Gigi: “Cinema, fumetto e letteratura sono arti che son sempre andate a braccetto, è un flusso continuo di rimandi e ritorni, un dialogo che non si è mai interrotto, per questo un bravo fumettaro deve tenere i piedi in più scarpe.”

Nel 1985 Tiziano Sclavi disse al suo editore, Sergio Bonelli (figlio del grande Gianluigi): “Oltre alla fantascienza, l’altra serie del 1986 potrebbe essere l’horror… secondo me vale la pena di tentare”. A settembre dello stesso anno, a distanza di soli pochi mesi, erano pronte le prime tre storie; per le copertine fecero delle prove sia Villa che Stano: fu preferito Villa, più tradizionale e bonelliano (dal numero 42 si daranno il cambio). 26 Ottobre 1986: esce il numero 1, “L’alba dei morti viventi“. Un paio di giorni dopo il distributore chiamò: “L’albo è morto in edicola, un fiasco“. A Sclavi fu tenuta nascosta la notizia, fino a quando, una settimana dopo, il distributore telefonò ancora: “E’ un boom, praticamente esaurito, forse dovremmo ristamparlo”. Nasce così la storia di Dylan Dog, indagatore del crimine con una iconica ed ironica spalla, Groucho, il fumetto noir italiano per eccellenza. Definito da Umberto Eco come “autorevole”, da trentadue anni fa parte della nostra tradizione nazionalpopolare.

Gigi Cavenago
Grande protagonista della fortuna di questi albi degli ultimi anni è Gigi Cavenago, copertinista e braccio destro del disegnatore Roberto Recchioni, vincitore nel 2014 del Premio Gran Guinigi 2014 come Miglior disegnatore. Scambiamo quattro chiacchiere con lui per capire come si riesce a trasformare una grande passione come quella della narrazione per immagini, in lavoro.

Ciao Gigi, domanda di rito, come è nata la tua passione per il fumetto e quando hai capito che questa sarebbe dovuta essere la tua attività principale?
Ciao Fabiana, questa è forse la domanda più difficile a cui rispondere, perché certe cose avvengono in maniera così naturale che è difficile, a posteriori, capirne le cause.
Vedi, un chitarrista probabilmente ricorderà la prima volta che ha preso in mano una chitarra, ma un fumettista non avrà mai quel momento magico, quella giornata che gli ha svoltato la vita, per il semplice fatto che fin dall’asilo a tutti i bambini viene messo un pastello in mano e gli si dice di disegnare sul foglio. Ho sempre disegnato, come tutti, la vera differenza è che io e i miei colleghi abbiamo continuato. Sicuramente c’è poi da dire che i miei hanno sempre assecondato la cosa, comprandomi libri di disegno e materiali vari.

C’è stato un fumetto che ti ha fatto appassionare al genere, o come tutti i bambini sei partito con Topolino?
Si, all’inizio c’è stato Topolino, eppure non mi è mai rimasto veramente impresso quanto il mio primo amore: Asterix! I fumetti di Asterix li ho sempre sfogliati fin da bambino (alcuni hanno ancora dei pasticci fatti da me a matita) e tutt’oggi li rileggo tutti a intervalli di uno o due anni.
Mio padre in casa aveva anche altri fumetti, tutti libri rilegati tipo l’Eternauta e varie opere di Dino Battaglia, l’edizione a fumetti di Shakespeare di De Luca…Insomma fumetti adulti e impegnati. Che magari non capivo, ma ci tornavo sempre sopra!

Gigi Cavenago

Quindi diciamo che tu hai sempre respirato il profumo della narrazione per immagini…
Si, abbastanza; tra mio padre che aveva i libri e mio cugino (che abitava sopra di me) che prendeva tutti i Bonelli in edicola, son cresciuto in un ambiente fertile di lettori.

Un destino in Bonelli segnato sin dall’infanzia insomma…
Abbastanza! Ho sempre preferito i Bonelli anche solo per il fatto che le storie, nella maggior parte dei casi, iniziava e finiva nello stesso albo. Quando provavo a comprare un manga o un fumetto americano, non ci capivo nulla, perché capitavo sempre a metà serie, a storia già iniziata.
Stiamo parlando dei primi anni ovviamente, col tempo ho recuperato un po’ di tutto, man mano che cresceva l’interesse.

