Intervista a Daniele Coccia Paifelman de Il Muro del Canto: “L’Amore Mio Non More è un disco d’amore resistente”

di InsideMusic

Abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con Daniele Coccia Paifelman, frontman de Il Muro del Canto, il gruppo rock folk romano, dal suono ruvido e intensissimo, che unisce modernità e tradizione in un’autentica voce popolare senza tempo. S’intitola “L’amore mio non more” l’album di inediti che sta portando la band capitolina in tour in tutta Italia, un disco che mantiene i propri tratti distintivi e, allo stesso tempo, introduce diverse novità nelle soluzioni ritmiche e armoniche.

il muro del canto

Ciao Daniele, partiamo proprio dal vostro ultimo lavoro discografico. “L’amore mio non more” è un album riconoscibile, ma presenta anche suoni eterogenei – dal sound Irish al folk americano. Cosa vi ha portato a sperimentare nuovi stili?

Abbiamo optato per delle soluzioni diverse proprio per cercare di non ripetere quello che avevamo già fatto in passato, quindi certi ritmi che non avevamo mai pensato di utilizzare ci sono tornati utili, così ad un certo punto alcune strofe di un brano possono sembrare reggae, cosa che addosso a noi sembra abbastanza strano visto che abbiamo al contrario suoni spesso molto scuri, invece siamo riusciti a coniugare ritmi reggae con le nostre canzoni, poi magari l’Irish che si poteva sentire anche in passato questa volta ci abbiamo fatto un intero brano. Insomma, ci siamo divertiti e abbiamo sperimentato.

La cover de “L’amore mio non more” è ricca di riferimenti iconografici. Com’è nata questa idea?

La cover è stata concepita da Paolo Campana e Lucamaleonte che hanno ascoltato tutte le canzoni e hanno tirato fuori gli elementi comuni e poi hanno fatto questa copertina che rappresenta il bene e il male. Il pettirosso è il bene, mentre il serpente è il male, e poi c’è l’orologio che è il tempo della vita. In tutto questo il titolo “L’amore mio non more” che fa propendere l’asticella verso il bene, verso la resistenza in cui noi intendiamo questo amore: la passione, la rabbia, la lotta. Come ci piace dire: questo è un disco d’amore resistente, ovvero un tipo d’amore che resiste. Amore non solo dal punto di vista sentimentale ma anche l’amore per le passioni, per le battaglie e per le cose importanti rispetto al vuoto che sta dilagando intorno.

il muro del canto

Il tempo è il filo conduttore dell’intero lavoro. Che cosa rappresenta per voi il tempo?

Sinceramente non è che l’abbiamo concepito prima come tema, ci siamo resi conto solo dopo, leggendo i testi. E se vogliamo fare una battuta tra noi: ci stiamo invecchiando, insomma ci stiamo cominciando a guardare indietro. Ecco, è stato un disco di ricordi, che guarda al secolo scorso a quando c’erano, forse, più persone per bene o la bella vita. E’ stato un disco in bianco e nero, anche i racconti di Alessandro ripercorrono tutta la storia di Roma, quindi parla del tempo anche dal punto di vista storico, anche quando eravamo bambini e Roma era un po’ più a misura d’uomo. Ecco è un po’ uno spaccato del passato. Ad esempio la prima canzone, Reggime er gioco, parla della Roma di oggi e dice “fai come facevi una volta”, perché c’è anche una canzone romana, Reggime er moccolo, che diceva “Roma non fa la stupida stasera” e quindi chiedeva a Roma di aiutarlo quando doveva uscire con una ragazza, invece noi in questo senso speriamo che torni (Roma) ad aiutare il romano nelle varie difficoltà, mentre adesso è un gran disastro.

Mi allaccio a queste tue considerazioni. In Roma Maledetta ripercorrete i passaggi storici di Roma: da Romolo e Remo al funerale di Alberto Sordi. La Capitale la vedete veramente indifferente allo scorrere degli eventi o pensate che ci sia ancora speranza?

Ma si, la speranza c’è perché comunque c’è tanta gente che ci tiene alle sorti della città. E’ vero che ci sono molte difficoltà e molti problemi, però ci rendiamo conto che è anche la dimensione della città che crea molti problemi. Però c’è sicuramente speranza, nonostante le gravi problematiche in corso che sembrano peggiorare. Parlo della chiusura di molti spazi sociali che stanno soccombendo a determinate dinamiche di Stato che cercano di soffocare quello che la gente crea da sola, proprio dove lo Stato manca.

