Il mondo dietro il palco: intervista a Perez, backliner professionista

di InsideMusic

Dopo la manifestazione Bauli in piazza dello scorso 10 ottobre a Milano, è noto a tutti, anche a chi non è molto addentro al mondo musicale e teatrale, che ci siano diverse professionalità che agiscono nell’ombra ma che svolgono un lavoro durissimo, per farci godere dei momenti di svago.

Duro lavoro, non solo dal punto di vista fisico ma anche personale, perché si tratta di star fuori casa per settimane, a volte mesi…

Si dorme poco, si lavora molto, che diluvi o ci sia un sole cocente, ma la spinta ad andare avanti in questo mestiere arriva dalla passione per quello che si è scelto come stile di vita e forse chiamarlo mestiere è riduttivo.

Abbiamo fatto due chiacchiere sulla situazione lavorativa dei tecnici, tra l’estate appena trascorsa e le incertezze future, con Perez Andrea Peretti, che di professione fa il roadie: backliner e personal tech di moltissimi artisti, tra cui Daniele Silvestri, Niccolò Fabi, Levante, Alessandra Amoroso,

Max Gazzè, Bandabardò, Baustelle, Paola Turci, Marina Rei, Irene Grandi,solo per citarne alcuni e che ha partecipato a numerosi festival come Primo Maggio, Sanremo e altri.

perez

Perez, da quanti anni stai sul/ dietro/ affianco al palco?

Sono tanti! Professionalmente faccio il roadie dal 2000, ma prima lavoravo come tecnico di studio, suonavo e ho fatto anche facchinaggio, per rimanere in questo ambito lavorativo.

Potresti mai immaginare la tua vita senza questo lavoro?

Non credo che il lavoro debba necessariamente identificare una persona, ma in realtà è un lavoro che scegli di fare, non ti ci trovi.

Quando sei in giro stai bene ma dopo un po’ hai voglia di tornare a casa; quando stai a casa per troppo tempo, hai voglia di andare in giro.

Non faccio il roadie, sono un roadie. Diventa la tua vita. Certamente non esiste solo questo lavoro, ma lo faccio perché mi piace.

Puoi spiegarci in cosa consiste il tuo lavoro?

Io sono un backliner, mi occupo della strumentazione musicale durante lo show, da montare e smontare secondo un set up richiesto;

ma soprattutto mi occupo di seguire l’allestimento e disallestimento degli strumenti musicali di uno show, l’ingresso e l’uscita del materiale in palco e soprattutto devo evitare che ci siano dei problemi durante l’esibizione e, nel caso, intervenire rapidamente per risolverli.

In tournée mi occupo di questa parte per un artista, sono il suo personal tech. Questa figura può essere utilizzata anche in altri ambiti dello spettacolo come quello televisivo o dei festival,

dove può essere richiesto di essere più generici, oppure ci si occupa di alcune cose più specifiche, come possono essere i microfoni e i cablaggi.

Essendo anche tu un musicista, ti è mai capitato che ti venisse chiesto di sostituire qualcuno all’ultimo momento?

Mi è capitato che mi venisse chiesto di suonare un brano, ma è abbastanza raro che accada e, tutto sommato, non è quello che cerco.

Se dovessi fare il musicista in un live, farei solo quello; fare sia il tecnico che il musicista non sarebbe produttivo. Se capitasse lo farei volentieri, mi piace suonare, ma evidentemente ho

fatto delle scelte diverse nella vita. Anche quando suonavo mi riusciva meglio e mi affascinava la parte tecnica. Continuo a suonare e comporre per piccoli progetti e documentari come sound designer.

In questo anno lo spettacolo dal vivo sta vivendo un periodo veramente critico, molti pensano che il futuro dei live sarà in streaming.

Sarebbe lo stesso fare questo mestiere, senza la paura del debutto e la botta di adrenalina quando il concerto finisce?

La botta di adrenalina quando si spengono le luci ci sarebbe ugualmente: non è legata alla presenza del pubblico, ma piuttosto alla soddisfazione di aver realizzato l’evento e quello resterebbe identico anche in un concerto in streaming.

Sentirsi addosso l’adrenalina però non deve diventare terrore ma essere il motore per muoversi e dare sempre il massimo. Ora c’è questa rincorsa allo streaming che, sinceramente, mi sembra un po’ sterile. Io preferisco il contatto umano a tutto questo zoomare, mi sembra che alla fine

non porti a nulla. Non sono contrario, è una forma di lavoro che vedo bene insieme ad altre, ma non può sostituire totalmente l’esperienza del live. Sicuramente, dal punto di vista lavorativo non c’è differenza tra l’allestimento della sala prove per il live o per lo streaming.

È chiaro che in streaming hai tempi diversi: se ci sono degli stop, hai il tempo di un cambio palco, mentre nei live sei abituato a farlo in tempo reale.

Se lo fai davanti a diecimila persone o senza pubblico, non cambia niente; Tutt’al più cambia il tipo di richiesta professionale, perché cercherai di minimizzare o, per quanto possibile, non far accadere problemi.

