Rieccoci, è di nuovo mercoledì sera. È stato un inizio di settimana particolarmente impegnativo a livello musicale per me; qui a Napoli è in scena il Noisy Naples Fest e le prime due serate hanno preso il via, stasera ho davvero bisogno (ancora) di musica, ma anche del mio divano e dei miei shorts a pois che indosso comodamente in queste afose giornate di (quasi) estate. In soccorso ci sono sempre loro, i miei ormai amici del mercoledì sera, Stefano de Asmundis e Rita Romano e il loro percorso musicale in vinile.

Alle 21 – e quindi all’inizio di questa ennesima puntata de “I Discopatici – Malati di Vinile, in onda su Radio Crc e in diretta streaming – manca ancora qualche minuto e dopo la sobrietà con cui ho affrontato il mercoledì di De Andrè, decido di sovrapporre una serata di totale relax, anche dalla dieta. Dalle indiscrezioni della settimana, dal sondaggio lanciato dai conduttori sui loro canali social, so che LP in ascolto stasera sarà “Making Movies”, il leggendario album dei Dire Straits che – tra gli altri – contiene uno dei miei brani del cuore “Romeo and Juliet”. Insomma sarà la voce di Mark Knopfer a tenermi compagnia questa sera, nel primo album senza suo fratello David in squadra. Una piccola digressione storica parte nella mia mente, i Knopfer sono britannici ma loro padre era un immigrato ungherese, di religione ebraica e per calarmi al meglio nella serata targata “MK” provo a seguire i dogmi del culto ebreo e fingo che sia venerdì sera e che l’ora del Kibbush sia arrivata. Scelgo così il migliore vino rosso che ho in casa, mi assicuro che – in preda alla psicopatia da stress tipica degli ultimi giorni – non lo abbia già aperto, prendo il calice più grosso (secondo il culto il bicchiere deve contenere almeno 1dl di vino) e lo porto in terrazza. Si tratta del mio amato “Amarone della Valpolicella”. Come mai io abbia un vino di 30 euro in dispensa? Qui entra in atto la Champions league e la mia AS Roma, ma sto ancora soffrendo per questo, meglio concentrarci adesso sulla musica.
Ecco i saluti di Stefano e Rita, io mi sistemo sul divano di vimini e smanetto con l’apribottiglie, anche se un grimaldello forse sarebbe più appropriato stasera. Su la puntina del giradischi e via con il primo brano del Lato A, si tratta di “
Tunnel of a Love”, uno dei brani più famosi della band d’oltremanica, anche uno dei più trasmessi dalle radio. Lorgano di Roy Bittan (chitarrista di Bruce Springsteen) in pieno stile fieristico (un riarrangiamento di “The Carousel Waltz”) apre il brano fornendo l’ideale introduzione per la sfrenata cavalcata di “Tunnel Of Love”. Un ritmo sincopato scandito dalla chitarra di Knopfler fa da sfondo a un piccolo romanzo in musica. Le sofferenze amorose, l’incomunicabilità e la solitudine (“and now I’m searching through these carousels and the carnival arcades/ searching everywhere from steeplechase to palisades/ in any shooting gallery where promises are made/ to rockaway rockaway from cullercoats and whitley bay out to rockaway”) vengono affrontate attraverso la metafora di un uomo e una donna che, casualmente, si incontrano in un luna-park: un innamoramento repentino che però, alla fine della serata, svanisce nel nulla. Di spettacolare bellezza l’assolo finale, considerato uno dei migliori mai incisi, brano divenuto colonna sonora del film “Ufficiale Gentiluomo”. Tocca adesso al mio brano del cuore, “Romeo and Juliet”. Chi mi conosce sa che difficilmente lascio che i sentimenti scalfiscano la mia ostinata passione, che è raro le emozioni riescano a sopraffare la mia razionalità e che al romanticismo ho preferito sempre la concretezza, che alle rose ho sempre preferito la proposta di una birra ghiacciata appoggiati alle transenne di un concerto o un panino al salame sui gradini del mio posto del cuore (il belvedere di San Martino, a Napoli), ma quando questa canzone parte, ritorno puntualmente adolescente, e mi ritrovo a disegnare cuori e stelle su qualsiasi foglio a mia disposizione, adesso tocca ai tovagliolini che fanno da base al calice di vino. Ok, torniamo al brano: chi di noi non conosce la più famosa tragedia di William Shakespeare; padrona assoluta della melodia è la chitarra resofonica, che con il suo arpeggio metallico scorre come un fiume lungo tutta la struttura del brano. Il pathos è accentuato da sapienti pause in cui la voce di Knopfler è accompagnata da un semplice tocco di batteria lasciando che la poesia faccia il resto. Romeo, in questo caso, è l’archetipo del giovane innamorato solo che, a differenza della tragedia shakespeariana, il suo sentimento per Giulietta non è corrisposto (“a lovestruck romeo sings the streets a serenade/ laying everybody low with a lovesong that he made/ finds a streetlight steps out of the shade/ says something like you and me babe how about it?”). Quella che è destinata a diventare una ballata da insegnare a scuola:“Romeo and Juliet” seguirà Knopfler fino all’ultimo dei suoi concerti e milioni di cuori fino all’ultimo dei loro battiti. Terzo brano, ultimo del Lato A, è “Skateaway”, brano di matrice rock incentrato sulla teoria della “bolla comunicazionale”. La storia di una ragazza che gira per la città usando dei pattini a rotelle e ascoltando la musica col suo walkman estraniandosi dal mondo che la circonda. Grande anticipatore dei tempi Knopfer in questo brano, se pensiamo che l’album risale al 1980 e adesso – quasi quarant’anni dopo – è l’incomunicabilità il vero gap generazionale, capiamo bene che la storia si ripete, cambiano gli strumenti (allora era il walkman a creare alienazione adesso sono gli smartphone) ma non cambiano le storie.

