In occasione del lancio del progetto di crowfounding del suo nuovo lavoro discografico: XXVI-Gemini insieme a Fabrizio Bosso, abbiamo incontrato il chitarrista e produttore Sebastiano Esposito, un modo per parlare non soltanto di musica.

 

Gemini può sembrare un progetto piccolo ma a ben guardare è molto ambizioso: come hai conosciuto Fabrizio Bosso? Oltre a questo disco vi vedremo ancora insieme su un palco?

Da buon napoletano, ho conosciuto Fabrizio grazie ad un po’ di “cazzimma”. Dopo aver visto un suo concerto, ho provato ad infiltrarmi nel backstage e quando l’addetto della sicurezza mi ha respinto, ho finto di essere uno dei musicisti che aveva appena suonato (tanto lo so che non se li ricordano) e che avevo dimenticato una cosa in camerino. Una volta entrato, giro l’angolo e me lo ritrovo praticamente faccia a faccia. In effetti non avevo ben pensato a cosa dire, così gli ho detto in maniera molto decisa le cose che pensavo davvero… il discorso è stato molto breve ed è andata più o meno così:

“Ciao Fabrizio, mi chiamo Sebastiano Esposito, sono un chitarrista di 26 anni e questo è il mio disco. Devi assolutamente ascoltarlo e dobbiamo suonare insieme perché ho in mente un progetto che solo tu puoi completare.”

“Mmmh… sei un tipo curioso. Che  genere fai?”

“Nessuno di quelli che hai ascoltato fino ad ora.”

“Eheh… scrivi all’email fabriziobo… al diavolo, questo è il mio numero. Stasera torno a Roma e ascolterò il tuo disco in macchina. Chiamami domani.”

Da qui è partito tutto.

Credo che Fabrizio sia la persona più talentuosa ed impegnata che abbia mai conosciuto, abbiamo provato ad organizzare qualcosa dal vivo ma lui è continuamente all’estero e in giro per l’Italia. Ciò non toglie che appena si presenterà l’occasione, spero di suonare nuovamente con lui. Magari stavolta con un pubblico presente.

Quando e come è nata l’idea di Gemini?

L’idea di XXVI-Gemini è molto auto-biografica. Chi mi conosce davvero sa bene che sono una persona fortemente lunatica… ho continui sbalzi di umore. L’idea è quella di esprimere il mio punto di vista attraverso quello che sono. Talentuoso ma non abbastanza, umile e arrogante, superficiale e profondo, croce e delizia. Questo progetto presenta un doppio titolo perché credo che non esista mai un solo punto di vista, una sola personalità. Nasce con me e vuole coinvolgere l’ascoltatore e farlo riflettere. Non ricordo il giorno preciso in cui ho avuto l’idea di questo disco. Sembrava un giorno come tutti gli altri… ma non lo era.

Da dove nascono i due diversi arrangiamenti?

Gli arrangiamenti nascono da due sogni. Uno mostrava la Parigi degli anni ’20: mi aggiravo spensierato tra i vicoli fumando una sigaretta e un quartetto di jazz faceva da sottofondo. L’altro era a New York forse, nel futuro… non esisteva internet e quindi, di conseguenza, la musica. Ero teso, nervoso perché, nonostante la calma apparente, sapevo che stava per succedere qualcosa di orribile. Ho lavorato in maniera completamente diversa rispetto al mio solito. Ho cercato di utilizzare gli strumenti come dei colori che andavano a dipingere lo scenario che avevo visto così chiaramente nei miei sogni. Non ho voluto creare due capolavori, ho voluto portare l’ascoltatore nei miei sogni… nella mia realtà quotidiana in cui tutto non è ciò che sembra. Questo ha reso questo lavoro molto più astratto di quanto si riesca ad immaginare.

Da dove nasce l’idea di produrre un vinile?

 L’idea nasce per combattere il secondo sogno.

-“In un mondo in cui non esiste internet, la mia musica ci sarà comunque!”- ecco cosa ho pensato. Poi il vinile è una delle pochissime cose che è ciò è, ma è anche ciò che rappresenta. Milioni di milioni di vinili sono stati venduti e acquistati, il vinile rappresenta per me la prosperità della musica e non c’era mezzo migliore per omaggiare la musica e far riflettere l’ascoltatore. Prima di ascoltare un vinile, le persone lo tolgono dalla busta, lo puliscono, lo mettono sul piatto, poggiano la puntina e si siedono, concentrati. Mi sembra totalmente l’opposto della musica di oggi che viene consumata dal cellulare in riproduzione casuale mentre magari si aspetta un pullman o ci si allena in palestra. Sono due usi diversi, due livelli di concentrazione diversi. Il messaggio che c’è dietro al mio lavoro ha bisogno di tempo e di attenzione per essere capito. Ho scelto di lasciare appositamente un enorme spazio vuoto all’interno del vinile e di mettere un costo molto alto per ridurre al minimo un ascolto distratto. Chi paga tanti soldi qualcosa, ci presta attenzione.

