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Imagine Dragons a Napoli: quando la musica ti lascia essere rotto, e va bene così

by Giusy
Imagine Dragons

Dopo il doppio sold out di Padova, gli Imagine Dragons hanno fatto tappa a Napoli con un evento che ha irretito i sensi di chi era presente ieri sera allo Stadio Diego Armando Maradona.
Un’urto emotivo e sensoriale che ha trasformato l’arena in un luogo fuori dal tempo: più che un live, un rito celebrato in un palazzo celeste dell’Olimpo.

Il Loom World Tour degli Imagine Dragons approda a Napoli

Utima tappa italiana di un tour da record, il Loom World Tour prende il nome dal sesto album della band. La serata partenopea era tra le più attese del calendario estivo, accolta da migliaia di fan provenienti da ogni angolo d’Europa – tantissimi gli stranieri presenti – che si sono accampati davanti ai cancelli dello stadio fin dalle prime ore dell’alba, sacrificando ogni comfort pur di conquistare il proprio posto privilegiato in transenna.

Pubblicato nel giugno 2024, LOOM rappresenta il punto di maturazione artistica del gruppo di Las Vegas. Il disco, prodotto insieme agli storici Mattman & Robin, fonde le radici sonore degli esordi con una nuova linfa, tra suoni cristallini e sperimentazione emotiva.

Con 48 dischi di platino – e 5 d’oro solo in Italia – 98 milioni di album venduti nel mondo e oltre 240 miliardi di stream, la band capitanata da Dan Reynolds non è più solo un fenomeno musicale, ma un linguaggio emotivo che parla alle generazioni.

Il concerto

Napoli, ore 21:15 – Lo stadio Maradona è gremito. Energia, emozione e spettacolo avvolgono il pubblico in un’esperienza immersiva – come è tipico degli show dei Dragons – che va ben al di là di numeri e statistiche: perché se i dati raccontano il successo, è il cuore dei presenti a custodire la verità di ciò che è accaduto.

Il live si è aperto con “Fire in These Hills”, uno dei brani più recenti, sospeso tra intime confessioni e colline in fiamme che scorrevano rapide sul maxi schermo.
Da quel momento in poi, il ritmo non ha più rallentato: Thunder, Bones, Whatever It Takes, Bad Liar, Demons, Enemy, Eyes Closed e, tra le ultime, l’immancabile Believer, esplosa nel finale come un canto liberatorio condiviso da tutto lo stadio.

Anche lontano dal pit, in ogni angolo dell’arena, l’esperienza restava totalizzante. Nessuno era escluso da quel vortice sensoriale: : lingue di fuoco a sfiorare un soffitto immaginario, colonne di fumo, laser taglienti, fontane di ghiaccio e, per ben cinque volte, esplosioni di stelle filanti.
Il palco, monumentale, dominava la scena; tre megaschermi, perfettamente incastonati nella scenografia, trasformavano ogni brano in un cortometraggio emozionale. Ed è stato proprio questo a fare la differenza: uno show non solo da ascoltare, ma da vivere con gli occhi, con la pelle, con il cuore

Ma ciò che è rimasto davvero è quello che non si vede.

C’è un’istantanea che ho scattato con gli occhi. Un frammento. Una di quelle immagini che si acquattano nella memoria dell’esistenza, dove è condensata tutta l’emozione per la band che ami, e che continua a vivere dentro in eterno.

Eravamo davvero in molti, eppure sembrava di far parte di un’unica cosa.
Melenso, voi direte. Sì, dall’esterno può apparire così, lo ammetto.
Ma, finché non sei sotto quel palco, è difficile comprendere davvero cosa succeda in quelle due ore. È un’emozione che non ti attraversa: ti abita. E non ti lascia più. Spiegarla, invece, riuscirebbe solo a sminuirla.

In mezzo a quella folla, unita da qualcosa che si può solo percepire, non c’era solo musica.
E questo è quello che io chiamo l’effetto Dragons.
Loro, che da sempre sono paladini silenziosi di lotte importanti.

Il pubblico era bellissimo: coeso, emozionato, trasportato. C’era condivisione vera. Quella che spesso manca là fuori, oltre i cancelli di uno stadio.
Quella che nasce quando scopri che il tuo buio non è un’anomalia privata. Che non sei tu a essere sbagliato.

Quando le canzoni toccano anche il tuo lato fragile e parlano anche del tuo disagio. Quello che nascondi, che ti fa sentire solo anche in mezzo a tutti.
Quando danno voce a qualcosa che spesso non si osa dire ad alta voce: la depressione.
Ma non come un mostro né come una sentenza. E, soprattutto, senza pietismi.
Solo per quello che è: una parte dell’esperienza umana.
E sentirla lì, riconosciuta, fa davvero la differenza.