É ora di alzare la puntina dal giradischi e cambiare il Lato del vinile, se tre brani vi possono sembrare pochi per un solo lato, non dovete dimenticare la lunghezza di quest’ultimi (8,11 min: 6,01 min; 6,40 min). Ma torniamo al vino, in ebraico (“yain”) ha il valore numerico di 70 (le tre lettere ebraiche che la compongono hanno il valore numerico di 10, 10 e 50). Ci sono 35 parole nei versi che recitiamo prima del Kiddùsh e altre 35 nella benedizione del Kiddùsh stesso; sommandole otteniamo 70. Settanta, come gli anni in cui Mark decise di raggiungere suo fratello David che viveva in un appartamento con John Illsley, bassista, e di mettere su un gruppo sfruttando dei testi di repertorio che Mark aveva già scritto tempo addietro e che mai aveva suonato in pubblico a causa della scarsa fiducia nelle sue capacità. A completare l’organico mancava solo un batterista e la scelta ricadde su Pick Withers, loro amico. Due album all’attivo con la prima formazione, “Dire Straits” e “Communiquè”, David si accorse di essere il vero talento della band e – presuntuosamente – decise di proseguire la sua carriera da solista, lasciando al fratello Mark (MK) il ruolo di frontman dei suoi vecchi compagni. E da lì la vera fortuna della (nuova) band, proprio con questo album, “Making Movies”. Il mio Amarone intanto continua a scendere in corpo, e se la mia scelta poteva sembrare avventata per essere una serata come tante, non certo un’occasione speciale, penso adesso che l’istinto mi abbia guidata proprio bene. Un vino sicuramente da carne o da formaggi stagionati ma anche un perfetto compagno alla fine del pasto e nella meditazione, e Knopffer sì che ti fa meditare.

