E’ inutile negarlo, gran parte del pubblico ha conosciuto i R.E.M. solo nel 1991 in seguito al successo planetario del singolo “Losing my religion” e dei 18 milioni venduti con quel gioiello “pop”, e non solo, che fu l’album “Out of time”.
Eppure, all’epoca, il quartetto di Athens in Georgia incideva già per la major Warner. Inoltre era conosciutissimo negli Stati Uniti e in Europa. “Green” del 1988 fu considerato all’epoca una sorta di album di transizione, da qualcuno addirittura un mezzo passo falso: eppure a riascoltarlo ancora sul vinile comprato quell’anno si conferma,
invece, come una delle opere più belle e riuscite di Michael Stipe, Mike Mills, Peter Buck e Bill Berry.


Nelle 11 tracce c’è di tutto: il classico sound dei R.E.M., il folk rock e la psichedelia dei anni ’60, e tanto di quell’indie rock che esploderà negli anni successivi. La produzione venne ancora affidata a Scott Litt, che già aveva curato “Document” dell’anno prima e che continuerà a lavorare con loro per molti anni.
Il primo lato si apre con due gemme “pop” e ce lo dice proprio la band, visto che il primo brano in scaletta si chiama appunto “Pop song 89”, una canzone che chiama in causa Kinks e Doors. Segue l’altrettanto azzeccata “Get Up”, forte e melodica al tempo stesso. La terza è “You are the everything”: stavolta il suono si fa più docile, tra mandolini e grilli, in un passaggio elettro-acustico che evoca le campagne del sud degli Stati Uniti ma che introduce ancora al pop, stavolta con il singolo “Stand” che pare un inno alla “voglia di fare”. Giusto il tempo di convincersi che si possa trattare di un disco dal grande potenziale commerciale che le carte vengono rapidamente rimescolate. Si scopre, di colpo, che grande tradizione musicale americana è uno dei capisaldi di questa opera musicale. Lo si intuisce prima con l’antimilitarista “World leader pretend” e poi con il vero capolavoro di quest’album, l’eterea “The wrong child”.

R.E.M.

Basta girare il disco sul lato b e le cose cambiamo ancora: le tonalità minori diventano le protagoniste. Lo dimostrano la potente “Orange crush” come la cupissima ed incalzante “I remember California”, che evoca cieli plumbei anziché spiagge californiane assolate.
I testi? Furono sempre affidati a Stipe. Quello che fino a qualche anno prima cantava versi (apparentemente?) senza senso come “Io credo nel coyote e nel tempo come astrazione”, in “Green” si fa meno enigmatico, ma cerca ugualmente di fare il possibile per non farsi capire restando frammentario. “I sogni complicano la mia vita” dice in
Get up”. “Ho costruito il muro e sarò io a doverlo distruggere” aggiunge in “World leader pretend.

La copertina, con nome e titoli a caratteri cubitali, fu composta con un artwork basato su elementi vegetali, con prevalenza del colore giallo. E’ ancor oggi una delle più belle della loro discografia assieme a quella dell’album di esordio “Murmur”.

R.E.M.

“Green” è ancora oggi un album coraggioso e coinvolgente, che non suona per nulla datato. Alla fine degli anni ’80 non ci poteva essere un disco migliore per un gruppo come i R.E.M., che di lì a poco avrebbe spiccato il volo.

A cura di Stefano Vietta