Ripercorriamo la storia e le tracce di Images and Words, uno degli album più influenti di sempre nella storia della musica.

I Dream Theater nascono nel 1985 a Boston, grazie all’interazione di quelli che diventeranno tre tra i più tecnici e pluripremiati musicisti del panorama mondiale, proprio partendo da Images and Words. Da qui, si fa la storia, rendendo possibile la salita del primo gradino della scala per il Paradiso che porterà alla generazione di un nuovo stile, “Il Metal Progressive”. In effetti si tratta di contaminazione classica, della fusione tra matematica e melodia, che crea un’unica miscela fra i due generi. Infatti, durante la frequentazione del prestigioso College of Music di Berklee, il chitarrista John Petrucci, il bassista elettrico John Myung e, alle tastiere, Kevin Moore, daranno inizio alla nascita di un nuovo genere musicale che influenzera’ lo stile e la coscienza di centinaia di artisti. Si aggiungeranno poi Il batterista e compositore Mike Portnoy, noto per la spiccata mente creativa. Viene scelto, dopo due anni di ricerche, James La Brie, tra 200 candidati al ruolo, grazie ad una voce capace di spaziare negli alti range vocali. In quest’ultimo caso, spesso i gruppi dovevano utilizzare una cantante donna per poter soddisfare tutto il registro musicale, la Brie arriva invece a note così alte per il frequente uso della tecnica del “falsettone”, misto tra voce pura e falsetto. È in grado, grazie ad una precisa posizione di zigomi che simula un sorriso, di spaziare fra 4 ottave senza alcuno sforzo.

Il mantra è: “Conosciamo le regole ma siamo in grado di superarle”

Arriviamo dunque all’album protagonista di questa svolta: “Images and Words”. Siamo nel 1992.

Images and Words, copertina

La prima traccia è “Pull me under”, scritta da Kevin Moore ed ispirata all’Amleto, dove si parla di vendetta e suicidio per rabbia. “Trascinami giù” è un vero e proprio invito alla morte, dove si acclama come il protagonista sia pronto per l’estremo gesto, senza nè paura ma anzi senso di sfida. Nell’intro le tastiere delicate si contrappongono ad una batteria con colpi forti, decisi e tipici tempi dispari, una chitarra aspra, rigorosamente a 7 corde; la parte urlata crea un climax ascendente e un’atmosfera di attesa dell’ultimo respiro. La seconda traccia è “Another day”, testo di Petrucci, ispirata alla lotta del padre contro il cancro. “Vivi un altro giorno, arrampicati un po’ più in altot, trova un altro modo per restare”. Tastiere con armonie nostalgiche e chitarre morbide sottolineano la necessità dell’autore di comunicare il suo dolore.

La terza traccia è “Take the time”, testo e musica di tutta la band, ed è un pezzo autobiografico che parla della storia del gruppo e dei suoi cambiamenti. Molto energica, chitarre con sweep che sovrastano e assoli che mettono in risalto la facilità di esecuzione di Petrucci. Qui la voce gioca velocemente con le parole e con l’estensione, La Brie esegue vere e proprie scale dal basso verso l’alto. Ad un tratto arriva un nuovo frammento più lento e melodico, come se si fosse arrivati ad una svolta, con una chicca sul testo dove viene inserita la frase in italiano. “Ora che ho perso la vista, ci vedo di più”. È tutto più chiaro ora, il percorso della band è iniziato.

La quarta traccia è “Surrounded”, intro quasi sussurrato, tastiere pulite, testo riflessivo: passaggi da ombre e dubbi verso libertà e limpidezza. Petrucci si esibisce in un assolo tra tapping e legature che fluidificano l’atmosfera di esaltazione. La quinta traccia “Metropolis part 1” è il vero capolavoro che incarna il miracolo eseguito dalla band, vera e propria fusion, bene e male, scienza e religione. Parla della speranza infantile di vivere senza alcun dolore, resa vana poi dal percorso della vita reale. È il trionfo del metal progressive: pura esibizione di ritmi asincroni e tempi dimezzati, accenti impazziti e utilizzo della batteria come evidenziatore del testo indeciso tra speranza e morte.

La sesta traccia è “Under a glass moon”, descrive un frammento di vita notturno, il protagonista sorride alla luna sprezzante. Inizia con una chitarra secca e più metal, entra la batteria veloce e tratteggiata da colpi duri, la tastiera dà un senso di ansia e tutto è molto cupo. Anche qui tutti i tempi sfalsati e mescolati ad arte rendono più difficile l’esecuzione della voce sui molti tempi dispari e che però si esalta, non teme confronti.

La settima traccia è “Wait for sleep”, scritta da Kevin Moore, è suonata solo al pianoforte, in fondo l’esaltazione delle tastiere è tipico elemento che contraddistinguono il progressive. Descrive quel momento crepuscolare dove si riflette sulla fragilità della vita e sulla morte, immagini che si riaffacciano impenitenti. L’ottava e ultima traccia è “Learning to live”, altro componimento cardine dell’album, scritto da Myung. È concettualmente la risoluzione di tutti i dubbi e le paure espresse in” Images and Words”. Si parla di energia e soprattutto autocontrollo, prima si cercavano sentimenti e sensazioni: ora si ricerca la Vita, la verità e la visione lucida del mondo che non ti comprende ma che si supera affrontando, con il cuore, il dolore. Gli strumenti entrano uno ad uno nel pezzo proprio come se fosse il cammino del protagonista verso la luce e l’autocoscienza.

Degno finale di un album capolavoro.

A cura di Manuela Atzori