Mi viene in mente “La Casa internazionale delle donne” che vorrebbero chiudere, come altri luoghi simbolo come i teatri.

Si esatto. Questa è la cosa più angosciante, perché comunque quelli sono i posti che fanno una città viva. Se uccidi quello uccidi tanto.

Uccidi la cultura.

E certo. Soprattutto la cultura. Per quanto riguarda il traffico e problematiche simili, sono tutte importanti, ma relative, che a noi ci importa relativamente. Cioè devi soffrire e ci soffri nel traffico.

Pasolini ricorre spesso all’interno delle vostre ballate, soprattutto se penso a Novecento dove raccontate le due facce di Roma durante il miracolo economico: da una parte la “dolcevita” e dall’altra il disagio delle periferie. La vostra è una sorta di denuncia, un po’ come fece lo stesso Pasolini nel film “Accattone” del 1961. Cosa vi lega a lui?

Ci lega proprio il fatto che comunque noi siamo operai, non viviamo di musica e facciamo parte di quella società che non vive nel lusso e siamo vicini per nascita a quel mondo che lui ritraeva. Quindi parlando di Roma è normale che ci riferiamo alle stesse cose. Poi lui (Pasolini) raccontava dal punto di vista cinematografico. E noi in Novecento abbiamo contrapposto gli agi della “dolce vita” e la vita nelle periferie. Quello è un brano che, per quanto mi riguarda, parla di quando da piccolo uscivo in periferia e c’erano le strade bianche e i palazzi, non c’erano i negozi ma c’era la speculazione edilizia. Ed era quel tipo di periferia che raccontava Pasolini, solo che lui lo faceva negli anni ’60 e io l’ho vissuta negli anni ’80, in provincia vicino Roma.

Rimaniamo nel cinema. Vinicio Marchioni e Marco Giallini sono protagonisti dei video dei due singoli usciti – La vita è una e Reggime er gioco. Com’è nata questa collaborazione?

Marco lo abbiamo conosciuto tanti anni fa, sempre grazie alla musica. Vinicio invece da poco. Poi il nostro batterista e voce narrante Alessandro li ha intervistati e così è nata un’amicizia e una collaborazione. Sono stati molto contenti di aver prestato i loro volti nei nostri video.

Per la prima volta all’interno dell’album ci sono testi in italiano, come in Stoica e Il tempo perso. Dietro c’è la volontà di abbracciare un pubblico più ampio?

In realtà no. Perché i due singoli non sono spudorati, ma abbastanza intimisti. Poi noi non scriviamo solo in romano. Quindi un domani non nego che ci siano brani in italiano, non ci precludiamo niente, siamo aperti a tutte le opzioni. Ovviamente se ne parla e si discute, poi se i pezzi non piacevano a tutti non si mettevano, però hanno appassionato tutti quindi all’unanimità si è deciso di metterli. E poi alle persone piacciono molto questi due pezzi, almeno Stoica noto che sta piacendo molto. E’ stata una scelta vincente.

Il vostro tour è iniziato a novembre e proseguirà, per ora, fino a giugno. Come sta rispondendo il pubblico?

Si, sta rispondendo molto bene, per il momento al nord. Poi dobbiamo arrivare a Roma e siamo ottimisti in partenza.

Ad ottobre il vostro chitarrista storico Giancane ha lasciato il gruppo, con la promessa di rincontrarvi. Quanto, e se, ne ha risentito la band?

La band ne ha risentito a livello umano, quindi ci siamo rimasti un po’ male perché siamo amici e quindi ci mancherà sia in tour che in sala perché è una persona a cui vogliamo bene. Però a livello tecnico adesso al suo posto c’è Franco Pietropaoli che è molto bravo e ha preso il suo posto degnamente. Quindi ci mancherà dal punto di vista umano, più che tecnico, anche se è un ottimo chitarrista. Però dobbiamo voltare pagina perché lui ha preso la sua decisione.

Cosa ci dovremmo aspettare in futuro?

Non lo so ancora. In realtà vorremmo fare sempre meglio, rimanendo noi stessi. Quindi aspettatevi qualcosa che sia Il Muro del Canto al cento per cento.

0

Potrebbe interessarti