Io odio immensamente le ferrovie dello Stato, perché è lì che ci diciamo addio…

Cantava più o meno così Dimartino in uno dei suoi dischi più belli. Ed è un po’ da qui che partono gli Intercity, che poi nella realtà partono proprio in quelle stazioni che significano più spesso “addio” che “benvenuto”. Laguna è un disco diverso per mille motivi. Sembra uscito da un’epoca lontana, da un paese lontanissimo. Innanzitutto nell’epoca che vede la rinascita prepotente dei singoli gli Intercity sfornano un album doppio, ventidue canzoni suonate fino a farsi sanguinare le dita sulle corde della chitarra.

A partira da Notturno, brano che apre il primo disco, fino a Periferie, tutti i brani, ognuno a proprio modo sono attraversati da un’atmosfera crepuscolare. Quella malinconia propria di una certa new wave che prima degli Intercity in Italia avevano riportato in auge i Soviet Soviet. A differenza della band di Pesaro però Fabio Campetti e soci affrontano il territorio impervio della new wave e del post punk con testi in italiano. Oltre Fabio alla voce gli Intercity sono composti da Michele Campetti alle chitarre, Paolo Comini al basso e Riki Taglietti alle percussioni.

In un panorama discografico che punta all’omologazione un disco come Laguna – uscito per Dischirotti / Orso Polare – è una boccata d’ossigeno, anche se sotterranea per le atmosfere che richiama, ma è proprio questa la sua forza. La diversità rispetto al fiume in piena dell’it-pop che genera malinconie plastificate e posticce è proprio la forza di indagare le grandi debolezze che ognuno si porta dentro spesso senza riuscire ad esternarle. Altre band con questo numero così corposo di brani avrebbe messo in cantiere più di una pubblicazione, invece gli Intercity a distanza di tre anni dal precedente album “Amur” piazzano il colpo senza filtri. In un’epoca musicale in cui la velocità richiede pochi ascolti per colpire chi compila playlist per le piattaforme streaming Laguna richiede invece il suo tempo. Per dar valore ad un lavoro ormai non si può far altro che dedicargli il proprio tempo del resto.

Sembra di averlo sempre avuto in cuffia questo disco, mentre si parte di notte con lo sguardo perso fuori dal finestrino del proprio vagone. Sembra scritto apposta per quel genere di malinconie Laguna. Quando si ripensa ad un viaggio a Madrid o ad un’avventura spaziale come quella dell’Apollo. Le tinte sono scure, ma non cedono il passo alla tristezza, provano anzi in qualche modo a risolverla, a cercare una catarsi.

Un disco che richiama alla mente anche quello degli Stella Maris, uscito qualche mese fa, per l’universo musicale smithsiano di riferimento di alcuni brani spogliati di elettronica.

Chiaramente nel corso dell’ascolto uno dei rischi è quello dell’eccessiva linearità essendo Laguna un progetto abbastanza monolitico, con le radici ben piazzate in un preciso territorio musicale, al netto di ciò le varie incursioni di fiati ed elettronica, le divagazioni punk e quelle più rock contribuiscono ad aggiungere la giusta dose di varietà ad esempio in brani come Sweet Panda o Le Piante di Canapa.

L’ambizione porta gli Intercity nella giusta stazione, quella dove dovrebbero essere ad aspettarli sempre più persone disposte ad ascoltare un disco di sicuro molto interessante che impone la band bresciana all’attenzione della scena indipendente. Ultimamente essere ricompresi in questo grande calderone significa sempre tutto e niente ma nel caso degli Intercity con il loro Laguna hanno saputo ritagliarsi un posto importante nel solco della new wave italiana, senza trascurare incursioni in generi come il post punk ed il cantautorato.

Prendetevi il vostro tempo, quello che richiedono tutti e ventidue i brani di laguna, magari ascoltandolo in uno di quei viaggi che partono dalle famose stazioni che odiamo tutti come Dimartino.