“Il Cammino di Santiago in Taxi, Vol. 3” di Brunori Sas è il vinile della settimana

I Discopatici sono tornati, siete pronti a ripetere il solito rito vintage dell’alzata della testina del giradischi? Allora facciamolo insieme: fuori dal cartone il vinile della settimana, in posizione sul piatto e via col suo ascolto.
Settembre, per molti – sottoscritta in cima alla lista – è il vero capodanno. Un mese ricco di aspettative, fine di un ciclo e nuovi inizi. La parola che può riassumere meglio questo mese è: cambiamento. Insomma per citare uno che con le parole sa giocare meglio di me: “Il 31 d’Agosto c’è una storia che nasce e un’estate che muore…”.

Sono le 2 del mattino, l’amaca in terrazza vista mare è sempre li pronta ad attendere le mie elucubrazioni mentali e a raccogliere i miei ascolti più o meno impegnati; stasera decido di omaggiare un uomo del sud come me, artista della quale mi sono innamorata una sera d’estate in maniera del tutto casuale. Agosto 2014, compleanno della mia genitrice (“e scriverò poesie d’amore soltanto per mia madre”, sempre per citarlo), sul porto di Acciaroli, nella cornice meravigliosa del Cilento, un cantautore seduto al pianoforte allietava i pochi spettatori accorsi a vederlo consapevolmente, e i molti passanti (noi compresi) attratti dall’evento. Brunori Sas, “Il Cammino di Santiago in Taxi, Vol.3” in tour, ed è inevitabilmente questo il vinile del momento.

Dopo dieci giorni di stop alcolico, fase studio full immersion, una trasferta ed un concorso, stasera – prima di rientrare e posizionarmi al pc e godermi la brezza marina della sera e il silenzio amico, interrotto solo dalle note del giradischi, il mio fedele alleato per rompere tale ristrettezza epatica non poteva che essere il Tanqueray Gin & Tonic. E due occhi blu, in una mixture infallibile.

Con l’ebbrezza alcolico- emozionale della serata addosso, abbasso la testina e inizio a viaggiare, sul Taxi con Brunori.

Un inizio quasi profetico con “Arrivederci Tristezza”, Darione mi conduce in una dimensione quasi Freudiana in un dialogo fra un Super -Io della ragione (“scusa mio caro intelletto”) e un Io che vuole finalmente lasciarsi andare, liberarsi dalle inibizioni inconsce e provare a “volare più su”. “Arrivederci amarezza, oggi mi godo questa dolcezza, e domani chissà!”. Sarà colpa del gin, dello sprone di Brunori che mi spinge a silenziare anche la mia razionalità, o semplicemente un’esigenza che da tempo maturo dentro di me, ma questo coraggio di abbattere i muri, far calare le maschere e cercare di mettersi in gioco stasera è più forte che mai. Un brano compassionevole, enfatizzato da archi e vibrafono, amplificato dal mio stato emotivo, per un inizio di ascolto ricco di pathos.

Una pausa in up con “Mambo reazionario”, un testo che non mi ha mai particolarmente convinta, una critica sociale a tutti i finti reazionari sessantottini che finiscono per imborghesirsi. Nel topic della società consumista e omologata, in cui Che Guevara e Pinochet vengono messi sullo stesso piano, il sound è ballabile e ai live ha sempre fatto molta scena questo brano, anche se stasera il mood malinconico non mi permette di goderne appieno il suo potenziale. Chi mi conosce lo sa, pochi aggettivi fissi possono calzarmi perfettamente addosso, polemica e rivoluzionaria sono sicuramente fra questi. Ma vale davvero la pena criticare le scelte di chi si è arreso alla vita ordinaria in favore di scelte personali? Possiamo davvero pensare di essere eterni Peter Pan con le maglie rosse (o nere) e gridare “Venceremos adelante o victoria o muerte” fino alla fine dei nostri giorni? La rivoluzione è nei cuori e nelle menti, anche di chi (apparentemente) ha scelto di lavorare in banca e metter su famiglia, dopo aver occupato l’università e rollato spinelli nei centri sociali.

