E’ uscito venerdì 12 aprile Figli di Nessuno, il decimo progetto discografico di Fabrizio Moro. Un album introspettivo e vitalizzante che arriva in maniera immediata e senza filtri, un lavoro in pieno stile Moro, con testi che guardano in faccia la realtà e sonorità mature ben curate.

Fabrizio Moro è il classico artista concreto che prende la vita e te la sbatte in faccia, te la racconta così com’è, perché la sua è una penna essenziale e senza maschere. Fabrizio è un cantautore ben definito che scrive con un punto di vista efficace molto personale e lo fa ispirandosi alla sua esperienza, a ciò che i suoi occhi vedono e filtrano quotidianamente, perdendosi poco in visioni auliche e utopiche, ma restando ugualmente incisivo ed eloquente. La sua prospettiva è ben centrata sul suo vissuto e i suoi amori restano tangibili, anche se non levigati di frasi sdolcinate e preconfezionate, le sue emozioni sono reali, sudate e sporche di vita. E Figli di Nessuno è l’esatta prova di questa sua ineguagliabile schiettezza e genuinità. Il decimo album di inediti di Moro è una sorta di prosecuzione di quell’eterno ragazzo sanguigno che abbiamo avuto la fortuna di conoscere e stimare in questi anni, un ragazzo che ritroviamo maturato a cui la vita ha insegnato a non arrendersi. Un “figlio di nessuno” che ha dipinto la sua (ma anche un po’ nostra) vita in undici tracce.

figli di nessuno

  1. Figli di nessuno – (04:02)
  2. Filo d’erba – (03:14)
  3. Quasi – (03:23)
  4. Ho bisogno di credere – (03:26)
  5. Arresto cardiaco – (03:44)
  6. Come te – (03:12)
  7. Non mi sta bene niente – (03:29)
  8. Me’ nnamoravo de te – (03:23)
  9. Per me – (03:59)
  10. #A – (02:58)
  11. Quando ti stringo forte – (04:40)

L’inizio è affidato alla titletrack, Figli di Nessuno. Un brano rabbioso, di chi è consapevole che ce l’ha fatta, di chi la maturità l’ha vissuta sulla propria pelle, di un ragazzo che ha sofferto nel vedersi le “porte chiuse in faccia” e di ascoltare i “le faremo sapere”, di chi ad oggi si è costruito da solo “fra una partenza ed un traguardo che si è infranto” e non ha alcuna intenzione di mollare. Filo d’erba è una delle tracce più belle dell’album. Un piccolo testamento, una sorta di mea culpa, una ballata profonda che Fabrizio ha dedicato al figlio Libero: “hai pochi anni ma sembri grande, gli occhi segnati di chi ha visto già, ma pieni ancora di domande”.

In Quasi e in Arresto cardiaco c’è spazio per la vera sperimentazione dell’album, in termini di sonorità. Troviamo una vera e propria virata al sound rockeggiante figlio degli anni Novanta. In cui si percepisce l’attitudine al rock di Fabrizio Moro, un’inclinazione che continua ad esistere e svilupparsi. Di contro invece, a testimonianza dell’eterogeneità dell’album, Come te è una ballad d’amore semplice e delicata. Per quanto riguarda invece Ho bisogno di credere, questo è il primo singolo del disco, quello che ha avuto il compito di anticipare Figli di Nessuno. Il brano è un intreccio poetico, una combo fra il passato e il futuro, fra i passi fatti e quelli che bisogna fare, rischiando sulla propria pelle. Una canzone interiore bellissima, fedele allo stile inconfondibile di Moro.

In Non mi sta bene niente invece ritorna il Fabrizio arrabbiato, quello resistente, di protesta, quel ragazzo irrequieto e contraddittorio: “suonavo il punk contro il sistema, la mia esistenza in quegli anni era una pena, e a volte torna e ritorna la tristezza, in questo mondo cinico devi essere all’altezza, dei tuoi sogni e delle mete, della fame e della sete”. Per me e #A sono due frammenti di realtà. Se nella prima canzone Moro tratteggia il suo percorso di vita, la seconda è un inno alla gioia e alla libertà, una ballata fresca, radiofonica. Non mi stupirei di sapere #A come prossimo singolo estivo – non a caso la prima volta che l’ho ascoltato mi è tornata in mente la coinvolgente Alessandra sarà sempre più bella.

Prima di chiudere il cerchio, da politologa e amante della storia non potevo non soffermarmi su Me ‘nnamoravo de te, il vero capolavoro dell’album, quello che a mio avviso vale tutto il lavoro, quello che mi ha fatto venire la pelle d’oca, che mi ha fatto saltare sulla sedia e che mi ha ricordato in maniera così pulita e sincera la genialità di Rino Gaetano. Un brano manifesto che è un gioiellino di musica e parole in cui si ripercorrono, attraverso il punto di vista metaforico di due bambini che si innamorano, gli ultimi travagliati cinquant’anni della Repubblica Italiana – un excursus storico ingegnoso sul nostro Paese, quegli stessi anni che ha vissuto Fabrizio, intendiamoci – tra vittorie e sconfitte: i movimenti giovanili, gli scontri di piazza, il “compromesso storico”, l’omicidio di Pasolini, gli anni di piombo, “mani pulite”, tangentopoli, il patto Stato-mafia e la confusione odierna, tutti questi eventi racchiusi magistralmente in 120 secondi. Un’epopea narrata in maniera esemplare che ascoltandola ci fa struggere e ci stimola lo spirito resistente di chi sente ardere dentro il fuoco degli ideali. Ecco, se qualcuno mi chiedesse quale sia il genere di canzoni che mi piace ascoltare risponderei senza pensare Me ‘nnamoravo de te. E non posso che ringraziare Fabrizio per avermi, e averci, regalato questa bellissima, a tratti dolorosa, pagina di storia.

L’ultima traccia dell’album è invece affidata alla delicata Quando ti stringo forte e alla sua coda musicale, fondamentale nei prossimi live, che chiude un album trasparente e verace.

Figli di Nessuno molto probabilmente non sarà all’altezza degli altri lavori, alcuni autentici capolavori – forse perché in Fabrizio abitano aspettative che ripongo solamente sui più grandi cantautori, e lui lo considero senza se e senza ma tra i più grandi del nostro panorama artistico – ma in questa sua nuova avventura non posso che apprezzare il fatto che Fabrizio sia rimasto coerente a sé stesso, mantenendo la sua identità musicale senza cadere vittima e carnefice delle mode del momento e non abbia accettato più di tanto etichette e indicazioni stilistiche da chi lo voleva ingabbiare in un qualunque cliché.

Foto a cura di Giusy Chiumenti