Il percorso che ha portato alla nascita di questo vinile è stato un po’ tormentato, come una fenice sei riuscito a risorgere in qualche modo dalle ceneri, ci racconti cosa è successo durante le registrazioni?

Subito dopo aver registrato i brani, io ed il mio team siamo andati a Trastevere per festeggiare questa collaborazione. Siamo stati via 15 minuti, a 100 metri dall’auto. Quando siamo tornati abbiamo visto il finestrino della mia auto rotto e abbiamo constatato che erano scomparse delle cose. Tra le cose rubate, la camera con la scheda di memoria all’interno. Era tutto distrutto. Il mio piano di comunicazione, l’idea del video, i brani… tutto.

Perché la maggior parte delle cose suonate erano improvvisate ed era impossibile rifare un video in playback e, inoltre, nel 2019 non ha senso far uscire dei brani sul web senza video. Le cose da fare erano solamente 2: piangersi addosso o trovare una soluzione. Ricordo che tornando a casa, eravamo io e Tony Ruggiero, il regista dei NoMods nonché proprietario insieme a Mario D’Arienzo della strumentazione rubata… mi guarda e dice:

Sai, siamo stati ingenui e sfortunati. Ci hanno messo davvero in ginocchio stavolta. Sarà divertente rialzarsi e dirgli in faccia che ce l’abbiamo fatta lo stesso… non trovi maestro?

Tony è un professionista eccellente ed una persona straordinaria, motivo per il quale è membro fisso del mio team e l’ho voluto al mio fianco nella realizzazione di questo vinile. All’interno del vinile ci sono due racconti scritti da Tony che raccontano la sua personale interpretazione dei brani… qualcosa di magico. Credo che questa brutta esperienza ci abbia unito ancora di più e ci ha dato la possibilità di lavorare insieme non più come musicista e videomaker ma come due artisti.

Come si decide, ma soprattutto come si mette in piedi un progetto di crowdfounding vincente?

Le persone pensano che il crowdfounding sia una raccolta fondi e forse in alcuni casi è così. Ma non il mio.

Il processo di stampa del vinile è un processo costoso, ma non è certo per i soldi che ho avviato la campagna, quelli li ho sempre trovati in qualche modo. Li avrei trovati anche stavolta. È l’interesse. Ho fatto la campagna di crowdfounding come pre-vendita del disco per testare l’interesse dei miei fan. Parliamo di un vinile 33 giri con due versioni di uno stesso brano, non di un disco che troviamo in Feltrinelli (con tutto il rispetto dovuto ovviamente). La riuscita di un progetto del genere si pianifica come se non potesse fallire, come se fosse la cosa più importante della tua vita, l’ultima cosa che devi fare prima di morire. Non ho molte mezze-intenzioni, quando faccio qualcosa è perché ci credo fortemente e non do spazio ad eventuali ripensamenti o pensieri negativi. Ora mi stringono tutti la mano ma quando ho progettato di farlo, nessuno ci credeva. Tutti lì a dirmi che era una pazzia, troppo complicato da far arrivare alle persone. Molti lo avrebbero visto come un gesto di arroganza, qualcuno la pensa ancora così. Ero solo, così come voglio stare quando scrivo la mia musica.

Come si mette in piedi un progetto crowdfounding vincente? Facendolo!

A Giudicare dalla riuscita del tuo progetto immagino che ormai la figura del musicista non possa più esaurire nella semplice conoscenza e padronanza del proprio strumento, ma ormai gli ambiti da padroneggiare sono vari e spesso poco attinenti alla musica in quanto tale, è così?

Beh, io credo che la musica non sia solo un’accozzaglia di note e accordi sparsi in ordine. Fare musica significa comunicare qualcosa a qualcuno e fare marketing non significa altro che comunicare, cioè mettere il nostro prodotto davanti agli occhi degli interessati. In realtà ci vedo molta più connessione di quanto si possa immaginare. Gli artisti spesso fanno marketing sulla musica.

Tagliano una strofa, fanno la canzone più veloce in modo che si possa ballare, cercano in tutti i modi di restare nei famosi 3 minuti radiofonici.

La mia musica è immune a queste regole. Ho scritto brani che non hanno ritornelli, brani che durano più del doppio del tempo consentito dalle radio. Uno dei brani del vinile dura quasi 7 minuti ad esempio. Il marketing è l’arma che ogni musicista dovrebbe avere piuttosto che tagliare un ritornello o adattarsi al mercato discografico. Il mio progetto super di nicchia è andato SOLD OUT addirittura prima di essere stampato. Credo che saper comunicare sia una cosa fondamentale ma molti artisti non sono ancora in grado di capirlo e continuano a rovinare la propria musica pensando che sia la strada giusta.

Hai altri progetti per il futuro dopo questa collaborazione?

Mi piacerebbe realizzare alcuni progetti musicali a cui sto lavorando da molto tempo. Mi piacerebbe viaggiare. Mi piacerebbe aiutare le persone. Per il momento continuo a lavorare sodo aspettando il momento in cui tutto sarà più chiaro anche per me.