Intervista a Donno: la scelta tra Dei e Malanni dipende da noi.

di Paola Pagni

Donno presenta l’album di debutto “Dei e Malanni”, disco anticipato dai singoli Incondizionatamente, Altri Vizi e dalla title track.

La data di pubblicazione è una scelta tutt’altro che casuale, visto che coincide non solo con il compleanno di Donno ma anche con i trent’anni dalla pubblicazione di “Nevermind” dei Nirvana, un disco fondamentale nella formazione professionale del giovane artista.

Donno era già stato ospite sulle pagine di Inside con un’interessante video intervista che potete trovare a questo link: in quell’occasione di aveva parlato di “Altri Vizi”, scritto da Donno e prodotto da Sergio Quagliarella e Oscar Mapelli.

È stato un piacere scambiare qualche altra battuta con Donno per entrare con lui dentro a questo album, che si presta a più livelli di ascolto e che sicuramente merita un’attenzione particolare ai significati ed ai contrasti che ci propone.

Dei e Malanni è il frutto di un percorso di evoluzione personale e spirituale di Donno, un inno di addio alla dualità: una miscela di emozioni e sentimenti apparentemente contrastanti tra loro, nel tentativo di unire istinti viscerali a una comprensione cosciente del vissuto quotidiano. I suoni alternano il rock al pop di fine anni 90, strizzando l’occhio all’ indie e ai cantautori moderni, mentre i testi alternano un tono perentorio a momenti molto più personali intimi e introspettivi.

Intervista a Donno per Dei e Malanni

Hai definito questo album un addio alla dualità: qual è il senso di quest’affermazione?

Soprattutto ne mondo occidentale siamo da sempre abituati a pensare le cose per estremi, o in un verso e nelle sue cose, in maniera binaria e se io non sono d’accordo con te automaticamente e come se fossimo già contro, senza una via di mezzo. Riflettendo su questo ho scritto la prima canzone, che nell’album invece è l’ultima: Addio. L’ho scritta mentre stavo passando un periodo particolare ed in quell’occasione ho voluto abbandonarmi, lasciarmi andare a ciò che mi veniva in mene. Mi sono detto: troviamo una terza via, qualcosa di diverso che esuli da questi due poli estremi. L’addio alla dualità parte da lì, dal cercare di vedere le cose a 360 gradi senza cadere nel tranello del “da una parte o dall’altra”

“Dei e malanni” è la title track dell’album: cosa rappresentano queste due entità?

Ho usato questi due termini che in realtà, almeno in un certo momento, possono indicare la stessa cosa. Ti faccio un esempio: quando un evento che succede nella tua vita è sia un dio che un malanno, perché alla fine scegli tu cosa farlo diventare. All’inizio ciò che ti accade è entrambe le cose ma tu puoi decidere: dipende da come lo interpreti e lo vivi. Il Dio è un’entità che conosciamo poco ma che può aiutarci, mentre un malanno è solo un malanno, un avvoltoio.

Per cui credi dipenda tutto dall’interpretazione che diamo alle cose?

Sì, secondo me tutto dipende da come si interpreta: siamo miliardi di persone con altrettanti piccoli mondi, cervelli e anime, per cui come si fa a dire che una cosa sia veramente oggettiva? Se io guardo una pianta la vedo diversa da come la vedi tu, e così tutto il resto: penso che ci sia sempre una percentuale soggettiva nel come vediamo le cose, alla fine diamo sempre una nostra interpretazione.

“Giochi di specchi” è una traccia importante del tuo disco: la definisci una confessione ad una donna amata, ma la proponi in sonorità tutt’altro che romantiche. Perché?

Questa cosa è stata assolutamente voluta. Di solito per le canzoni d’amore si pensa a delle ballad strazianti o malinconiche, invece io ho scelto un suono di questo tipo perché alla fine le relazioni non sono sempre armonia. Diciamo le cose come stanno: c’è un sacco di robaccia che ci smazziamo quando abbiamo a che fare in maniera intima con una persona. Spesso è stridente stare con qualcuno, capire cose dell’altro, o anche di te stesso tramite l’altro. È un gran lavoro, un impegno enorme, quindi non può essere tutto rose e fiori. Nonostante poi sia comunque bellissimo.

“Addio” è l’ultima traccia dell’album, e forse ne riassume un po’ tutto il significato. Ne abbiamo già parlato in parte, hai altro da aggiungere?

Come dicevo, è la prima canzone che ho fatto. All’inizio era solo una sensazione, una percezione che mi è arrivata; poi ho lavorato con altre persone per la realizzazione dell’album ed è stato come vedere, a livello pratico, quello che avevo già in mente, ma non ancora sperimentato. La chiusura di un cerchio e l’apertura di un altro.

La stesura del disco in quanto tempo è avvenuta?

L’ho iniziato nel 2018 a dire il vero, e l’ho concluso inizio 2020, quindi poco prima che succedesse tutto. (Ovviamente si parla della pandemia n.d.r.)

Poi alla fine del primo lockdown sono tornato in studio per definire delle cose, ma in realtà era già tutto pronto da prima, si aspettava solo il momento giusto per farlo uscire. Devo dire ho già pronto anche un secondo album ed una parte del terzo: sai, stando a casa di tempo per produrre ce n’è stato. Alla fine è stato un modo per convertire un brutto momento in qualcosa di utile.

Come ci si deve porre all’ascolto di questo album?

Volendo si può anche ascoltare durante un viaggio in macchina, però le mie canzoni penso siano da sentire almeno 2-3 volte prima di entrarci dentro. Serve mettersi li tranquilli e dire “ok, ci facciamo un bel viaggio sì, ma dentro di noi e vediamo se qualcosa di quello che sento ci tocca l’anima”. In quel momento si riflette su “cosa ti ha fatto riflettere”, un vero e proprio gioco di specchi.

Sicuramente comunque per poterlo apprezzare di più bisogna prenderlo con calma, ritagliarsi del tempo per dedicarsi al suo ascolto senza fare altro.

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