Freddy Delirio: Partii da giovanissimo, ma nel 1990 mi innamorai del mondo della registrazione: volevo fare il produttore. E ci sono riuscito!

Essere musicisti da una vita non è facile. Le mode musicali cambiano, gli ascoltatori sono volubili, talvolta pretendono formule rigorosamente nuove, talvolta esclusivamente ben rodate. Si dice poi che il rock sia un genere che stia vivendo il suo tramonto: eppure giusto l’anno scorso è uscito il nuovo album di una band storica, i Death SS (tacciati di satanismo nel successivo tour), Rock ‘n Roll Armageddon. Band di cui Freddy Delirio, nato Federico Pedichini, è tastierista e compositore. Un musicista che ha sentito che i tempi fossero maturi per un grande progetto solista: ed ecco Freddy Delirio & The Phantoms. Freddy oltre che musicista è produttore: lo abbiamo incontrato per un’interessante chiacchierata su entrambi i fronti.

freddy delirio intervista the cross

Ciao Freddy! Innanzitutto complimenti per il nuovo album The Cross, che ho avuto la fortuna di ascoltare. Sei tastierista di Death SS (qui la recensione di Rock ‘n Roll Armageddon) e WOGUE, nonchè voce e tastiera di Freddy Delirio & The Phantoms. Attualmente cosa fai, come ti destreggi fra tutti questi progetti?

Vivo 24 h su 24 di musica. Sono produttore artisrtico e fonico, ho uno studio. Le mie attività prettamente concertistiche e discografiche, oltre che collabroazioni e produzioni per conto terzi, sono concentrate su questo progetto, nato da un’idea del mio carissimo amico Massimo Gasperini che un paio d’anni fa mi propose l’idea di un disco solista. Avevamo collaborato moltissimo: tramite lui ho prodotto moltissime band, mi ristampò per un ventennale in edizione speciale un vecchissimo mio lavoro solista, intitolato Journey, del 1992. Insomma, vide i miei dischi con gli Harem, 20 anni di dischi e concerti: sono ormai arrivato a trent’anni di attività, in giro per il mondo. Massimo dunque decise di farmi affrontare sonorità nuove in questo disco solista, perchè io pur essendo un compositore rock, tendo all’horror, avendone anche composto colonne sonore per film horror. E devo a lui il fatto di aver tirato fuori pezzi doom, pezzi fortemente atmosferici, un’ispirazione che probabilmente avevo dentro ma che non mi era mai interessato tirar fuori e fondere. Ho scritto il disco in pochissimi giorni, e due anni fa ho mandato i provini.
In sostanza: ora promuovo The Cross. Con la speranza che funzioni. E ad ora sembra così.

E’ tutto in divenire dunque. Ecco, hai menzionato in particolare il sentore horror che permea tutto The Cross. Il concept dei fantasmi: cos’è che ti ha spinto a sceglierlo? Sei inoltre dottore in filosofia, quanto i tuoi studi ti hanno aiutato nello sviluppo dei testi?

C’è di nuovo lo zampino di Massimo. “Ehi fantasma, tira fuori qualcosa dal cappello!”. C’è stato uno studio a priori dell’intero progetto, e decidemmo insieme l’ambientazione. Ci sono andato a nozze! Per 22 anni di H.A.R.E.M. ho fatto il vocalist rock, e nel fare qualcosa di horror, anche di immagine, abbiamo scelto qualcosa di forte visivamente, con tanto di maschere; le tematiche, dei fantasmi, sono più introspettive e soprattutto traslate nel discorso metempsicosi. I fantasmi in questione sono rientranti nell’accezione horror tipica: coloro che continuano a persistere anche dopo la morte. Ho dunque rivisitato in chiave metempsicotica tale mito, di anime che attraversano le dimensioni diq uesta vita, di quelle che ci saranno e quelle che ci sono state, portandosi dietro il bagaglio di esperienze. E’ inoltre qualcosa in cui credo veramente: per me, la vita, non finisce semplicemente qui. Sarebbe troppo facile! LE figure di cui parlo sono degli Highlander, figure immortali. The Cross è un lavoro che si muove su binary un po’ dark, un po’ horror, ma anche un po’ incoscio ed esterno: si tratta di tematiche che esplorano dimensioni al di fuori di se stessi.

