I Genesis il gruppo prog che ha ispirato il mondo!

di Luca.Ferri
Dio fece i Genesis e vide che erano cosa buona e giusta.

Il nostro viaggio nelle musica progressive ci porta ad abbeverarci in una meravigliosa sorgente, posta in un luogo magico dell’Inghilterra, completamente fuori dal tempo e svincolato da qualsiasi dimensione. Da questa rigogliosa polla sgorgherà un fiume che irrigherà campi verdi di melodie e boschi di musica negli anni a venire, ispirando numerosi gruppi nostrani e non. Si, perché i Genesis, protagonisti di questa nostra indegna pagina all’interno della rubrica Ritmo Sbilenco, hanno dato un impronta completamente nuova alla musica mondiale; e fornito dei contenuti che si sarebbero rivelati decisivi per l’imperituro successo del prog.

Si può dire con assoluta sicurezza che il nome Genesis – per quanto sia frutto di motivazioni ben diverse (il gruppo ai suoi albori si ispirava a tematiche bibliche per le proprie liriche, tema che rimarrà caro a Peter Gabriel per tutta la sua fortunata carriera) – sia perfettamente calzante rispetto alla rivoluzione che il gruppo ha portato nel prog: una nuova genesi appunto, un nuovo inizio. Da musica di nicchia, il progressive diventava accessibile e fruibile, senza però andare a discapito delle peculiarità del genere in fatto di ricercatezza e complessità.

Lagenesidei Genesis. (Perdonateci il gioco di parole ma era inevitabile) La Charterhouse School è una scuola frequentata dalla borghesia inglese degli anni ‘60 nella cittadina di Godalming nei pressi di Londra. Ed è in questa realtà ovattata e piena di ipocrisie che degli studenti, Tony Banks (tastierista), Peter Gabriel (cantante, flautista, oboista, percussionista e chi più ne ha più ne metta), Anthony Phillips (chitarrista), Mike Rutherford (chitarrista e bassista) e Chris Stewart (batterista) fondono le loro qualità ed esperienze dando vita alla prima formazione dei Genesis. Questi giovanotti non erano digiuni all’attività musicale: venivano infatti da due gruppi, gli Anon e i Garden Wall. Jonathan King, ex studente del college che farà da incubatrice dei Genesis, produrrà i ragazzi e gli darà un nome così evocativo: Genesis! E poi veniteci a dire che la scuola non serve a niente!

Come in tutte le più belle storie, anche quella dei Genesis non si caratterizza per un inizio semplice. Il loro album di esordio nel 1969 From Genesis to revelation (capite quando vi parliamo di tematiche bibliche?) fu un flop (inspiegabile data la bontà dei brani) tanto che i membri del gruppo si trovarono in una condizione di indigenza totale, al punto di – la leggenda tramanda – rinunciare a dei pasti pur di potersi permettere di suonare, rifiutando per giunta il supporto economico dei benestanti genitori. Nessun membro smise di credere però nella venuta del loro successo, giusto premio per gli sforzi profusi. Con il senno di poi, come dargli torto?

Qualche riscontro lo ricevono un anno dopo con la pubblicazione di Trespassun album che si discostava dal precedente sopracitato, che era decisamente più vicino a sonorità stile Moody Blues, e che avvicina i Genesis al progressive vero e proprio. Trespass è infatti ricco di melodie articolate e di difficile realizzazione, con brani lunghi e complessi, a riprova dell’impressionante mole di lavoro a cui si erano sottoposti tutti.

Come molti gruppi dell’epoca, i Genesis furono vittime di numerosi cambi di formazione. Solamente nel 1970 il gruppo prende pienamente forma, con l’inserimento di Phil Collins alla batteria e Hackett alle chitarre. È proprio questa formazione sarà protagonista del capolavoro che abbiamo l’ardire di raccontarvi quest’oggi….

