Francesco Sacco ci racconta la sua “Pioggia d’aprile”

di Alessia Andreon

Pioggia d’aprile” è il nuovo singolo di Francesco Sacco, giovane visionario, attivo su diversi fronti della scena artistica di Milano.

Partito dalla celebre realtà underground di Bligny 42, lavora da tempo nel mondo della musica intrecciandolo con quello delle arti performative e della moda: insieme a sua moglie, la coreografa Giada Vailati, ha fondato il collettivo Cult Of Magic, per le cui performance compone le musiche e gli arrangiamenti.

Lo scorso maggio è uscito il suo album “La Voce Umana”, dalle atmosfere sperimentali e intime, scritto, prodotto e suonato dallo stesso Francesco durante tre mesi di soggiorno a Venezia. L’ispirazione è arrivata dall’omonimo monologo di Jean Cocteau che racconta il mondo delle relazioni in tutte le sue sfaccettature.

Gli abbiamo chiesto come si conciliano tutte queste arti e di presentarci la sua ultima creatura: “Pioggia d’aprile.

Francesco, tu lavori sia nel mondo della musica che in quello delle arti performative e della moda…. Come si uniscono queste passioni?

Sono percorsi molto diversi e sono molto poliedrico in questo senso: ho la mia produzione cantautorale, nella quale mi esprimo principalmente ed è un progetto di ricerca musicale.

Nella produzione di sound design, di colonne sonore, sia per il teatro, la danza e le arti performative, ma anche per la moda, seguo un percorso diverso, perché è un campo in cui ovviamente ti esprimi solo con la musica e quasi sempre si parla di strumentali. Devo dire che, ogni tanto, ho messo in contatto queste due cose.

Sicuramente l’attenzione drammaturgica del percorso di composizione per una colonna sonora per il teatro è molto diverso: tutti gli addetti ai lavori del teatro sono estremamente attenti ai dettagli, è un lavoro molto di fino, è un’esperienza che mi ha insegnato che anche in un dettaglio molto piccolo si può racchiudere un significato importante.

Contemporaneamente, nelle mie direzioni musicali in teatro, ho portato un gusto un pochino più pop, un pochino più fruibile perché il più delle volte la musica per la scena è pensata solo per quel determinato contesto.

Quasi mai si pensa a una musica di scena che possa funzionare anche estrapolata dal contesto, slegata da una performance delle immagini; questo è stato il duplice approccio che, specialmente lavorando col collettivo Cult Of Magic, ho cercato di fare.

Sono due cose che tendenzialmente tengo abbastanza separate.

Capita che una suggestione che magari parte da un lavoro teatrale trovi poi forma in una canzone o, viceversa, che abbia delle idee musicali nello stesso periodo in cui sto lavorando ad una mia produzione teatrale.

Vera e propria produzione ibrida ne abbiamo fatta solo una: Le Serpent Rouge,un live con performance che è stato la primissima cosa che abbiamo fatto con il collettivo; poi la produzione teatrale si è spostata più su un ambito prettamente teatrale e il cantautorato rimane cantautorato.

Trovo il tuo modo di concepire l’arte di ispirazione cosmopolita, è così?

Grazie, spero che sia così: l’Italia è terra di confini, di barriere in tanti campi; parlo della musica ma anche del teatro che è un luogo apparentemente più libero. C’è tanto l’ossessione di stabilire un genere, di definire ed inquadrare l’arte.

A volte fa bene fregarsene, sia all’anima che all’arte perché trovi degli intrecci inaspettati e a volte succede che delle cose che non pensavi messe insieme potessero dare un esito interessante, lo fanno.

Ammiro molto chi riesce a spostarsi da un capo all’altro, avendo una visione più ampia e spero di essere una di queste persone, infatti ti ringrazio per il complimento. Concentrarsi su un solo aspetto, anche se sei musicista, spesso è limitante; poi io sono uno che si annoia abbastanza in fretta, quindi passare da una cosa all’altra mi aiuta a tenermi sveglio.