Insomma, tematiche da romanzo gotico.

Sì, sia atmosfere che testi sono venuti molto spontanei.

Dimmi, allora, ti sei nutrito della tua conoscenza di base o ti sei ispirato ad opere artistiche/letterarie?

C’entra di nuovo Massimo con i suoi consigli. Io, come compositore, sono poco ispirato dagli altri: parto da un ritmo, da una base, e poi su di essa costruisco la melodia e la linea vocale. Dunque scrivo prima le atmosfere, e poi ciò che per me sono accessori. Faccio tutto al contrario! Ho visto di aver depositato in SIAE 150 canzoni, tutte scritte così. Mi sono dunque lasciato ispirare da degli andamenti musicali, da dei bpm: in questo modo è nato un pezzo doom, rallentando. Idem per un pezzo più prog, Afterlife, in cui ho lasciato libera l’ispirazione. Probabilmente The Cross piacerà ai fan dei Ghost e dei Death SS. Ai fan dei Dream Theater piacerà Afterlife, il brano più prog.

Dunque diciamo che hai preso un po’ ispirazione dai Ghost.

Probabilmente sì, involontariamente, nelle atmosfere. Personalmente li adoro, ma in generale tutta quella tipologia di scena: è ciò che è nelle mie corde, quel che sento da anni, ed è naturale per me comporre musica del genere. Quei ritmi ed atmosfere sono indirettamente ispirati. Però ci sto sempre attento, per evitare che il fan X rimanga deluso, aspettandosi i Ghost, e ritrovandovi in The Cross ben pochi elementi. Questo disco l’ho scritto oggi, perchè ho un bagaglio compositivo e di ascolto diverso da vent’anni fa. E’ figlio dei suoi tempi, ma sono stato estremamente libero in tutto.

Fra tutti i brani di The Cross, che comunque possiede un sound molto originale – di matrice horror, con brani molto complessi ma superficialmente semplici – mi ha colpito In The Fog. Raccontamene la genesi, se puoi.

Beh, In The Fog è la punta di diamante dell’album. Il pezzo ha delle aperture nel ritornello che sono da hit, perchè nonostante si tratta di un lavoro di Black Widow che richiede songwriting in qualche maniera alternativo, In The Fog è estremamente fruibile e commerciabile. E’ stato il primo per il quale ho pensato di realizzare un videoclip, assieme a The New Order, altra pietra miliare.
Insomma, In The Fog nasce da una serie di emozioni che provato recandomi in una zona delle Dolomiti in cui vado per rilassarmi: ne amo le energie che vi si trovano. Andandoci, poi, sono sempre successe cose particolari. E’ un luogo assolutamente magico per me. Un luogo che finalmente ha meritato di essere rappresentato in una canzone. In The Fog è un sunto di tutto The Cross, che è un album nebbioso – luogo di pertinenza dei fantasmi – perchè rappresenta perfettamente questi personaggi che vagano nella nebbia; anche nei testi, per la frase ricorrente:

Tomorrow a new dawn,
And for me a new life

Il messaggio è che la vita è una continua evoluzione e cambiamento. Lo stesso vale per le anime che ancora albergano qui. In The Fog è la presa di coscienza di questo: il fatto che questi fantasmi si muovano nella nostra dimensione e vi persistano. Ugualmente, Cold Areas è la conferma di questa cosa: c’è un’alternanza ciclica di situazioni “calde” e “fredde”.

Hai nominato pocanzi Afterlife, brano con impressionante varietà di tastiere. E tu sei un tastierista. Hai iniziato la tua carriera esattamente trent’anni fa, nel rock. Ora, c’è una possibilità infinita di sound engineering. Tu ti sei adeguato a questo, hai abbracciato al cento per cento le infinite scelte che l’informatica offre, o sei stato un po’ ritroso?