Parliamo del tuo lavoro in Bonelli e partiamo dalla fine: dal 2014 sei diventato il copertinista della collana Maxi Dylan Dog – Old Boy e dal novembre 2016 copertinista della serie mensile. Questo fumetto è il cavallo di razza della scuderia Bonelli Editore, come nasce l’idea di copertina di ogni albo, dalle tavole interne, da qualche scena in particolare o ti lasci ispirare solo dalle evocazioni individuali che vengono fuori dalla lettura della storia?
Per la creazione di una copertina non c’è mai un percorso simile all’altro. Nella maggior parte dei casi il curatore della testata, Roberto Recchioni, parte da uno spunto tutto suo, a volte molto legato a scene presenti nella storia, a volte partendo da concetti più “laterali”. Ci sono storie che offrono degli spunti notevoli per una copertina, in genere sono storie che offrono al lettore delle immagini molto potenti o scene davvero curiose, altre in cui bisogna lavorare un po’ di più a livello di idee perché sono costruite più sulla storia che sulle immagini. Altre volte sono io a proporre qualcosa in base a quello che vedo nelle tavole interne, ma non avendo sempre il polso della storia, il rischio è di non centrare del tutto il senso del racconto.

Quale copertina ti è rimasta più nel cuore?
Difficile dirlo, diciamo che tendo ad amare due tipi di copertine: quelle che son venute bene “al primo colpo“e in tempi relativamente come quella del n386 “Hippolita” e quelle che in qualche modo sono nate da una ispirazione estemporanea come quella del 374 “la fine dell’oscurità”.

E della ristampa – a tua firma – dopo 27 anni, del Lungo Addio, l’albo che cambiò il corso di Dylan Dog, che puoi dirmi?
Si, per le copertine “minimal” de “il Dylan Dog di Tiziano Sclavi” ci son stati dei casi in cui la copertina originale era imprescindibile, come nel caso de “Il Lungo Addio” che ha una delle copertine più iconiche dell’intera serie. Non me la sono sentita di reinventarla, ma mi son preso una piccola licenza poetica da vecchio sentimentale: se nell’originale Dylan e la ragazza tendono l’uno verso l’altra senza riuscire a toccarsi, nella mia i due si tengono per mano.

L’hai riadattata anche ai tempi?
No, non ho modernizzato nulla, semplicemente ho cambiato il gesto giusto per intervenire in qualche modo: vedi, la storia racconta di due persone che si ritrovano ma si perdono di nuovo, quindi la copertina originale mostrava il momento in cui sono irraggiungibili l’uno per l’altra, io ho scelto un momento in cui si ritrovano.

Bonelli Editore è uno dei più conservatori nella storia fumettistica italiana, il più legato alla vendita degli albi in edizione economica nelle edicole e fumetterie, eppure anch’egli ultimamente ha deciso di investire nel mondo degli adattamenti cinematografici dei fumetti. Tu hai participato al contest di Universal Pictures International Italy disegnando l’artwork di Get Out. Cosa ne pensi di questo fenomeno di trasposizione sul grande schermo del fumetto?
Dipende dal punto di vista: è sempre entusiasmante pensare che qualcosa nato su carta possa vivere in altri mezzi e forme di comunicazione. C’è però da dire che è solo negli ultimi anni che si è trovata una quadra tra cinema e fumetto che funzioni davvero bene (basti pensare al lavoro dell’universo Marvel). Prima c’erano solo delle notevoli eccezioni. Il fumetto Bonelli ha ancora poche trasposizioni; il film di Tex e quello di Dylan erano una cosa decisamente deludente, ma sono convinto che piano piano ne usciremo. Hanno annunciato un film su Dampyr e credo che sia stata una bella scelta: i vampiri non passano mai di moda!

Penso però al connubio Bonelli – Dario Argento…
Dario Argento ha fatto l’operazione contraria: se di solito è il fumetto che si rivolge al cinema, Argento è venuto lui a fare un salto nel mondo disegnato e non è detto che non ci torni. Detto questo, cinema, fumetto e letteratura sono arti che son sempre andate a braccetto, è un flusso continuo di rimandi e ritorni, un dialogo che non si è mai interrotto, per questo un bravo fumettaro deve tenere i piedi in più scarpe.

E la commistione artistica tra fumetto e musica come la vedi? Hai mai pensato, ti è stato chiesto, o semplicemente ti piacerebbe, disegnare una cover di un prodotto discografico o di un booklet?
Musica e fumetto sono una commistione un po’ più problematica, ma non impossibile anzi. Il problema è che il fumetto è un mezzo “muto” e quindi può parlare di musica, può parlare della storia di un genere o di una band. Ma non potrà mai integrarsi del tutto per questo suo handicap. Ed è un peccato!
Mi è capitato di fare copertine per gruppi musicali minori, ma nulla di che. Non è detto che in futuro non succeda, non mi spiacerebbe! Ci sono anche dei precedenti illustri, il primo che mi viene in mente è la copertina di un album di Frank Zappa disegnata da Tanino Liberatore.