Vendendo l’Inghilterra un tanto al chilo. Nel 1973 esce una delle pietre angolari più luminose dell’arco di volta stellare del prog di quegli anni: Selling England By The Pound. Un album straordinario, bellissimo, una vera e propria parusia musicale. Un testamento degno del più acculturato dei notabili. Sonorità barocche, ridondanti, nobilissime e popolarissime, profumate d’ambrosia ma allo stesso tempo di pane caldo, con liriche che richiamano alle fiabe e all’immaginazione più fanciullesca e nel contempo terribilmente reali e critiche nei confronti della realtà circostante. Questo album sarà la consacrazione di Peter Gabriel come straordinario paroliere. Tutte le canzoni sono caratterizzate da testi di rara bellezza, delle vere e proprie poesie. Gabriel conia persino dei neologismi, quasi a creare una sua lingua, come a voler rendere ancora più criptica l’esegesi di questi testi, quasi impossibili da tradurre.

I riferimenti culturali dell’album sono l’epica e il folklore britannico, Shakespeare e la stringente realtà di quegli anni. L’album è un forte atto d’accusa nei confronti della società inglese, vestita di austerità e sobrietà a coprire un corpo fatto di miserie, cancrena e nefandezze. Già il titolo dell’album (che con una licenza può tradursi come vendonsi l’Inghilterra un tanto al chilo) rende l’idea della fortissima accusa dei Genesis nei confronti della società inglese, colpevole della svalutazione dei valori che le erano propri, ormai relegati a mera laccatura d’oro posticcia sudi un mobile vittoriano, in realtà marcito e divorato dalle tarme.

Dancing With The Moonlit Knight. Il primo brano si apre con un peana molto suggestivo di Peter Gabriel, sostenuto dal fraseggio della chitarra di Hackett e dalle tastiere di Banks a richiamare quasi un clavicembalo. Il risultato è un’atmosfera evocativa, che ci immerge in un ambiente dai colori e dalle architetture medievali. Da notare che la prima frase di questo pezzo, che è anche la prima di tutto LP, dà subito il tono dei contenuti dell’album: “Can you tell me where my country lies?” Nell’arco di poche battute, tutto l’arsenale musicale a disposizione dei Genesis viene schierato sul campo di battaglia, la chitarra elettrica a sovrastare gli altri strumenti. Come in tutte le cose armoniose, però, è l’equilibrio a fare da vero padrone: la chitarra cede il passo agli educati tocchi delle dita di Banks, momento che ci dà la piena percezione dello stampo squisitamente progressivo di tutta l’opera. A far da cesellatura, la ritmica puntuale e rullante di Phil Collins. D’un tratto però torna la quiete… Il brano muta nuovamente,calandoci in una atmosfera profondamente meditativa, chiudendosi su se stesso.

I Know What I Like. Mentre nel brano precedente è stato Hackett a cucire il filo della canzone con la sua chitarra, in questo secondo brano è Phil Collins a menare (sentiamo di doverci adeguare all’atmosfera medievalesca) le danze; decisamente prog l’inizio parlato con – in sottofondo – i colpi di percussioni che si richiamano l’un l’altro. Anche in questo caso la canzone matura come un bel fiore con una melodia assolutamente coinvolgente. Si percepisce chiaramente il fil rouge della ritmica a marchio Collins, il quale alterna stacchi e riprese del leit motiv portante. Questo pezzo è sicuramente uno dei manifesti dell’Innovazione portato dai Genesis: un progressive che sia assolutamente digeribile, senza però perdere di autenticità e ricercatezza.

P.S. Quel burlone di Gabriel si è divertito a spargere buffi suoni onomatopeici per tutto il brano: consigliamo l’ascolto in cuffia!

Firth Of Fifth.Un tappeto sincopato di tastiere ci conduce velocemente all’ascolto del brano più riuscito dell’intero LP e – a detta di molto – uno tra i più belli di tutta l’epopea Genesis. Seguendo il canovaccio che abbiamo già imparato a conoscere dai brani precedenti, uno strumento ci invita ad inoltrarci nel pezzo, fino a che tutti gli strumenti fanno il loro ingresso trionfale. La parola d’ordine di questo brano, ancor di più rispetto agli altri, è armonia. Gli strumenti sono squisitamente legati in un mosaico di perfezione, tanto è perfetta l’amalgama. In questo caso, Gabriel è il mattatore: conduce il brano lungamente, prima con la voce e poi con un lungo interludio di flauto. Solo a quel punto si fa da parte, lasciando campo libero all’assolo di Banks, cui succede prontamente Hackett con il proprio stile pulito ed educato, che in alcuni passaggi sembra cadere dall’alto (a proposito di ispirazioni bibliche). E’ un tripudio di abilità individuale, ma tutta tesa a restituire una netta sensazione di coralità: un continuum tra i diversi momenti del brano, chiuso da Banks a riprendere il tema.

