Il Personale Tour di Fiorella Mannoia è sbarcato ieri sera, venerdì 9 agosto, al Teatro D’Annunzio di Pescara. Elegante, maestosa, irriverente, riflessiva, femminile, ironica e molte altre cose, la signora della musica italiana ha lasciato, come sempre, il segno

Pochi, pochissimi artisti sanno ogni volta coinvolgermi emotivamente. Uno di questi è sicuramente Fiorella Mannoia, sempre al di sopra delle mie aspettative, è un’interprete senza tempo, dalla voce calda, capace di mettere in piedi un’alchimia di concetti profondi e diretti con la solita e magnifica eleganza che la contraddistingue ormai da anni. Il pubblico che la segue è multi-generazionale – un altro tratto distintivo della “rossa esplosiva” – composto sia da ragazzi molto giovani che da adulti, questo a dimostrazione del fatto che la musica della cantante romana attraversa trasversalmente varie generazioni, fa breccia nei loro cuori e li fa riflettere grazie alle sue straordinarie doti interpretative e comunicative. Perché se è vero che “a Cesare bisogna dare quel che è di Cesare”, a Fiorella bisogna dare quel che è di Fiorella, ovvero il merito di essere coraggiosa, resistente o, meglio, “una combattente” nata.

Ore 21.20: si spengono le luci, entrano i musicisti e Fiorella intona Il peso del coraggio, il primo singolo tratto dall’album Personale. “Ci sono parole delle canzoni che sono pesanti come macigni, come in questa. E lo sono soprattutto in questo periodo storico”. Esordisce così la Mannoia prima di continuare con Il senso e I treni a vapore, circondata da una scenografia minimalista, in cui sono assenti quelli che considero i “giochi di prestigio”. D’altronde quando si è già un diamante non hai bisogno di una trusse piena di bigiotteria per apparire.

Prima di interpretare Imparare ad essere una donna, Fiorella racconta un aneddoto, dicendo che quando era molto giovane non comprendeva il significato della frase di Simone De Beauvoir: “Donne non si nasce, lo si diventa”. Poi con il tempo lo ha capito e si è resa conto di quanto sia importante fregarsene di passare come “buonista della situazione” e seguire la propria coscienza, la propria onestà intellettuale, perché solo così si diventa donne e uomini umani.

Come in ogni concerto della Mannoia che si rispetti, è impossibile che non ci siano delle cover: ad esempio, con Eri piccola di Fred Buscaglione ha creato – grazie ad una band alla sua altezza capitanata dal produttore e percussionista Carlo Di Francesco – una versione a dir poco straordinaria. Non sono ovviamente mancate Lunaspina di Fossati e Sally di Vasco Rossi. Ma mi vorrei soffermare un attimo su Povera patria di Battiato, interpretata magnificamente da Fiorella che, al termine del brano, ci ha tenuto a sottolineare il fatto che ultimamente si sente dire sempre più spesso “pensa a cantare”. “E io canto” ha risposto. E io, cara Fiorella, aggiungerei che se canti i versi come: “Tra i governanti quanti perfetti e inutili buffoni, questo paese è devastato dal dolore. Ma non vi danno un po’ di dispiacere quei corpi in terra senza più calore?”, gliele suoni di santa ragione.

Un altro momento da sottolineare è quello che preannuncia il brano In viaggio, dedicato alle madri che vedono un figlio andar via, immedesimandosi nelle emozioni che una madre prova durante la partenza di un figlio. “Io non sono madre, ma come sapete bene non bisogna essere madri per essere donne”. Prima di Caffé nero bollente c’è spazio per un altro aneddoto, quello di quando nel 1981 la critica la definiva “una cantante rock”, mentre la Nannini era per tutti “pop”. Che poi, siamo proprio sicuri che Fiorella non avrebbe sbancato pure da rocker?

Tolti i tacchi, Fiorella si è letteralmente sbizzarita durante Siamo ancora qui e Le parole perdute. Ha trasmesso un entusiasmo tale da spingere il pubblico ad alzarsi e andare davanti il palco a cantare e ballare con lei, un coinvolgimento emotivo a 360 gradi. E ci tengo a sottolineare il fatto che io ero tra quelli che sono scattati di corsa dal posto per posizionarsi davanti il palco che Usain Bolt potrebbe solo imparare. Il concerto si avvia alla conclusione con il bis affidato a Sempre e per sempre, Quello che le donne non dicono e l’attesissima e acclamatissima Il cielo d’Irlanda.

Ore 23.10: termina quello che non posso, e non voglio classificare come un semplice concerto. Perché quello che porta sulle scene Fiorella Mannoia è un atto d’amore, è servizio pubblico. Fiorella è portatrice sana di valori e portavoce di pensieri più profondi di ognuno di noi, ha sposato da anni l’impegno socio-politico, sia sul fronte più che meritorio della filantropia e dei diritti e della difesa delle donne e dei più deboli che in campo più apertamente politico. E’ la mamma di tutti (la mia sicuramente), sai che su di lei e la sua musica ci puoi sempre contare, perché non ti delude mai. E’ quel porto sicuro e aperto dove rifugiarti, è quella mano tesa quando hai bisogno di sostegno e conforto.

A tre ore dalla fine del concerto, mi trovo a concludere il Live Report con la voglia di assistere all’ennesimo concerto di Fiorella. Che poi è questo che ti deve lasciare un live: quella sensazione di soddisfazione malinconica che può essere placato solo da un altro concerto, e poi un altro ancora, e un altro, e un altro.