Alla faccia, non ti è piaciuto e ci hai tirato su tutto sto pistolone, e se ti fosse garbato?”, lo so, li sto sentendo i vostri vociare e i pensieri intersecarsi in un buffo di noia. Procediamo che si ritorna al mood della serata con “Kurt Cobain” il quale riprende il tumulto interiore del primo brano. Un testo che usa l’escamotage della breve vita del leader dei Nirvana (e un accenno a Marilyn Monroe) per toccare piano l’argomento spinoso della solitudine. In un mondo in cui tutti dobbiamo forsennatamente apparire in vetrina, dove siamo sempre connessi e circondati da orde di amici virtuali, ci sentiamo impelagati in chat di gruppo, inondati di notifiche e con un occhio sempre puntato sulle vite altrui, la nostra sensibilità che ruolo gioca, che spazio lascia la società circostante ai nostri sentimenti? I quindici secondi di una instanstories.

D’altronde non si può tacere la voce che dice che in fondo a quel mare
c’è un mondo migliore.
E
proprio quel giorno ti viene la voglia
di andare a vedere, di andare a scoprire se è vero
che il senso profondo di tutte le cose
lo puoi ritrovare soltanto guardandoti in fondo!”.

Se provassimo a spegnere i cellulari e a ritornare a guardarci negli occhi? Io stasera ci ho provato, la procedura è stata semplice: internet off line, e telefono in borsa, in una pausa “umana” in cui l’unico suono permesso era quello delle risate o delle parole.
Un altro termine che sicuramente mi si addice è “procrastinatrice seriale”. Ed è evidentemente un aggettivo che accomuna me ed il cantautore calabrese. In “Le quattro volte”, Brunori fa la lista degli obiettivi dalla nascita fino alla fine dei suoi giorni. Un percorso fisso, un susseguirsi ciclico di eventi, quasi rassicurante (l’esame di quinta elementare, la maturità, lavoro, lo stipendio a fine mese, a due passi dall’altare, prendere moglie e diventare un buon padre, la pensione) per una vita costernata dal “gelo dentro al cuore”.
Un brano questo che solo chi viene da un paesino (piccolo) del sud può davvero sentire suo. La storia di Dario è un po’ la classica di ognuno di noi appartenenti alla suddetta casistica: laureato in economia, figlio di un proprietario di una azienda a conduzione familiare, con la passione della musica nel cassetto. Una vita scandita da ritmi imposti (da altri): il diploma, la laurea, il lavoro in azienda, una moglie e dei figli; veicolata da riti paesani come l’uccisione del maiale (cerimoniale che riunisce nello stesso giardino interi quartieri), la processione del Santo Patrono, i Natali in famiglia. Un sogno in musica sempre in fondo al cuore. Una vicenda che nel mio caso si può declinare con una laurea in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche e una passione per il giornalismo, così come per il mio amico G. un traguardo in Nutrizione e una passione sconfinata per i videogiochi (di cui ora fa il traduttore, oltre che il programmatore). Tutti casi di persone che hanno silenziato il senso del dovere e ascoltato la voce della passione. “Fai il lavoro dei tuoi sogni e non lavorerai mai un solo giorno della tua vita”, una frase tanto inflazionata quanto vera. Insomma “puoi rinascere ancora se ti va!”.

Alla fine del Lato A, tocca alzarmi per girare il vinile e riprendere l’ascolto delle B-sides, ma resto qualche minuto incantata ad osservare il cielo stellato. Sono le 3,30 e ormai l’ultimo brandello di sonno si è perso nel senso di pace e di leggerezza in fondo al cuore di questa nottata, mi concedo così un ritorno alla modernità e apro Spotify sul cellulare per cercare la canzone cornice del momento per eccellenza, e la sua essenza in una frase:

“Tu aggrappata ad un angolo di cielo a guardare questo mondo che si infiamma, che si abbraccia o si scanna.
Ci sei tu, con il culo per terra ed il morale alle stelle
a tener su la vita con un paio di bretelle
” (Fra milioni di stelle – Brunori Sas).