Daniele Silvestri è stato uno dei pochissimi ad aver voluto portare in giro il suo tour questa estate e tu eri, come sempre, al suo fianco come un fido scudiero. Che sensazioni ti ha lasciato questo tour mascherato?

È stata una sensazione strana, forse perché inaspettata. È stato bello poter ripartire, normalmente è brutto fermarsi quando finisce un tour, figuriamoci in una situazione come quella che abbiamo vissuto quest’anno.

OTR live è riuscita a realizzare un calendario di ventuno date che, per la media dei tour è più che dignitosa, girando l’Italia in un mese e mezzo.

È stato strano vedere alcune incongruenze nelle piazze: noi, la produzione ed i promoter locali siamo stati in grado di garantire quello che è stato richiesto dallo Stato con i vari decreti: sicurezza e sanificazione sono state le nostre parole d’ordine.

Però abbiamo anche visto che, fuori dall’area concerto, queste misure non sempre venivano rispettate. Quantomeno avremmo voluto essere tenuti in considerazione, visto che siamo stati in grado di svolgere tutto con la massima professionalità.

Sono stato fortunato per aver potuto lavorare, ma sono fortemente convinto che sarà un buon lavoro solo quando potranno lavorare tutti.  

L’Agis ha pubblicato un rapporto i primi di ottobre nel quale si evidenzia che su oltre duemila concerti svolti da giugno, c’è stato solo un caso di positività al Covid accertato, segno che il sistema dei controlli e protocolli ha retto bene…

Voi siete stati ovviamente molto attenti per poter girare l’Italia in piena sicurezza. Che tipo di misure sono state adottate prima e durante il tour?

Il decreto prevedeva che gli spazi all’aperto potessero ospitare, al massimo, mille persone; quindi anche le aree con capienza maggiore chiaramente venivano occupate solo per il massimo stabilito, con le sedie distanziate di un metro l’una dall’altra ed inoltre c’era il controllo della temperatura, gli accessi erano contingentatati e più lenti del solito.

Abbiamo sempre lavorato con le mascherine: ne avevamo una per lo show, che riportava il titolo del tour La cosa giusta, che poi veniva sostituita con quella chirurgica appena finiva lo spettacolo. Ormai le mascherine e il gel igienizzante sono rientrati tra i dispositivi di sicurezza.

Abbiamo utilizzato le accortezze che erano necessarie, qualche volta con fatica, ma l’abbiamo fatto! Sicuramente l’organizzazione ha sofferto di più, perché ovviamente questa situazione

determina meno introiti e anche gli artisti risentono del non potersi esibire davanti al loro pubblico, di dover far entrare solo chi riesce ad accaparrarsi uno dei mille biglietti a disposizione.

Abbiamo cercato di far sì che questa esperienza non diventasse negativa per noi, né tanto mento per il pubblico. Era necessario anche limitare le spese e quindi, quando era possibile,

abbiamo evitato le partenze anticipate, viaggiavamo in macchina a gruppi ristretti ma comunque la produzione ha garantito condizioni di lavoro e paghe regolari, nei tempi giusti, a tutti noi.

Pensi che il nuovo decreto sia ingiusto nei confronti dei lavoratori dello spettacolo?

Non sono nessuno per poter dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, però credo che ci sia un errore di fondo nei confronti del nostro settore, perché veniamo equiparati a tanti altri mestieri

quando si parla di tasse e invece, in altri momenti, diventiamo non essenziali, perché ci occupiamo di cultura e arte. Sapendo che i teatri erano limitati a duecento posti al chiuso è stato veramente difficile, se non impossibile, muovere alcune produzioni, o fare convegni;

alcuni hanno fatto investimenti e sforzi logistici per adeguarsi alle nuove regole ma se, con un nuovo decreto, ci si ritrova completamente bloccati, diventa difficile andare avanti.

Non tanto per il blocco in sé, ma perché non c’è stato un serio programma di riapertura. Andrebbero previsti per il periodo di stop ammortizzatori fiscali e sociali adeguati e bisogna organizzarsi adesso perché le cose vadano meglio in futuro.

Proprio in questi giorni sembra le cose stiano cambiando: sono stati convocati ai tavoli di discussione anche i sindacati e i tecnici, per esempio quelli di Bauli in piazza, di Chiamate noi,

Squadra live, 360 live crew net e La musica che gira, per discutere su quello che sarà un piano di riapertura. Come lavoratori dello spettacolo abbiamo un contratto di lavoro nazionale, ma non se lo ricorda nessuno….

Essere etichettati come non essenziali, dopo che si genera il 16 % del Pil non è bello.

Quanto pesa sentirsi definire non essenziale?

Non è tanto il concetto di non essenzialità quanto la palese involuzione a livello culturale, sociale e politico che si sta verificando e che non è solo conseguenza della pandemia mondiale.

I problemi erano sotto i nostri occhi da tempo, ma la situazione li ha esasperati e fatti venire a galla. Ora bisognerà capire come riprendere, correggendo il tiro.

A cura di Alessia Andreon

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