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Gli InDaRoots presentano il loro nuovo album – INTERVISTA

by Alessia Andreon
cover album INDAROOTS

C’è un momento, nella musica come nella vita, in cui si sente il bisogno di perdere forma per poterne trovare una nuova. Feeling Bleeding Rising Shining, il nuovo album degli InDaRoots per altodischi/Blackcandy Produzioni, nasce esattamente da questo spazio di trasformazione: un luogo emotivo instabile, attraversato da desiderio, amore, ferite e rinascite.
Un disco che segna una svolta importante per il duo formato da Gabriella D’Amico e Cristiano Da Ros, sia sul piano sonoro sia su quello espressivo, a partire dalla scelta di abbracciare per la prima volta la lingua inglese come territorio poetico.

Ad aprire il viaggio è Changing Worlds, singolo attualmente in rotazione radiofonica, una traccia euforica e visionaria che racconta un amore capace di alterare la percezione del reale.
Nato sul mare, da un tema ostinato suonato all’ukulele e poi trasfigurato attraverso contrabbasso, loop, sintetizzatori ed effetti, il brano diventa una dichiarazione d’intenti: mutare nella forma senza tradire l’essenza, lasciarsi invadere dall’esperienza per tornare diversi, ma più consapevoli.
È qui che si manifesta fin da subito il cuore del nuovo sound degli InDaRoots, sospeso tra psichedelia, intimità acustica e stratificazioni elettroniche.

Nel corso dell’album, il contrabbasso si muove tra groove pulsanti e ipnosi melodiche, mentre la voce si fa strumento evocativo più che narrativo, capace di dipingere atmosfere oniriche e sensoriali.

L’inglese diventa così una scelta poetica prima che linguistica: uno spazio più aperto, meno connotato culturalmente, in cui le parole smettono di raccontare e iniziano a suonare, fondendosi con la texture musicale e lasciando all’ascoltatore la libertà dell’interpretazione.

Ogni brano si trasforma in una piccola storia universale, un invito a confrontarsi con le proprie ombre e a riconoscere la bellezza fragile del cambiamento.

In questa intervista, gli InDaRoots ci accompagnano dentro il processo creativo di Feeling Bleeding Rising Shining, raccontando la genesi dei brani, il rapporto tra lingua ed emozione e il bisogno profondo di dare alla propria musica un respiro più ampio e universale.

INTERVISTA
“Feeling bleeding rising shining” è un titolo evocativo ed emotivo. Qual è l’immagine o lo stato d’animo da cui è nato?

È nato dall’immagine di un ciclo vitale alchemico. Abbiamo rischiato un titolo diciamo pure poco “vendibile” perché volevamo che fosse un po’ la sintesi di quello che abbiamo vissuto nel tempo in cui il disco è stato scritto e registrato.
Volevamo restituire più che un’immagine statica, un movimento in quattro atti. “Feeling” è la percezione pura, il primo contatto con un’emozione, bella o brutta che sia. “Bleeding” è il momento della crisi, del sacrificio necessario che si impone a chi, quell’emozione, intende viverla pienamente.
C’è sempre del sacrificio, anche nelle cose belle e anche se non sembra. “Rising” è la lenta risalita verso la luce che può farsi solo dopo essere arrivati al fondo. “Shining” è l’epifania, il momento in cui la ferita trasformata emana una luce diversa, come in un processo alchemico.

È lo stato d’animo di chi accetta di attraversare l’intero spettro dell’esperienza umana, non per guarire, ma per trasformarsi.

Il brano di apertura dell’album, “Changing Worlds” infonde un’energia euforica e quasi psichedelica. Perché avete scelto questo brano come biglietto da visita del disco?

Perché è l’invito più chiaro e immediato a entrare nel nostro mondo. “Changing Worlds” cattura il lampo, il momento di folgorazione che dà inizio a tutto.
Quell’energia euforica e psichedelica che è la porta d’accesso per il ciclo descritto dal titolo: ti prende per mano con un groove e una melodia immediati, e solo una volta che sei dentro, ti mostra la profondità del viaggio che hai appena iniziato.
È la promessa della trasformazione, fatta con un sorriso e un sound che, a nostro parere, resta abbastanza addosso.

Quanto conta per voi il concetto di trasformazione anche nel processo creativo, dato che questo brano è nato in modo molto semplice, al mare, con un ukulele, e poi si è evoluto in una produzione più complessa?

La trasformazione è il processo creativo. Grazie per la domanda metaforica! È uno spunto ideale e ci dà l’occasione di enfatizzare quello che per noi è il succo del nostro lavoro. Il fatto di averla scritta con un ukulele, in un posto non dedicato e non adatto alla scrittura, ci ha dato la possibilità di fermarne il nucleo primordiale, l’idea pura e semplice. Portarla in studio l’ha, poi, fatta incontrare con la nostra storia, i nostri strumenti, le nostre ossessioni sonore.

Diciamo che abbiamo lasciato che, pur nel rispetto di quel nucleo iniziale, il brano si espandesse e mutasse forma, come un organismo vivente. Se fosse restato com’era, sarebbe morto di noia. La sua.

In questo album avete scelto di cantare in inglese, dettata da esigenze poetiche. In che modo l’inglese ha cambiato il vostro rapporto con la voce e con l’emozione?

Ha reso più fisico e meno cerebrale il nostro rapporto con i brani.
Con l’inglese, la voce e le parole più che “dire” un’emozione, la “suonano”.

C’è molta più attenzione al loro suono che al loro significato. L’emozione non passa prima attraverso il filtro del significato letterale, che pure resta, ma arriva attraverso la vibrazione del suono.

È un rapporto più sciamanico, meno narrativo. La voce non racconta di un’emozione, si fa quell’emozione.

Il vostro sound unisce contrabbasso, voce ed elettronica in modo molto personale. Come definite oggi l’identità sonora degli InDAroots?

Per noi è un pò un ecosistema ibrido e mutevole (molto mutevole, se guardiamo ai set up che abbiamo cambiato nell’ultimo anno!). Più che una somma di parti, è un equilibrio in cui ogni elemento è sia autonomo che in simbiosi con gli altri.
Volendo rispondere per immagini, diremmo che il contrabbasso possiamo assimilarlo alla terra, alla radice, alla colonna vertebrale ritmica e armonica. La voce all’acqua e all’aria: fluida, emotiva, trasportatrice di significati e di puro suono.

L’elettronica al fuoco e allo spazio: è l’elemento trasformatore, che può riscaldare, consumare o illuminare, ed è il paesaggio immateriale in cui tutto prende posto. La nostra identità, di fatto, è il suono di questo ecosistema in costante mutamento.

Che tipo di esperienza vorreste che l’ascoltatore facesse entrando in “Feeling bleeding rising shining”?

Vorremmo che fosse un’esperienza di viaggio introspettivo guidato.

Speriamo di non essere troppo pretenziosi nel desiderare che chi ci ascolta si possa immergere nel nostro mondo, mettendosi comodo, abbassando le luci e lasciando che il disco faccia un pò da bussola per camminare al fianco delle proprie emozioni, almeno per un pò.

Ci piacerebbe che ognuno possa riconoscere i propri “bleeding” e i propri “shining” tra le nostre note. Non abbiamo nulla da insegnare, ma possiamo offrire uno spazio risonante.

L’ideale, per noi, sarebbe che, alla fine dell’ascolto, ci si senta un po’ diversi, come dopo aver attraversato un paesaggio sconosciuto ma, in fondo, familiare. Un po’ come uscire dal cinema dopo un film potente: il mondo fuori è lo stesso, ma tu no.

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