Il grande freddo: il testamento poetico di Claudio Lolli

Vincitore nel 2017 della prestigiosa Targa Tenco, Il grande freddo (2017, Tempesta Dischi), ultimo album del bolognese Claudio Lolli, rappresenta il capolinea del cantautorato italiano. Quel genere di cui lo stesso Lolli fu tra i promotori con il celebre disco d’esordio Aspettando Godot (1972).

La storia de Il Grande Freddo di Claudio Lolli

Gli anni ’70 furono fiorenti per Claudio Lolli. I fortunati lp Un uomo in crisi. Canzoni di morte. Canzoni di vita (1973) e Canzoni di rabbia (1975) introdussero alla perfezione uno dei suoi lavori più fortunati: Ho visto anche degli zingari felici (1976), con sonorità jazzistiche, prog e numerosi assoli, il cui nome fu ispirato dal film “Ho incontrato anche zingari felici” del regista jugoslavo Aleksandar Petrović. Un anno dopo, nel disco Disoccupate le strade dai sogni (1977) Lolli concluderà l’analisi storico-sociale cominciata dai movimenti studenteschi nel ’68 sino al pieno degli Anni di piombo. Dagli anni ’80 ai 2000, pubblicherà diversi album e libri, tra una lezione e l’altra di liceo. Non fu mai uomo schiavo del mercato, ma sempre indipendente, senza mai compromettersi, mantenendo nel tempo le proprie idee, rivoluzionarie che fossero, anche a costo di non entrare mai nella piena popolarità. Così è stato, seppur le sue pillole poetiche ed il valore di cui sono intrise resteranno nel tempo.

L’album Il Grande Freddo di Claudio Lolli (La Tempesta Dischi): artwork e tracklist 
  1.  il grande freddo claudio lolliIl grande freddo – 4:32
  2. La fotografia sportiva – 5:57
  3. Non chiedere – 5:04
  4. 400000 colpi – 6:34
  5. Sai com’è – 5:44
  6. Gli uomini senza amore – 4:17
  7. Prigioniero politico – 4:29
  8. Principessa messamale – 6:07
  9. Raggio di sole – 5:53

 

Il disco nacque in osteria. Seduto ad un tavolo, Lolli cominciò a ricordare un vecchio film di Lawrence Kasdan, Il grande freddo; di lì a poco si aprì un dibattito, tra brioche e vino bianco, e nacque l’idea, insieme ai due “zingari felici” Tomasetta e Soldati, di riportarlo su carta e musicarlo. Formato da 9 tracce della durata complessiva di 48 minuti, si avvale della collaborazione di musicisti come Paolo Capodaccqua, Giorgio Cordini e Roberto Soldati alle chitarre, Nicola Alesini e Danilo Tomasetta, Alberto Pietropoli ai sax, Felice del Gaudio al basso, Pasquale Morgante al pianoforte e Lele Veronesi alla batteria. Presenta uno stile prettamente melodico, con arrangiamenti pacati, sonorità classiche e acustiche, testi poetici, pregni di un significato che, a differenza della speranza respirata nel disco del ’76, porta indosso un velo di malinconia e quasi di resa. Le illustrazioni ed il progetto grafico sono del bravissimo Enzo De Giorgi.

L’introduzione pianistica del primo brano, che dà il nome al progetto, introduce il tema principale del disco: la differenza che corre tra il mondo dell’epoca – reazionario, colmo di lavori, che si scalda nelle taverne – e quello di adesso, indifferente, ipocrita, distratto, alienato, che giace fuori a congelare. Un amore, in senso lato, inesistente, che continua a distinguere uomini in base alla cultura e al colore della pelle, divorato dal freddo “che si può sciogliere solo con le lacrime dei nostri furori”. Si chiude nella malinconica frase “Io ho lo sguardo perduto e le costole rotte”.

Ispirata dal fotoreporter Roberto Serra, la Fotografia sportiva, malinconica, affronta il tema della morte, definita come una guida veloce con lo stereo sempre acceso, e di uno spettacolo deludente che – accompagnato da tutta la band, con particolare attenzione alla voce del basso – si placa in un’amara delusione. “Non chiederci la parola”, breve citazione di Montale, compone la canzone Non chiedere, con un sassofono, padrone musicale di un testo il cui tema principale è l’esistenza, dove ormai non si sogna più. Con un ritmo quasi di marcia comincia 40000 colpi, brano annegato nel ricordo che si estingue – con un rimando all’immagine di Antoine Doinel, ragazzino di dodici anni, interpretato da Jean-Pierre Léaud nel film Quattrocento colpi di Truffaut, che corre sulla spiaggia, verso il mare – lasciando spazio ad un assolo di chitarra elettrica in perfetto stile rock-progressive.

il grande freddo claudio lolli

Sai com’è è una ballad che vede come strumento d’accompagnamento la chitarra acustica. Il testo è una lettera postuma del partigiano Giovanni indirizzata alla sua moglie Nori, nel periodo storico complesso della Resistenza. Su ritmo bossa si stende Gli uomini senza amore, un ritratto, carico di fiati, di tutti coloro che considerano l’amore un sentimento minore, da non frequentare e denigrare. Forse ciò resta da fare è scritto nella canzone successiva, Prigioniero politico: “Ma non è chiaro se è rosso il futuro o se è il passato che si finge pacifico, ma a questo punto io mi di chiaro un prigioniero politico”. Il penultimo brano, Principessa Messamale, è la pillola amaramente ironica, irrequieta, intrecciata con un accompagnamento geloso di chitarra classica elettrificata. Il disco si chiude con la traccia Raggio di sole, testamento recitato su un tappeto musicale da brividi, pone metaforicamente l’ascoltatore, l’essere umano in generale, davanti ad un incerto: finirà mai questo grande freddo?

Ecco le ultime parole dell’album, della carriera di Lolli in generale, stroncata dalla sua morte, avvenuta poche settimane fa: “Non so se tutti morimmo a stento (de Andreiana memoria) o facilmente, né se morimmo davvero, né se eravamo mai nati, né se tutto questo è un sogno. Come è un sogno questo maledetto grande freddo che ci tiene chiusi qui e ci attanaglia là fuori”. Fuori si gela, la voce di un sax svanisce nel vento e, con essa, anche quella di un grande poeta dei nostri tempi.

Francesco Saverio Mongelli

Francesco Saverio Mongelli

Classe 1997. Musicista, autore, scacchista, si annoia facilmente, rompiscatole, studente della vita. Cerca ispirazione dalla gente. Compone canzoni, testi e musiche.

2018-09-09T20:08:54+00:00 9 settembre 2018|Recensioni|0 Commenti