Flowers at the Scene: la recensione del ritorno di Tim Bowness

di Riccardo Rossi
Flowers at The Scene di Tim Bowness è un album che attraverso la vibrazione dei suoi 11 colori riesce a cantare il mondo al di là del visibile, grazie ad una passione e ad una voce senza tempo.

Un ballo può essere l’inizio e la fine di tutto. Un microcosmo, emotivo e fisico, in cui la connessione tra uomini arriva e va oltre il reale. Un luogo che galleggia nel tempo, in cui raggranellare la musica come sabbia e costruirci poi immensi castelli, continuando a volteggiare. E Tim Bowness non ha mai smesso, in tanti anni, di danzare con la sua voce.

Compagno speculare di uno dei progetti più interessanti in cui Steven Wilson (qui la recensione di To the Bone) ha mosso i primi passi, i No-Man, Bowness ha sempre avuto, nel suo modo di porsi e d’interpretare il canto, venature di raggiante poesia romantica, che negli otto album della sopracitata formazione inglese aveva sondato fino a metterne a soqquadro gli aspetti più reconditi, scrivendo alcune delle pagine più belle dell’art rock a cavallo tra il 1993 e il 2008. Riposto il tomo di questa esperienza sul più luminoso degli scaffali dopo l’uscita dell’ultimo album con i No-Man, Schoolyard Ghosts, ha dato il via al suo percorso d’espressione personale, ufficialmente già iniziato nel 2004 con l’album “My Hotel Year“, che ha portato in seguito ad altri tre bellissimi dischi, Abandoned Dancehall Dreams (2014) Stupid Things That Mean The World (2015) Lost In The Ghost Light (2017).

Ed ora il 1 marzo esce, su Inside Out Music, “Flowers At The Scene”, ricco di ospiti e vecchi amici, espressione sincera di un caleidoscopio d’emozioni vibranti che vede la sua splendida voce farsi Virgilio, accompagnando l’ascoltatore in un viaggio dove l’eleganza del suo timbro giunge al cuore, lo accarezza e lo sprona a battere.

Un album che avvolge fin dalla copertina, curata da Jarrod Gosling, in una rappresentazione ideale delle tonalità cromatiche in cui le canzoni li racchiuse vanno a coricarsi, in una riconciliazione fisica prima che virtuale. Che si aggrappano all’idea di vite donate all’arte, di rimpianti e compromessi, di fiori celati. L’apertura, affidata a “I Go Deeper”, è al contempo un’esplosione di gioia e malinconia, con i synth che ne spezzano ad un certo punto la trama a metà, per poi dialogare e rendersi rarefatti quando la voce di Bowness si dilata, e ci si ritrova a sognare battendo il piede, a chiudere gli occhi, ad aspettarsi l’inatteso con la curiosità di un bambino che ascolta una storia di tanti anni prima.

E più si ascolta, più si scoprono nuove figure e nuovi suoni, ci si muove attraverso una sinestesia di trame e profumi, di rose raccolte tra il crepuscolo serale e l’alba, come in The Train That Pulled Away, quattro minuti in cui i violini e le parole divengono fragranze al di là del nostro tempo, se ne percepisce la consistenza tra le labbra, e poi giù, a scaldare e rincuorare l’anima. Il quarto brano, Not Married Anymore (che vede Dylan Howe ospite alla batteria), è quello che ricorda più da vicino album come Returning Jesus e Together We’re Stranger dei No-Man, sospeso in un’atmosfera onirica in cui Tim si muove a piccoli passi, nascosto al mondo e alla sua confusione. Non ci sono riempitivi in questa musica che si dilata e si riavvolge senza mai spezzarsi, libera nelle idee e nella morale, che lungo la tracklist muta continuamente forma pur restando all’interno di una struttura fortemente progressive.

In It’s The World riusciamo a sentire tutta l’influenza del Wilson solista, navigando a vista in un mare ricco di distorsioni elettriche e cupe, che richiamano i suoi ultimi lavori in studio. Da citare poi altri due splendidi episodi, a sublimare l’amore per la bellezza che il disco trasmette: la title track, mossa dal piano e dalla batteria, a cui si aggiungono, come stelle cadenti in una notte d’estate, frammenti di chitarra da parte di un James Matheos in stato di grazia, per un brano ammantato di jazz e sogni perduti; e Ghostlike, cinque minuti di malinconica e ritmata progressione elettronica tra synth e batteria tribale, che lentamente vanno a lasciare la scena in un epitaffio soffuso di tromba, con Tim a sussurrare conforto, lontano dagli occhi del mondo, lontano dal fragore. Uno dei dischi migliori di questo promettente 2019, un vibrato dell’anima che rimette in ballo le coscienze, al di là del tempo, al di là della vita, al di là della fine.

Tracklist e artwork di Flowers at The Scene (Insideout) di Tim Bowness

Risultati immagini per tim bowness flowers at the scene

“I Go Deeper”
“The Train That Pulled Away”
“Rainmark”
“Not Married Anymore”
“Flowers At The Scene”
“It’s The World”
“Borderline”
“Ghostlike”
“The War On Me”
“Killing To Survive”
“What Lies Here”

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