Eppure ci sono molti artisti musicisti che ci stanno provando a fare questa integrazione, penso a Jovanotti con Toffolo o a Giancane con Zerocalcare, tutto negli ultimi due anni, quindi forse qualcosa di concreto davvero si sta iniziando a fare…
Hai ragione, io parlavo più che altro del livello di integrazione delle due arti. Comunque si, il dialogo c’è,  il fumetto può appoggiarsi alla poetica di un gruppo, alla filosofia di un genere. Quello assolutamente.

Probabilmente il segreto sta in quello che hai detto tu prima in merito al perché preferisci Bonelli: la vicenda che nasce e finisce in un albo, così da avere una copertina coerente e che parli di quella storia singola, senza scendere nell’apologia del personaggio o della serie. Forse il fumetto potrebbe far riferimento esclusivo solo alle tracce del prodotto da cui fare la copertina, no?
In realtà si possono fare molte cose. Nel momento che si esce dai canoni del fumetto popolare Bonelli, le possibilità diventano infinite. Lo stile si può adattare a qualsiasi contesto e arricchirsi di mille influenze, sia nella musica che nell’arte.

Torniamo ai tuoi disegni. Uscendo da Dylan Dog ma restando in Bonelli, altra serie di culto che vede il tuo contributo artistico è Orfani, quale personaggio hai preferito ritrarre e perché?
Si, Orfani è stato un bel trampolino per testare cose nuove e stili differenti, e soprattutto per approcciarmi al colore. Tra tutti i protagonisti presenti nella serie sono più legato a Ringo e, subito dopo, a Sam “la mocciosa”. Sono i personaggi più sfaccettati e interessanti secondo me (e secondo molti lettori) e di conseguenza sono anche i più interessanti da rappresentare, con quel misto di innocenza e follia che li contraddistingue. Inoltre, il mio primo numero (il 3 della prima serie) aveva proprio come protagonista Ringo.

Sei stato relatore di una masterclass al Vitercomix lo scorso weekend, che potere ha l’educazione e la formazione artistica in un contesto socioculturale come quello attuale? Contesto che tu disegneresti in bianco e nero o riesci ancora a trovarci qualche sfumatura di colore?
Il colore ci sarà sempre, il contesto culturale, anche nei momenti più grigi, è sempre stato vivo da qualche parte, magari in un contesto legato a poche persone, magari portato avanti da altre culture. Anche in quei periodi della storia considerati bui, in realtà c’è sempre stato un certo fermento da questo punto di vista. Se vogliamo parlare di attualità, ci troviamo in un periodo incredibilmente fertile, il cui la tecnologia e la comunicazione hanno raggiunto un livello tale da poter arrivare a chiunque, ed è qui che casca l’asino: ora che i mezzi sono illimitati, ci si accorge più che mai che il limite è sempre e solo dell’uomo. Se una volta fare cultura voleva dire diffondere conoscenza, oggi fare cultura vuol dire dare gli strumenti giusti per decifrare tutte le informazioni che ci arrivano. Non a caso il nuovo acerrimo nemico di Dylan, John Ghost, è una figura manipolatrice che ha la piena padronanza dei mezzi di comunicazione e gioca proprio sull’incapacità della “gente” di fare i distinguo, di farsi sedurre dagli slogan, di cedere alle paure sociali.
Il fumetto poi, nello specifico, è anche un ottimo mezzo per fare educazione visiva.
Viviamo sempre più circondati di immagini, ma nella maggior parte delle persone il livello di cultura visiva è spesso medio bassa. Proprio in questi giorni è uscito il trailer del remake fotorealistico di un classico Disney come “il Re Leone”. Un cartone, disegnato (e sottolineo disegnato) con tecniche tradizionalissime che oggi viene riproposto con un approccio l più vicino al reale possibile. Come se il pubblico possa apprezzare meglio cose che riconosce come vere, rispetto a delle sintesi grafiche e artistiche.
Chi vive di disegno inorridisce di fronte a certe scelte commerciali, sono un passo indietro nell’educazione visiva delle masse. Un brutto sintomo che a tratti mi mette in allarme, ma a ben pensarci dubito che andranno molto lontano.

Qualche appuntamento artistico che ti riguarda, o qualche anticipazione sul tuo futuro professionale che ti va di ricordarci?
Per quanto riguarda i progetti futuri, sto portando a termine il primo numero de “I Racconti di Domani”, una nuova serie (o miniserie) scritta da Tiziano Sclavi. Non so bene quando uscirà, ma stiamo lavorando per fare qualcosa che resti!

In conclusione sei d’accordo con Dostoevskij quando dice che la bellezza, quindi l’arte, salverà il mondo?
Beh, chi sono io per smentire Dostoevskij? A patto che si usi il termine “bellezza” nel significato più ampio possibile del termine.