Domani esce il tuo nuovo singolo “Pioggia d’aprile”, che vede alla batteria Alessandro Deidda de Le Vibrazioni. Com’è nata questa collaborazione?

La collaborazione con Alessandro è nata in modo molto naturale, siamo innanzitutto amici.

Lui è uno di quei musicisti vecchia scuola che suona tantissimo, anche dopo 8 ore di studio ha voglia di mettersi alla batteria e improvvisare qualcosa, per cui quando ci vediamo parliamo, suoniamo e comunichiamo anche con la musica.

In un contesto del genere, in modo veramente molto spontaneo, una sera ascoltavamo delle demo e ha sentito quella di “Pioggia d’aprile” con ancora una batteria provvisoria elettronica e mi ha detto: “Mi piace, te la registro”. Poi mi ha mandato alcune prove di batteria con linee diverse che io ho messo insieme, ed in certi casi ho anche sovrapposto. Abbiamo fatto una cosa un po’ alla Paul McCartney. con una linea principale e una che si aggiunge sopra in alcune parti di strofa…

Che atmosfere ci regala “Pioggia d’aprile”?

È un brano abbastanza tradizionale, per certi versi, che ha una struttura e un discorso strumentale molto vicino al cantautorato classico; è un brano che ha tanta chitarra, pianoforte, batteria e basso, con qualche elemento sopra le righe che è dato dal theremin, che fa con il suono tipo alieni, che ancora si vede poco nel cantautorato ed è uno strumento che a me piace moltissimo usare.

Lo definirei un cantautorato abbastanza classico con qualche elemento alieno.

Altra differenza rispetto alla mia produzione precedente è che ha un ritornello molto forte, cosa che avevo quasi evitato nel disco. Questo brano lo vivo come una sintesi di tutto quello che c’è nel disco musicalmente, anche da un punto di vista lirico.

Per quanto concerne al testo, è la prima cosa che ho sviluppato ed è sempre in primo piano nella mia produzione da cantautore, è una sorta di flusso di coscienza. È un pezzo che io trovo molto liberatorio. È stato liberatorio scriverlo ed è stato liberatorio pubblicarlo.

Stai già lavorando a un nuovo album/EP?

Scrivo tantissimo, ho già alcuni brani che sono pronti; non mi fermo mai a livello di scrittura e composizione, ho sempre qualcosa in ballo.

Per adesso non ho altre uscite già programmate perché navighiamo a vista, ma sicuramente seguirà un altro singolo e, visto che io non amo molto i singoli, credo che ci sarà un album prima o poi.

Stai collaborando anche ai podcast di Fatty furba; com’è per un uomo lavorare in un contesto al femminile?

Non ho accusato il colpo perché Margherita è una mia amica, anzi una delle mie migliori amiche: ci conosciamo da tantissimi anni, dai tempi dell’università a Milano e insieme abbiamo fatto i dj, gli organizzatori di eventi… poi lei ha intrapreso il percorso radiofonico a Radio Popolare e io invece mi sono concentrato sulla musica.

L’idea ci è venuta verso la fine del primo lockdown, perché ci sentivamo spesso telefonicamente; da lì è nata l’idea del format che è un podcast tutto al telefono.

Abbiamo pensato di registrare le nostre telefonate, in cui parliamo di un sacco di cose che magari qualcuno potrebbe trovare interessanti, invitiamo degli ospiti e registriamo.

Poi ovviamente è stata necessaria una regia audio controllata, però il mood è rimasto quello della chiacchierata fra amici, raccontare notizie, curiosità, aneddoti ma in modo molto fresco, divertente e leggero.

A noi piaceva l’idea di fare un podcast che affrontasse anche argomenti seri o desse anche dati….

L’ ultima serie che abbiamo registrato e che uscirà la settimana prossima, per esempio, è in collaborazione con Carlotta Bagnoli che è un’attivista sul fronte della violenza di genere.

Quindi, anche dal punto di vista radiofonico, affrontiamo argomenti tosti, ma sempre con un piglio divertente.

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