Express Love”, si riallaccia a “Tunnel of love” e alle sue melodie costruite in quello stile rock romantico targato “New Dire Straits”, in cui tastiera e chitarra giocano al gatto e al topo, con opportuni cambi di intensità conferendo al pezzo una appropriata tensione sonora. Dietro una struttura musicalmente molto sostenuta nasconde una tenera ode a una ragazza amata (“and she was made in heaven/ heaven’s in the world/ is this just expresso love/ you know I’m crazy for the girl”).
Arrivano in studio gli ospiti della giornata “
Greta and The Wheels”, che io personalmente non amo. Mi è capitato di ascoltarli live spesso in giro, sebbene lei sia dotata vocalmente, credo che non abbia ancora capito che direzione voglia dare (o sia meglio dare) al suo stile, ma avendo tutti e tre solo vent’anni, il tempo sarà probabilmente dalla loro parte. A scegliere questo album sono stati proprio loro tre, Emiliano per altro racconta di aver conosciuto Mark all’età di sette anni. Ma proseguiamo con il secondo brano del Lato B, “Hand in hand” è una nuova ballata più cupa e meno ariosa della monumentale “Romeo and Juliet”, al numero due; in questo caso i sogni vengono lasciati da parte per dare spazio alla consapevolezza di un amore finito, la musica che costituisce questo pezzo suggerisce l’immagine di un pomeriggio passato in casa con le luci spente mentre fuori diluvia. Probabilmente uno dei pezzi più sottovalutati dell’intera carriera del gruppo, visto che mai è stata proposta dal vivo. Siamo giunti al penultimo brano di questo LP, la frizzante Solid rockche per centinaia di concerti è stata proposta come penultimo pezzo della scaletta, stesso ruolo che le tocca su questo disco quasi come se compito suo e della sua energia contagiosa fosse quello di non far rendere conto a nessuno che si va verso la fine. Ma una fine c’è sempre, anche stasera, “Les Boys”, brano che, dietro la sua apparente leggerezza, affronta un tema scottante come l’omosessualità (“les boys do cabaret/ les boys are glad to be gay/ they’re not afraid now”) arrivando a citare perfino Jean Genet. La musica, scopertamente ispirata alle atmosfere del film “Cabaret”, aiuta a descrivere alcune scene che si svolgono in un locale gay di Monaco di Baviera, catapultando l’ascoltatore in quelle atmosfere della Germania prebellica che Liza Minnelli era riuscita a descrivere efficacemente.

Spazio alla contemporaneità con gli ospiti che dal vivo ripropongono “Romeo and Juliet”, versione sulla quale preferisco non esprimermi poiché troppo legata e conservatrice verso il brano originale ed un loro inedito brano “He said, she sad”.

Come ogni mercoledì sera la curiosità che in questa ora cresce a dismisura verso tutte le perle che la musica ci ha lasciato, evase ed inevase, è alta. La domanda che attanaglia i miei pensieri adesso è direttamente proveniente dal pensiero di uno dei protagonisti del romanzo “Norwegian Wood” di Murakami, una frase che mi ha aperto la mente e permesso di riscoprire capolavori underground, piuttosto che cercare di stare sempre sul pezzo della contemporaneità e quindi forzatamente mainstream. La mia passione per gli autori e i capolavori di un tempo nasce dal bisogno di avere un pensiero sfacciatamente mio. Se uno ascolta quello che ascoltano gli altri, pur di avere punti di contatto in una discussione sociale, finisce col pensarla allo stesso modo. “Queste cose lasciamole ai provinciali, alle mezze calzette. I tipi come si deve non fanno errori di gusto!”. Insomma in un momento storico cosparso di brani da playlist, in cui al sound si preferiscono le basi già performanti, magari imposte dalle radio con in premio più passaggi giornalieri, il momento nostalgico verso il passato stasera è più imponente che mai. E intanto affogo i miei dubbi in quest’ultimo dito di vino rimasto nel calice, assaporando l’aria del sud che sfiora le mie gambe scoperte, e il profumo del Golfo di Napoli che inebria le mie narici.

A cura di Fabiana Criscuolo