religioni che, se mi passi la leggerezza, sono basate sul fondamento filosofico “vivi e lascia vivere”, che poi dovrebbe essere anche quello che dovremmo avere noi visto che anche Gesù Cristo teoricamente, da quello che mi ricordo dal catechismo visto che io non sono religiosa, diceva “ama e fai ciò che vuoi”, ma in Occidente questa cosa non è assolutamente rispettata, mentre lì la sentono di più. Dopodiché vai in città e stanno fuori di testa: lavoro, lavoro, lavoro, lavoro.

Sono delle macchine

Si, della macchine matte. Non hanno alcun tessuto sociale una volta che iniziano a lavorare. E il loro tessuto sociale è solo la famiglia, intesa nel senso ristretto del termine: madre, padre e figli. Si staccano dalla loro famiglia d’origine e non hanno più contatti, se non in rare eccezioni, e vivono in questo modo. Poi ripeto, sono super gentili perché io ho trovato persone che ti aiutano per strada, una gentilezza a tratti imbarazzante. Però hanno il 2% di immigrazione, e quando tu entri in Giappone ti fanno il terzo grado, vogliono sapere dove abiti, che cosa fai, perché stai lì. Insomma, lo senti proprio che non sono tanto contenti che tu stai là. Dunque, questa dicotomia profonda mi ha spiazzata. Quindi la differenza tra noi e loro è che comunque noi con il nostro essere contorti siamo più coerenti, mentre loro mi hanno spiazzata.

Qual è invece il Paese che non hai mai visto ma che ti piacerebbe visitare?

La prossima mia meta lontana è la Cina o il Tibet, sono indecisa tra le due. Sto avendo una deriva Orientale importante (ridiamo).

Lo vedo, lo vedo

Che poi è facile andare in posti in cui la pensano come te, poi conta che io ho vissuto molto tutta l’Africa perché mio padre lavora lì, quindi io l’ho vista già, poi quest’anno lo andrò a trovare in Ghana, quindi quella parte del mondo là la faccio già, poi quando viaggio per i cavoli miei vado dove voglio io.

E’ anche giusto. Tornando all’album, senza dubbio la titletrack Se nascevo femmina è una delle tracce più interessanti, oserei dire un manifesto femminista. Oggi dire “sono una femminista” sembra quasi un reato, come se noi donne non avessimo più il diritto di protestare perché c’è “la parità di genere”, ma sappiamo benissimo che questa è solo una condizione formale che ci lasciano credere

Esatto, bravissima.

Che cos’è oggi per te il femminismo? Ti senti femminista?

Io mi sento assolutamente una femminista, anche se non del genere che oggi, come hai detto giustamente prima tu, sono considerate femministe. Mi spiego. Molto spesso, a volte anche giustificatamente, le donne femministe di oggi, quelle incavolate nere, si attaccano a cose che non hanno molto senso, tipo il femminile del vocabolario, per farti un esempio stupido. Ecco, quel tipo di femminismo io non lo abbraccio, ma semplicemente perché lede la causa. Nel senso: le suffragette o andavano di violenza o non ottenevano niente perché lì era evidente il maschilismo e quindi c’erano delle cose che logicamente non si poteva non vedere in quanto non paritarie, quindi lì era talmente palese che o rompevi tutto con le urla, la violenza anche verbale, e le manifestazioni, o non ti filava nessuno. Oggi invece non è più così, perché come hai detto tu, a livello pratico noi abbiamo avuto un sacco di vittorie, riconoscimenti e considerazioni paritarie, che poi sono contentini.

Si esatto, dagli anni ’70 si è mosso qualcosa di importante, ma alcune cose non sono cambiate concretamente

E lì ti dico, non sono cambiate concretamente perché non è cambiata la testa della gente, anche quella di noi stesse donne. Io mi sono ritrovata a volte a fare dei commenti e pensieri maschilisti, che mi vorrei dare delle pizze in faccia da sola e dire “che stai dicendo?”, perché ti è entrato talmente tanto dentro che anche tu che costantemente e quotidianamente combatti ogni tipo di stereotipo, perché se nasci femmina è normale che combatti per la femminilità, però in realtà ce ne sono molti altri in cui io combatto, in primis l’omosessualità. Io sono proprio una di quelle che fa le lotte, perché per me non ha alcun senso l’esistenza del giudizio, anzi, il pre-giudizio sulla base del sesso, dei gusti sessuali, della razza intesa nel senso proprio culturale, ma questo non deve essere motivo di pregiudizio, noi dobbiamo essere considerati tutti paritari, nonostante non siamo tutti uguali, perché ovviamente il giapponese ha una cultura diversa da quella che ho io, e quindi ragionerà in modo diverso. E questa diversità secondo me, come quella fra uomo e la donna, deve essere considerata una ricchezza, un valore aggiunto.

Hai una bella testa Ilaria, complimenti!

Grazie mille, veramente!

Delle otto, c’è una traccia dell’album a cui sei più legata?

Sinceramente no. Nel senso, tutte le canzoni che ho scritto sono autobiografiche, parlano tutte di me, ed è difficile avere una preferenza. Però ti posso dire che Bamboombet e Per mezz’ora sono state le prime canzoni che ho scritto di questo album e sono state scritte di getto, in una notte, davanti il camino di un’amica mia. Sono uscite così, quindi ti dico che quelle sono state le canzoni che poi mi hanno stappato. Quindi se sono affezionata a queste due tracce è per questo motivo, non per altro, mi emozionano tutte allo stesso modo.

Hai in programma un tour per far conoscere live Se nascevo femmina?

Si assolutamente. Ho in programma il release party che sarà Na Cosetta Estiva al Mandrione di Roma il 1° luglio. In realtà questo disco doveva uscire ad aprile per organizzare il tour estivo, poi siamo usciti con un mese di ritardo e quindi abbiamo solo qualche apertura grossa in programma per l’estate, mentre il tour vero e proprio del disco partirà a settembre per i locali italiani, quindi un tour invernale al chiuso.

Molto bene. Ilaria, siamo all’ultima domanda. Hai qualche sogno nel cassetto? Magari una collaborazione con qualche artista che ti piacerebbe realizzare?

Una collaborazione… Ci devo pesare aspetta. E’ complicata come domanda, perché in realtà dici tantissime cose e poi pensi “peccato, dovevo dire anche questo”. Ma pensiamo in super grande e quindi parliamo anche di artisti morti o magari con qualcuno che un domani sarebbe possibile veramente collaborarci?

Facciamo entrambi

Se penso una persona con la quale sarebbe impossibile collaborare ti dico Chris Cornell. Se parliamo di un artista italiano con il quale un giorno potrei collaborare ti dico Giovanni Truppi che per me è il primo amore nell’indie. Sono rimasta proprio affezionata al live che vidi perché, te lo dico sinceramente, quando ascoltai il primo disco di Giovanni non mi era piaciuto, poi l’ho visto live e ho detto “questo è un genio, è un genio assoluto”.

Guarda, io sono sempre stata convinta che gli artisti per essere apprezzati devono essere visti live

Hai super ragione

Ilaria, io ti ringrazio veramente tanto. Magari ci vediamo in un live

Si, mi farebbe un sacco piacere!

Complimenti ancora e in bocca al lupo per tutto!

Crepi e grazie mille!