“I discopatici – malati di vinile”: spazio a De Andrè con “Non al denaro, non all’amore né al cielo” [Report Live]

Nonostante sia già il 6 giugno, il sole è calato da non molto, questa volta ho deciso di mettermi in panciolle più presto e concedermi il lusso di un ascolto dedicato e meticoloso della puntata attuale de “I Discopatici – malati di vinile”, format di Radio Crc e della mia Inside Music, che mercoledì dopo mercoledì riesce ad arricchire tutti noi sacri e profani della musica di contenuti e curiosità che potrebbero esserci sfuggiti, in un viaggio nella storia musicale di decennio in decennio, attraverso capolavori che potrebbero risultare sconosciuti soprattutto alle nuove generazioni.

Durante queste precedenti cinque puntate vi ho condotto nelle varie stanze di casa mia, in terrazza con Battisti, in cucina con Battiato, stasera la sede non può che essere la mia camera da letto, radio accesa e memoria vacua e in continuo aggiornamento. Cosa ho scelto di sorseggiare mentre mi abbandono alle parole di Stefano de Asmundis e Rita Romano? Nulla, Faber ci ha insegnato che il vino può diventare una dipendenza e smettere può essere molto doloroso, e le mura di questa stanza sono pregne del suo odore, così come quello del senso di fallimento quando la sbronza viene ammortizzata e ti resta solo il mal di testa e il vortice di pensieri che ti spingono a realizzare che – in fondo al bicchiere – non risiede la tua genialità, ma una personalità in crisi con cui fare i conti. E un compagno che per buona parte del vostro amore ti ha fatto sentire come Dori Ghezzi accanto a lui, un po’ meno accondiscendente ma non meno innamorata, e crocerossina.

Capirete bene in questo modo perché la scelta della camera, quella dell’amore, e anche come mai sarà una camomilla ad accompagnare questo ascolto, sperando di riuscire ad arrivare in fondo ai sessanta minuti di diretta senza lasciare travolgermi dai ricordi, che De Andrè riconduce inevitabilmente a quella suddetta parentesi di vita.

Sarà una lunga serata, lo so…. Ma ci siamo, i saluti dei conduttori riportano la mia concentrazione sul qui ed ora. “Non al denaro, non all’amore né al cielo” è il vinile che ci accompagnerà in questa ora di Discopatia. Stefano e Rita partono subito con un po’ di ricerca bibliografica sulle origini di questo indimenticato capolavoro del 1971, ricordandoci che esso è liberamente tratto dall’Antologia di Spoon River. De André scelse nove delle 244 poesie e le trasformò in altrettante canzoni. 
Le nove poesie scelte toccano fondamentalmente due grandi temi: l’invidia (Un matto, Un giudice, Un blasfemo, Un malato di cuore) e la scienza (Un medico, Un chimico, Un ottico).
In questi due gruppi si possono scoprire delle simmetrie: il giudice perseguitato da tutti trasforma la sua invidia in sete di potere e si vendica, il chimico è tanto preso dalla scienza e dalla ricerca di un ordine perfetto da essere incapace di amare. Il malato di cuore rappresenta l’alternativa all’invidia, pur essendo in una situazione tale da poter invidiare tutti gli altri, riesce a vincere l’invidia grazie all’amore invece di lasciarsi trasportare dall’egoismo. I buoni propositi del medico vengono schiacciati dal sistema che lo obbliga a essere disonesto, mentre l’ottico vuole trasformare la realtà e mostrarci un'”altra” realtà più vera, per questo può essere accostato alle “Porte della percezione”, il libro di Huxley da cui presero il nome anche i Doors.

Primo brano in ascolto è “La collina” che da l’incipit al titolo dell’album, racchiudendo le parole chiave in una frase “Lui che offrì la faccia al vento, la gola al vino e mai ad un pensiero, non al denaro, non all’amore né al cielo!”. Si continua con “Un matto”, figura che ognuno può riconoscere nel suo ceto sociale, derisa dai cosiddetti “normali” per le sue idee folli o rivoluzionarie che però alla fine riesce a prendersi la sua rivincita sulla omologazione. E come per ogni barricata, ogni omologazione nasconde sempre in fondo il più antico dei sentimenti – l’invidia, la paura del diverso, il doversi misurare con menti in grado di produrre idee tanto bizzarre quanto geniali. Un’altra figura vittima dello scherno altrui, nelle giornate da adolescente, è quella protagonista del terzo brano – “Un giudice” – un ragazzo preso in giro dai suoi coetanei per la sua bassa statura che inizia a studiare legge e nelle notti insonne “a lume di rancore” inizia a tracciare il migliore profilo futuro di se, tale da riuscire a vendicarsi di anni di angherie e soprusi. Ed è nella figura del giudice – che riesce a connubiare benissimo i suoi studi con i suoi intenti – lo scopo della sua vita.

