Con “Fateme Cantà” – secondo singolo di Niccolò Moriconi, in arte Ultimo – scritto e cantato in romanesco, il giovane cantautore spegne ogni polemica che affonda le sue origini nella sua mancata vittoria del Festival di Sanremo

“Forse è la canzone più cruda che abbia mai scritto, più vera. Cruda, ma vera. Una canzone in romano”

Anticipa così il brano lo stesso Ultimo. E in effetti è un testo che racconta – con gli occhi di un giovane di periferia, catapultato in un successo inaspettato e di dimensioni travolgenti – il peso della fama. Il bello e cattivo tempo di una doppia partecipazione sul palco più prestigioso d’Italia con una vittoria nel 2018 nella categoria Giovani Proposte e un (discusso e polemizzato) secondo posto nell’edizione 2019 tra i Big. Nel mezzo ci sono stati numerosi sold out, un doppio platino per il suo disco “Peter Pan”, uno stadio Olimpico riempito con mesi di anticipo e un tour nei palazzetti già sold out a tre mesi dal suo avvio.

In queste settimane Ultimo è stato quasi quotidianamente oggetto di giudizio e di discussione da parte di stampa e fan stessi. Il tutto ha inizio in conferenza stampa post premiazione finale del Festival, un giornalista chiede un commento a Niccolò circa la vittoria del suo “avversario” e la reazione di Ultimo – evidentemente (e giustificatamente) deluso della sconfitta, pur contento del suo secondo posto – innesca una controversia tra lui e la stampa, spento dal moderatore del dibattito che invita a limitarsi al domanda/risposta e non alla discussione. Ultimo in quel contesto dice una grande verità, con la sincerità e la schiettezza dei suoi ventitrè anni: “Ho partecipato per vincere, non tanto per. Qui tutti vengono per vincere, io però ho il coraggio di ammetterlo!”
Alla sua reazione di pancia si sono aggiunti i risultati del televoto che lo hanno visto vincitore schiacciante rispetto al vincitore Mahmood premiato invece dalla giuria degli esperti e dalla stampa e le polemiche sono continuate facendo sentire “in dovere” di esporsi sul tema anche ai due vicepremier del Governo italiano, gli onorevoli Di Maio e Salvini, schierati a favore di Ultimo e del peso del voto del pubblico.

Ma veniamo al brano, Niccolò sembra aver giocato d’anticipo, o essere stato profetico circa le sue reazioni, quando ha scritto questo testo:

Fateme cantà
nun so bono a inventamme i discorsi
sbaglio i modi
i toni, anche i tempi
parlo piano manco me sentiresti eh eh eh
Fateme cantà
che a ste cene con questi in cravatta
parlo a gesti nun so la loro lingua eh eh eh”

Questo secondo singolo è la quinta traccia di “Colpa delle Favole”, in uscita per Honiro Label il 5 aprile, un progetto discografico che Niccolò sui social annunciava come: “La consapevolezza che quando sogni troppo prima o poi arriva la realtà. E puoi far finta di non vederla, puoi camminare più veloce quando ti accorgi che è dietro di te, ma non puoi scappare per sempre” .
A leggere bene il testo del singolo risulta chiaro che ad un’età così giovane, veder realizzata velocemente la propria favola può far spavento. Soldi, fama, successo e l’esser riuscito a trasformare una passione (la musica) in una professione; vedersi circondato sempre di tante persone, molte delle quali cercano di imboccarti cosa dire e cosa fare. Il peso dei fan che – legittimamente in quanto motore del tuo successo – si sentono autorizzati a riconoscerti e chiederti foto e autografi anche mentre vorresti essere solo un giovane ragazzo al bar con gli amici a parlare della rosa della Roma davanti ad una birra; vita pubblica e privata che in un’anastomosi fitta si intersecano senza possibilità di scampo e gli amici spesso abbandonati per gli impegni professionali. Quegli stessi amici con cui sei cresciuto e che hanno condiviso con te un sogno, supportandoti e sopportandoti.

Fateme cantà che non c’ho voglia di stà con sta gente
che me parla ma non dice niente, eh
fateme cantà che me sento anche un pò innervosito
da sta gente che me chiede una foto
io vorrei parlarglie de loro, oh
fateme cantà sto a impazzì appresso a troppe esigenze
c’ho bisogno all’appello de dì che so assente, ehE fateme cantà per l’amici che ho lasciato al parcheggio
io che quasi me ce sento en colpa pe avuto sto sporco successo
che amico sul palco e t’ammazza sul resto”

Insomma, Niccolò grida un appello, quello di voler solo cantare, perché è la cosa che meglio gli riesce, oltre a rivendicare la libertà di avere 23 anni e l’esigenza di vivere come tale. Diamogli torto!