Eh, bella domanda. Semplicemente: l’analogico suonava meglio di ogni tipologia di sistema informatico costosissimo. Sia in termini tecnologici, che tecnici, ricordando nastri e tastiere dei tempi, quel suono era totalmente diverso. Nel digitale c’è estrema complessità e non si raggiunge mai ciò che davvero si desidera. In realtà fui fra i primi ad abbracciare tali sistemi: ebbi il mio primo computer MIDI nel 1991, e mi adeguai completamente al digitale nel 1997, per comprendere questo mondo che si evolveva. Mondo praticissimo, via del copia e incolla, eppure il suono è estremamente deficitario. Lo insegno anche ai miei alunni che diventeranno producers, ragazzi che non sanno cosa c’era prima del digitale. Non conoscono quel passato affascinante.

Perchè, invece, non hai incluso Another World in The Cross?

Uhm, è uscita come singolo. Come assaggio per il mio nuovo corso. Fu il primo brano che feci sentire a Massimo Gasperini, e tramite la quale decidemmo di fare The Cross. Il singolo uscì per un’altra etichetta, e lo lasciammo solo come apripista online. Il resto è stato poi ex novo.

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Passiamo ora alla persona Freddy Delirio. Tu sei produttore: immagino che ti trovi ad avere a che fare con band giovani che vengono a registrare da te. Com’è stato inizialmente trovarsi “dall’altra parte”, non come band ma come produttore?

Sono partito giovanissimo. Nel 1990 mi innamorai del mondo della registrazione: volevo fare il produttore. Ho atteso di avere da parte un bel gruzzolo, partire con un minimo investimento per poi ingrandirmi. Ho vissuto molto da vicino la fatica nel registrare, la tensione del voler fare il tutto al meglio ma nel minor tempo possibile; la necessità di trovare un buon fonico, persone che siano disposte fino all’ultimo momento a rimettere mano sul materiale. So dunque bene come funzionano i musicisti in studio: quelli rodati sono tranquilli, i giovani si agitano e temono che il tempo non sia dalla loro. Per questo lavoro a forfait, per non avere limiti di tempo nel prodotto, per ottenere il meglio. Bisogna essere sia umani che professionali, in questo lavoro.

Dato che tu, Freddy Delirio, vedi tutte queste giovani band, cosa dici loro quando ti chiedono come diventare un musicista di lungo corso e di successo?

Innanzitutto dico loro di credere fortemente nel loro progetto. Fortissimamente. Credere nei propri sogni, intensamente. Siamo in un’epoca strana, l’epoca dell’apparenza – sento spesso questi ragazzi parlare dei like su Instagram. E allora rispondo che ho avuto occasione di conoscere musicisti e uomini d’affari che non hanno neppure Twitter! Ragazzi, state tranquilli, avere ventimila like falsi sui social non ha alcuna funziona di successo vero! Se non c’è materiale, se non c’è promozionale al di fuori dei proprio canali, se non ci sono comunicati stampa, c’è un’incongruenza di base enorme che di certo non fa bene alla vostra immagine. Taluni sanno che ciò è sbagliato, e dico loro di suonare il più possibile, fare un prodotto che valga, insistere con promoter ed etichette, crearsi un’immagine per gli addetti ai lavori, non solo su Facebook! Serve la sostanza. Meglio fare tutto in sordina, preparare un pacchetto completo che abbia una coerenza interna ed un significato, un’idea – e poi si rompono le scatole agli addetti ai lavori. Bisogna prima di tutto saper stare sul palco, e servono tanti, tantissimi concerti. E tutta la fatica che ne consegue. Qualcuno, ogni tanto, mi dà retta.

Quindi, tu consigli di registrare subito un LP o un EP?