Nicola Piovani, arrangiatore dell’intero disco – ricorda Stefano – in un libro, riferendosi proprio a questo brano, in particolare alla frase “un nano è una carogna di sicuro
Perché ha il cuore troppo, troppo vicino al buco del culo”, c’era molto timore circa la reazione di Fernanda Pivano, traduttrice ufficiale dell’antologia, che invece del linguaggio irridente si compiasse. Quarto brano, tutto d’un fiato è “Un blasfemo”, il cui testo è tratto dalla storia di Wendell P. Bloyd, il blasfemo che, avendo accusato pubblicamente Dio di aver mentito all’uomo per paura che ormai non avesse padroni, venne perseguitato e imprigionato dal potere costituito: non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte / mi cercarono l’anima a forza di botte. Ora che è morto, il blasfemo non ce l’ha più con Dio ma con chi sfrutta la religione per esercitare il potere: “e se furon due guardie a fermarmi la vita / è proprio qui sulla terra la mela proibita / e non Dio, ma qualcuno che per noi l’ha inventato / ci costringe a sognare in un giardino incantato”.Un malato di cuore” chiude il dell’LP.
Senza dare troppo peso alle parole di questo brano, tolgo lo stand by che ho deciso di mettere ai miei ricordi e penso che è così che mi sento questa sera – una malata di cuore – vittima di un amore da troppi mesi finiti, reduce da anni di ebbrezza, reale e metaforica, ebbra di vino e di passione, di gioie raddoppiate e di amarezze dimezzate, perché è questo il vero potere dell’amore. Mentre ripenso all’incantesimo di cui caddi vittima, quello operato da due enormi occhi verdi negli spensierati anni universitari, riesco a provare anche io il sentimento che è il filo conduttore di questo Lato A, l’invidia, per me stessa, per la felicità di quegli anni, quando ritorno con la mente al brano e mi riaccoglie Faber con la frase: “se fu troppo sgomento o troppo felice, il cuore impazzò e ora no, non ricordo da quale orizzonte sfumasse la luce.”, così, giusto per toccarla piano.

Rita riporta la mia mente sulla puntata e sul vinile in ascolto annunciando che la puntina del giradischi è stata alzata e Stefano ci conduce nel momento live con l’ospite del giorno: Giovanni Block, che con profonda trasparenza e sincerità racconta come De Andrè sia nella top three dei suoi cantautori nazionali preferiti e come questo album abbia influenzato la sua crescita professionale, non fosse altro che per i temi fortemente attuali che tratta, andando alla radice della natura umana, uguale in tutti i secoli. L’invidia infatti – fil rouge di tutti i brani del Lato A – è il sentimento che schiaccia il talento degli altri, il bene per chi circonda.
Via al Lato B, con il secondo filo conduttore di questo vinile – la scienza – e il primo brano in ascolto è “Un medico”, la storia di un dottore che si offre di curare gratuitamente coloro i quali non fossero in grado di potersi permettere delle cure, per poi finire egli stesso povero e costretto ad improvvisare truffe. “Fare il medico non è che un modo per guadarsi la vita!”, forse può essere in questa frase la chiave della mia vecchia sindrome da crocerossina? A proposito di “Un chimico”, prossimo brano, pochi di voi sanno che chi scrive questo testo in fondo è una chimica farmaceutica, e questo brano riporta la mia tanto citata memoria, questa sera, ai tempi dell’esame di chimica inorganica. Chi ha un minimo di nozionistica di “chimichese” saprà che la differenza fra l’inorganica e l’organica risiede nella diversità degli elementi alla base delle strutture che vanno ad essere studiate, nel primo caso manca fra questi il carbonio, ma l’idrogeno e l’ossigeno fanno da padroni. Così come lo fanno in questo meraviglioso brano di Faber. Ai tempi di quell’esame incarnavo perfettamente il clichè del farmacista razionale descritto in questo brano, impeccabile nel riconoscere le interazioni fra le varie molecole ma scarsissimo nelle relazioni umane. Poi la razionalità ha incrociato quei due occhi verdi e l’esame più difficile da preparare è stato quello con i conti del futuro. Giovanni Block interrompe l’ascolto tout court per ricordarci che live ci regalerà una inedita versione di “Un giudice”. Il vinile scorre con “Un ottico” – ancora uomo di scienza – fino all’introduzione dell’ultimo brano, “Il suonatore Jones” attraverso le stesse parole dell’autore. “Scrissi questo brano una mattina presto, di getto. È comprensibile, parla di un uomo che sognava di passare la vita donando la musica agli altri, e io come lui. Così scrissi quei versi!”.
Spazio alla contemporaneità con la versione chitarra e flauto di Block e un pezzo inedito tratto dal suo disco, “Preghiera”.

Sono le 22, nel comune sentire bisognerebbe riformulare: “sono le 22 e va tutto bene”, ma stasera non è così. La verità è che la musica ha molti poteri, rinfrancare le anime, dare voce agli emarginati, essere lo spazio di denuncia sociale, ma anche quello di bruciare come sale sulle proprie ferite. Specialmente se ad essere lacerato è il cuore.

A cura di Fabiana Criscuolo

Fabiana CriscuoloFabiana Criuscuolo

Social Addicted. Sceneggiatrice su Whatsapp. Esperta in drammi sentimentali, pizze, panini e piadine. Sempre in bilico fra le due passioni: la ricerca scientifica e il giornalismo. Penna cinica del web appassionata di musica, arte e viaggi.

2018-06-09T12:06:44+00:00 9 giugno 2018|Live Report|0 Commenti