Dan Reynolds – un megafono emotivo che da anni combatte lo stigma sulla salute mentale – ne parla spesso, e lo fa con onestà. Ribadisce più e più volte l’importanza di chiedere aiuto, andare in terapia, prendersi cura di sé. Perché non è debolezza. È, anzi, il primo gesto d’amore – e di CORAGGIO – verso se stessi.
E forse è proprio questo il punto: non tutto si può aggiustare.
Come scrive Chuck Palahniuk, “quello da cui scappi non fa che rimanere con te più a lungo”.
E allora tanto vale restarci.
Starci dentro. Nominarlo.

Quello delle canzoni, delle parole spinose, è lo stesso Dan che si vede sul palco: non scappa, non si protegge, si espone per intero.
Non è soltanto talento, fascino e carisma magnetico.
Reynolds è coerenza viva: tra il messaggio che porta e il modo in cui si muove, canta, vibra.
Suona la batteria, attraversa ogni nota e si lascia attraversare, coinvolgendo il pubblico con un’intensità che non si può imparare né, tantomeno, recitare.

E quando si emoziona, mentre quarantamila persone cantano all’unisono con lui, quel sorriso non è spettacolo: è verità.
È riconoscimento.
È gratitudine.
È condivisione.

Alla fine della terza canzone, il palco viene ripulito con soffiatori elettrici: è il momento di Take Me to the Beach.
E Reynolds, prendendo quasi sul serio il titolo, al mare ci va davvero.
Via la canotta, ed ecco irrompere in scena anche dei palloni da spiaggia giganti a rimbalzare sulla folla. Del resto, il caldo di Napoli a giugno si fa sentire e Dan deve averlo percepito tutto.

Il gesto è ormai un classico, un rituale atteso e sempre apprezzato. Un piccolo carnevale estivo partenopeo, tra musica, sudore, coriandoli e palloni colorati.
E forse, a ben vedere, il momento più atteso non è tanto quando si sfila la maglia in mezzo alle fiamme (anche se sì, è proprio quello che succede), quanto l’istante in cui alza lo sguardo verso la folla e sembra dire, senza bisogno di parole:

«So chi siete. So cosa provate. E va tutto bene.»

Non si può essere infelici quando si ha questo.
Lo scriveva Irène Némirovsky, parlando dell’odore del mare, della sabbia calda sotto i piedi.
Io lo penso della musica.
Di quella che sa fare il proprio dovere senza forzature, senza costruzione.
Ma soprattutto, di quella che ti spinge giù, negli abissi di te stesso, e ti costringe a guardarti.

Di quella che ti lascia essere rotto, senza chiederti di aggiustarti.
Che non ti salva, ma ti guarda, ti vede e ti riconosce per ciò che sei in quel momento, e vai bene così.
Che ti fa sentire nudo in mezzo a migliaia di sconosciuti nudi come te.
Perché in quel momento vedi che i demoni che si nascondono nei tuoi occhi… li hanno anche loro.
Li ha chi canta accanto a te.
Li ha chi sta sul palco.
E allora smetti di difenderti, permettendoti di crollare, di gridare, di cantare.
Di esserci e di valere.

L’ultima canzone dell’ultima notte italiana

Con Believer, si giunge al culmine di uno spettacolo catartico.
Un’esplosione di suoni, coriandoli e voce collettiva che scuote il cielo e il terreno di Napoli. Il palco si illumina a giorno, il pubblico canta senza risparmiarsi, ed è difficile distinguere chi stia dando più voce a chi.
Gli Imagine Dragons percorrono tutta la passerella per salutare, mentre lo stadio continua a esplodere di applausi: qualcosa di irripetibile è successo… ancora una volta.
Poi, di colpo, buio. In pochi istanti la band scompare.
Ma eccoli: scivolano via veloci, dentro piccoli van neri scortati dalla polizia, che tagliano la notte e si allontanano in colonna.
Li vedo sfrecciare proprio davanti a me.
Un attimo fa erano su quel palco. Ora sono già altrove.

Ringraziamenti

Un grazie speciale a Live Nation per l’accredito stampa, per la puntualità, per l’accuratezza comunicativa e il posto privilegiato che ci hanno riservato in Zona PIT.

Per quanto riguarda l’organizzazione locale, va detto che l’accesso allo Stadio Maradona è stato piuttosto caotico: indicazioni confuse, staff che rimpallava i fan da un ingresso all’altro anche dopo i controlli già superati, e una gestione macchinosa che ha trasformato l’arrivo in una piccola odissea urbana.
Ma è stato un prezzo minimo, in fondo, per una serata semplicemente perfetta.

Imagine Dragons: La scaletta di Napoli

Loom World Tour – Stadio Diego Armando Maradona

  1. Fire in These Hills
  2. Thunder
  3. Bones
  4. Take Me to the Beach
  5. I’m So Sorry
  6. Whatever It Takes
  7. Next to Me
  8. Budapest (cover di George Ezra)
  9. I Bet My Life
  10. Bad Liar
  11. Wake Up
  12. Radioactive
  13. Demons
  14. Bleeding Out
  15. Walking the Wire
  16. Sharks
  17. Enemy
  18. In Your Corner
  19. Birds
  20. Believer

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