Ecco, dipende lì da quanto un gruppo è disposto a investire su se stesso. Fare un disco completo è meglio, perchè dà l’idea completa del gruppo, delle sue possibilità. Certo è che, però, come vendibilità e distribuzione, nonchè promozione, un LP è un lavoro più gravoso: devi trovare il discografico che si innamora di te. D’altro canto è anche vero che dai qualcosa di più studiato, pochi brani ben scritti e rappresentativi, magari si coglie di più l’attenzione degli addetti ai lavori. Un EP, ecco, può essere meno gravoso e più pratico, mentre un LP è un lavoro già finito sul quale un discografico può lavorare e pilotare ben poco. Si può anche partire con un singolo digitale di un paio di canzoni, e così si può destare l’attenzione di eventuali produttori o distributori. Poi ovviamente, se una band è i nuovi Pink Floyd, ben vengano, e tutti i consigli saltano.

freddy delirio intervista

Vorrei invece ora passare all’altra tua anima, quella hard & heavy, dei Death SS. L’ultimo album, Rock n’ Roll Armageddon, è estremamente fruibile, divertente: come Prequelle dei Ghost. Avete deciso consciamente questo ritorno alle sonorità anni ’80 rispetto alla deriva ipertecnica degli anni ’90 e primi ’00?

Già da Resurrection del 2013 abbiamo usato formule compositive ed in fase di produzione – di cui mi sono ovviamente occupato io – che fossero in linea con determinati film di cui le canzoni fossero le perfette colonne sonore. Brani commerciabili, che funzionano bene. Quindi già Resurrection era diviso fra brani ricercati ed esoterici, ma anche brani con l’imprinting della hit da colonna sonora – e mi riferisco a brani come Darkest Night. E’ poi accaduto lo stesso con Rock ‘n roll Armageddon, perchè tale linea ci è piaciuta moltissimo. Io stesso in studio buttai giù le idee base di alcune canzoni, con imprinting molto più rock, con parti meno thrash – tranne Slaughterhouse, che è fortemente thrash, con gli assoli fenomenali di “Ghiulz” Borroni e Andy Panigada, brano più riconducibile ai vecchi Death SS. Il resto dell’album è fortemente melodico e rock, perchè negli anni (stesso avvenuto per Freddy Delirio & The Phantom) si parte tanto veloci, e poi, mano a mano che si invecchia, che si accumulano esperienze, si rallenta e si guarda più al dettaglio. Da giovani si fanno i gruppo estremi, si è alla ricerca dell’adrenalina: c’è quel binomio, velocità e abilità, di cui poi ci si stanca; stesso per gli acuti, per gli scream, e dunque si compone ciò che è più in linea con lo status personale, più posato. Insomma, l’assolo che si chiede al chitarrista a vent’anni è da Ingwie Malmsteen, a cinquanta uno da Gilmour. Le aperture di pancia, gigantesche, di Rock ‘n Roll Armageddon, rendono i brani accattivanti e dal sound sempre pienissimo, sebbene comunque album molto variegato. Diciamo che è un album figlio del suo tempo: anche la cover che abbiamo incluso, Glory of the Hawk, sebbene western, è in linea con queste sonorità.

Ti chiedo ora, dopo questo lungo excursus, a te Freddy Delirio, che sei nel mondo della musica da trent’anni: lo stereotipo della rockstar maledetta, a là Tommy Lee, è ormai fuori moda?

Bella domanda. I Motley Crue (qui la nostra recensione di The Dirt) , come altre band degli anni ’80 e di Los Angeles hanno rappresentato per tutti noi un punto di riferimento musicale e comportamentale; credo, però, che sì tale stereotipo è fuori moda, perchè il mondo è cambiato. C’è stata una presa di coscienza di tante problematiche: in America, già dopo la scena delle rockstar anni ’80, è apparso il grunge, con i suoi minimalismi e la sua riflessione.

Le tute e le camicie a quadri di flanella.