More Fool Of  Me. Prendete una ballad delicata; un testo poetico, cantato con un’intensità non comune, in cui l’autore mette a nudo il proprio dolore; aggiungete momenti di apertura – musicalmente parlando – in cui dinamica e armonia accompagnano i saliscendi sentimentali. Fate sentire questo pezzo a chiunque: vi dirà che è meraviglioso. Poi mettetelo dentro quest’album: che brutta fine, vaso di pregiatissima ceramica sentimentale in mezzo a vasi di solida epica progressive.

The battle of Epping Forest. Veniamo condotti da una marcetta militare alla visione di uno spettacolo cruento che si svolge nella foresta di Epping, teatro di uno scontro tra gang. Peter Gabriel – anche qui vero e proprio protagonista del brano, soprattutto perché realizzatore di questo testo straordinario in quanto a capacità evocativa, citazioni più o meno colte e giochi di parole brillanti – canta con incedere incalzante, sostenuto dal consueto spessore della sezione ritmica e delle tastiere, e intervallato da intermezzi di chitarre e vere e proprie sortite dello stesso Banks. Sentire questo pezzo in cuffia è un’esperienza: ogni passaggio regala un qualcosa che ci era sfuggito.
In un crescendo continuo giungiamo all’apice della battaglia che si manifesta in note grazie ad un’infuriare di suoni e folgoranti e complicati tecnicismi. Il continuo cambio di andamento, tipicamente prog, dà la misura della complessità del brano, probabilmente il più arzigogolato di tutto l’album. Una vera dimostrazione di bravura (barocchissima!), che però non sfugge ad arrangiamenti giocoforza pesanti e soffre di un testo lunghissimo, più teatrale che musicale.

After The Ordeal. È un brano totalmente strumentale, fortemente coinvolgente, che trasporta l’ascoltatore in un clima rinascimentale. Anche questa una vera e propria dimostrazione di bravura dei Genesis, probabilmente inserito come momento di alleggerimento.

The Cinema Show. Un inizio onirico e sognante.  La voce di Peter Gabriel è accompagnata come in un duetto continuo e ripetitivo della chitarra, un arpeggio morbido e sinuoso, che sfiora atmosfere sospese. Siamo avvolti da un clima soffice e rassicurante, che ci conduce in una realtà con delle belle tinte di colore pastello. Cambi improvvisi e repentini danno ritmo e suspense al pezzo, che tocca l’apice annunciato dall’ingresso muscolare di Phil Collins con la sua batteria. A ribattere, Hackett recupera le proprie sonorità elettriche e Banks cuce con filo d’oro, prima di riportare il brano nella strada tracciata nell’intro acustica.

Aisle Of Plenty. L’album si conclude con questo pezzo che richiama il tema del primo, a ribadire la circolarità dei brani e dei concetti: si tratta, infatti, di una declamazione di una serie di offerte da discount. Si tratta di una svendita, un tanto al… Pound.

Genesis_Selling England by the PoundLa copertina. Peculiare, come spesso accade nel mondo prog, la scelta della copertina. L’immagine è presa da un dipinto della pittrice inglese Betty Swanwick, dal titolo The Dream (il Sogno),cui Peter Gabriel si ispirò per la composizione  delle liriche di  I Know What I Like. Su esplicita richiesta del gruppo, poi, l’autrice aggiunse all’immagine originale un tosaerba di fine Ottocento, così da richiamare un verso della canzone  (io, io sono solo un tagliaerba / mi riconosci da come cammino). Questa immagine stava a simboleggiare l’ossessione dell’inglese medio perciò che appare, a cominciare dalla cura del giardino di casa.

P.S. Per agevolare il pieno godimento dell’album, vi consigliamo, oltre al ripetuto ascolto, di leggere con molta cura i testi, vera perla nel tesoro di questo album.

Stay prog, stay imaginative!

Luca Angelini e Marco Coco

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