Gabor Lesko: la musica come un libro di cui ognuno crea le sue immagini

di Paola Pagni

Ispirato dall’evoluzione umana, vista come un miracoloso prodigio della natura,Earthway,il nuovo album del virtuoso della chitarra jazz/fusion GABOR LESKO, esprime in musica la tensione tra le conquiste del progresso tecnologico e il rischio costante di diventarne schiavi.

Solo attraverso la profonda consapevolezza e l’ascolto sarà possibile rimanere in equilibrio e non perdere il controllo.

Otto brani inediti, tutti composti da Gabor Lesko con una solida impostazione elettronica (synth, chitarre e bassi elettrici guidano la musica dell’album), spaziano tra il funk, il jazz, la fusion e il rock psichedelico. Gli arrangiamenti articolati e complessi del musicista milanese sono attraversati da imponenti assoli e retti da un serrato interplay di altissimo livello tra i musicisti – tutti acclamati protagonisti del panorama jazzistico internazionale.

Abbiamo intervistato Gabor Lesko, in un interessante conversazione musicale, su composizioni, processi creativi ma anche confronti sulla società odierna.

Intervista a Gabor Lesko

Ciao Gabor, un piacere averti su Insidemusic.

Partiamo dall’ultima bella notizia: il tuo nuovo album è nelle charts radio di new York, Che effetto ti fa?

Beh si l’ho saputo, è arrivato nei primi 10 di questa chart, dopo Nora Jones quindi ho detto ok, ci si può stare (ride). Sono molto contento di questo risultato, anche perché nell’ultimo anno e mezzo ci siamo tutti rifugiati nelle composizioni. C’è molta speranza ed elettricità nell’aria, ieri poi ho fatto il primo concerto dopo tanto tempo.

Come è stato tornare a suonare dopo tutto questo tempo?

Un po’ come un nuovo debutto perché a livello tecnico ci sono tante cose da rimettere a punto. Ma è andato benissimo quindi va bene così

Per Earthway dichiari di esserti ispirato dall’evoluzione umana: come l’hai osservata?

Io scrissi il brano 20 anni fa, e mi sono seduto a riflettere su come la nostra natura umana ci porti a correre, e di come accelerando troppo si rischi di uscire fuori strada. Certo è che la natura va avanti a prescindere, con o senza di noi. Fatto sta che questo ultimo periodo ci ha portato a tante domande esistenziali, simili a quelle che mi ero fatto 20 anni fa, per cui ho deciso di riprenderlo in mano e riproporlo.

Il progresso tecnologico però ha i suoi pro ed i suoi contro, senza tecnologia ad esempio questo album non sarebbe stato possibile

Esatto, infatti secondo me la parola chiave è responsabilità. La tecnologia ci permette di fare cose che non potevamo fare, e questo arricchisce: il problema è sapersene scostare e relegarli a mezzi di miglioramento senza che siano loro ad impossessarsi di noi. La mia generazione ha vissuto anche senza internet, quindi possiamo vedere la differenza, ma i ragazzi d’oggi invece non hanno un termine di paragone del genere, quindi bisognerà lavorare molto sulla responsabilizzazione.

Invece, come sono nate le collaborazioni, viste anche le difficoltà logistiche?

Certe collaborazioni sono partite da contatti pregressi, con alcuni di loro lavoro da anni. Poi da queste sono venuti fuori altri nomi, e così è venuto normale abbinare i pezzi al musicista. In questo disco c’è un cast molto ampio. Nel precedente la line up era sempre lo stesso, invece qui ho voluto proprio ingaggiare come un regista diversi attori ognuno per interpretare la parte più confacente.

Il disco è composto da 8 brani: esiste un fil rouge che li lega?

Quando scrivo un album ho sempre una sorta di filo logico in testa. Il fil rouge degli ultimi anni della mia musica deve e vuole essere l’energia positiva. Questo è il fine della mia creazione. Di certo è un ascolto che richiede di soffermarsi un po’ a scoprire i vari suoni pian piano. Sono tutte cose a cui io tengo molto quando arrangio e scrivo le orchestrazioni.

Riusciresti in qualche modo a spiegarmi il processo creativo dei tuoi lavori?

Non si può cristallizzare un processo creativo. Spesso mi metto lì al piano perché avendo fatto composizione mi viene naturale iniziare così. Però dipende dal brano, se è più melodico o meno. Still here for you ad esempio è venuto da un giro di accordi su chitarra. Ma la creatività deve essere libera di fluire da qualsiasi mezzo. Poi tutto confluisce in un fiume durante la produzione artistica.

Spesso quando produco i dischi sono molto esigente con me stesso, non metto mai troppi brani proprio per dare un’identità sonore ed il giusto balance. Per me se quando il disco è finito la vuoi riascoltare, allora funziona. Per questo non metto troppi pezzi, così poi si ha più voglia di riascoltarlo.

Quindi la logica interviene magari nello scegliere i brani per comporre l’album, ma non nella creazione dei pezzi.

La veste che decido di dare all’album è l’unica parte decisa in un momento immediatamente successivo alla creazione. E poi c’è la voglia di stupire l’ascoltatore, creare quella domanda nella mente “adesso cosa farà?”

Cosa ti ha spinto verso la sperimentazione?

Semplicemente abbiamo talmente tanta musica trita e ritrita, che io conosco bene anche in quanto arrangiatore e compositore, che prima di buttare fuori un pezzo io ci sento una responsabilità. Piuttosto che far uscire qualcosa già sentito e risentito mi chiedo “ma perché?” e preferisco non farlo. Io cerco sempre di essere originale, ma molto spesso la musica è soggettiva: molte volte mi dicono di trovarci dei riferimenti a gruppi a cui io non avevo nemmeno pensato. La musica per me è come un libro: sei tu che dai un’immagine a quello che leggi, senza vederne la foto.

Farai dei live quest’ estate?

Ho appena suonato in un concerto streaming, e per i live veri propri mi sto organizzando per il 2022.Adesso ancora siamo un po’ incerti, ma comunque ci organizzeremo. E già che ne ho fatta una sono contento. Ma magari in autunno qualcosa…

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