Esattamente. Non è che poi a me quel periodo sia mai piaciuto tanto, sia chiaro. Non so se si capisce, ma io sono legatissimo agli anni 70 e ’80! Ne ho capito tardi, però, il significato. All’epoca eravamo i giovani dei Motley Crue, e dispiacque a tutti che la scena cambiasse, con la predominanza del grunge. Il motivo generazionale mi fu chiaro da adulto. Semplicemente, le cose cambiano. C’è presa di coscienza da parte dell’ascoltatore medio. Molti ragazzi, oggi, anche i più intelligenti hanno un modo da ribellarsi diverso dagli anni ’80, perchè non vivono più nel paradiso di falso cristallo di quegli anni: la gente ha aperto gli occhi sul piano politico, sociale, ambientale. Una band anni ’80, oggi, è decisamente demodè. Divertirsi sì, ma la figura di chi fa il maledetto nel 2019 funziona fino a un certo punto. All’epoca furono figure perfette, divertenti, eccezionali. Vi furono anche band meno “maledette”: Dee Snyder dei Twisted Sisters, ad esempio, che ha vissuto in maniera opposta totalmente opposta ai Motley Crue, ed ha cento mila volte voce di più rispetto a Vince Neil ed è anche tecnicamente migliorato. I Motley fecero quello che volevano, furono icone, e hanno fatto bene. Hanno divertito, ma nel 2019, i giovani si pongono in maniera decisamente diversa. Non parlo dell’uso di stupefacenti vari, ma dell’atteggiamento in generale: una band a là Motley Crue non funzionerebbe, perchè il mondo di inviare e recepire determinati messaggi è cambiato.

E i Greta Van Fleet?

Già non se ne sente più parlare. Le varie manifestazioni a livello mondiale, poi, tipo i Gods of Metal, l’Hellfest, lo Sweden (di cui fummo headliner!) , son sempre riempiti da rock band mummie, in senso buono! Quando Alice Cooper e i Black Sabbath andranno in pensione, chi ci sarà a sostituirli? I concerti rock di quella dimensione non esisteranno più. Fra pochi anni sarà solo una scena da raccontare ai nostri figli. Scena che ho vissuto e di cui ho fatto parte. Si parla di sessantenni, che fra vent’anni non ci saranno più. I Rammstein, più giovani, hanno comunque più di cinquant’anni. Forse, loro, sono semplicemente gli ultimi di una generazione: gli ultimi dei mostri sacri.

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Tu hai calcato i palchi di tutto il mondo. Qual è il tuo ricordo più bello ed il tuo più grande rimpianto, concertisticamente parlando?

Rimpianti…finora, no. Ho fatto molto più di quanto avevo preventivato da giovane, ci sono state delle serie di fortunati eventi anche a livello di produzione. Sono rimasto umile ed autocritico, e sono felicissimo di tutto ciò che ho realizzato. E tutto quel che ho fatto lo rifarei mille volte, seguirei le stesse strade. La più bella esperienza fu lo Sweden, nel Four Sound Stage Rockfestival, un palco enorme in cui ci ritrovammo da headliner; c’erano assieme a noi dei veri e propri idoli. Quando chiudi una serata così, l’emozione ti sovrasta. C’era una collina, davanti al palco, assiepata di gente, come un teatro naturale. Anche della Germania ho ricordi bellissimi. Mi sono tolto tante soddisfazioni. Cerco di non fermarmi mai, di innovarmi, di mescolare le carte della mia capacità compositiva, di essere ambizioso ma realistico. Amo suonare dal vivo, ma amo farlo quando c’è qualcosa da presentare, di concreto: suonare per suonare è bellissimo, ma preferisco avere ogni volta un nuovo argomento. Oltretutto noi siamo molto scenici: a suo tempo dovemmo convincere i musicisti ad immedesimarsi nel personaggio (ndr Freddy Delirio è il Fantasma dell’Opera nei Death SS).

E invece, dammi un po’ di info pratiche su The Cross.

Il nuovo album uscirà il 12 aprile (il release party si è svolto a Genova il 6 Aprile, ndr). Anche in vinile. E mi auguro – ma lo credo fortemente – che ci sarà una data a Roma.

Allora buona fortuna per il nuovo progetto, Freddy! E’ stato un onore averti ospite sulla nostra testata!

Grazie a te!