Un – due- tre e via, in un guizzo faino alzo la testina, giro il vinile e su di “Il Santo Morto”. Il prossimo brano “Maddalena e Madonna” è sempre stato per me il continuo di “Guardia ’82”,lui innamorato pazzo che suona la chitarra durante un falò estivo sulla spiaggia di Guardia, e continua a scrivere frasi in barre, mascherandole in mezzo alle pile di libri di legge, e cerca i suoi occhi in quelli di ogni innamorato che saluta l’anima gemella alla stazione nelle trasferte universitarie nordiche (piaga per ogni terrone). Al contrario, un dualismo in cui ogni donna si è sempre battuta, fra i due estremi della propria sessualità, quello della protagonista del brano. Vorrei, lo sento il tuo piacere che si stringe sotto la mia gonna, ma forse non è il caso. Mi piacerebbe lasciarmi andare, calare ogni inibizione, ma siamo dello stesso paese, non vorrei sporcarmi la reputazione da “Madonna”. Come se a giudicarci dovesse essere il tribunale dell’etica morale stereotipata e non quello della coscienza individuale, penso mentre accarezzo la mia carne ancora calda ed eccitata qualche ora fa dalle mani di un uomo.

Nessuno” è un po’ il brano che riesce a calare il veto su tutti questi temi appena accennati, la ristrettezza della mentalità paesana, il senso di dovere nei confronti di una vita scadenzata, il richiamo all’essere sempre in vetrina, a nascondere le proprie emozioni e vestirsi sempre di “indissolubilità”. Forse il mio brano del cuore, dell’intera discografia dell’artista. Una penna quella di Dario che usa l’ironia per celare quel sentimento di malinconia dilagante. Un po’ come me.

Faccio quel che faccio per un complesso d’inferiorità, perché mi piace che la gente dica come sei bravo, quante qualità”.

Pornoromanzo” è una ballata leggera, “La vigilia di Natale” è il sequel di “Il giovane Mario” (vol. 2). Brunori si lamenta dell’atmosfera piatta e mediocre che caratterizza la sua quotidianità e sogna “ancora quella casa al mare”. Dopo tanta baldoria però Brunori chiude l’album con il levigato valzer folkish di “Sol come sono Sol”, come se alla fine contassero sempre e comunque le sue radici acustiche.

Alla fine di questo viaggio penso che l’ironia salvi il mondo, dalla tristezza, dall’imbarazzo, dal compromesso. Mi chiedo se il senso dell’umorismo e l’ironia siano genetici, tipo il gruppo sanguigno. Rari sono i casi di soggetti esclusivamente donatori, ma esistono, sono quelli che tengono banco, che si prendono la responsabilità della conversazione, raccontano e tu ne godi ma poi, a fine serata, hai la triste sensazione che sia una sorta di auto-trasfusione. Divertimento sì, ma un po’ anemico.

Trovare qualcuno con il tuo stesso senso dell’umorismo, far parte di una coppia ricettore-donatore, è tanto raro quanto confortante. Si dice che sai di essere innamorato quando davanti a uno spettacolo, a un film, a un tramonto, alla primavera ti senti giù perché non puoi girarti e dire a quella persona: “To’ guarda che bello e che bello che tu sia qua a condividerlo con me”. La più grande dichiarazione d’affetto e d’amore, più di “ti amo”, più di “hai mangiato?” come sosteneva Elsa Morante, la più grande dichiarazione d’amore per me resta: “Lei (o lui) l’avrebbe capita”.

Adesso però sono le 4: “mi spiace mio caro intelletto, vattene a letto e dormici su!” .

Fabiana CriscuoloFabiana Criuscuolo

Social Addicted. Sceneggiatrice su Whatsapp. Esperta in drammi sentimentali, pizze, panini e piadine. Sempre in bilico fra le due passioni: la ricerca scientifica e il giornalismo. Penna cinica del web appassionata di musica, arte e viaggi.

2018-10-04T23:00:58+00:00 14 settembre 2018|I Discopatici: malati di vinile, Rubriche|0 Commenti