Eonian: il ritorno dei Dimmu Borgir. La recensione

Dopo otto anni di silenzio assordante, i Dimmu Borgir, oscura fortezza, sono tornati. Con Eonian, nuovo album che tratta dell’eternità e dell’oltretomba.

I Dimmu Borgir. Oscura fortezza, in islandese, e l’entrata per l’inferno nella cultura dell’isola di fuoco e di ghiaccio. Band norvegese, di Oslo, vanta fra i componenti storici degli abilissimi strumentisti, quali Shagrath e Silenioz, al secolo Sven Atle Kopperud e Stian Tomt Thoresen, ed innumerevoli cambi di line-up. La loro storia musicale è oltremodo originale: ossessionati dall’Apocalisse, dall’Armageddon, infarciscono dal 1993 i loro testi di citazioni letterarie e le loro canzoni in opere death metal. Opere, perché le collaborazioni con le orchestre filarmoniche europee sono innumerevoli, e l’utilizzo di strumenti classici è una componente fondamentale del sound della band. Shagrath, inoltre, è un eccezionale vocalist, capace di passare dal growl, allo scream, alla voce pulita, tutto nel corso di una singola canzone: ne è un esempio la cover di Burn in Hell dei Twisted Sisters, nello storico Puritanical Euphoric Misanthropia.

eonian dimmu borgir

Artwork di Eonian dei Dimmu Borgir

Band di punta nel loro paese d’origine, furono capaci, con In Sorte Diaboli, un concept album sulla vita di un vescovo sedotto dal male, di raggiungere perfino le vette della classifica. Il sound della band si è fatto sempre più orchestrale, fino a raggiungere, con Abrahadabra del 2010, il livello di opera classica sporcata di death metal. Il buon Shagrath ed i suoi nuovi soci (oltre a Silenioz) si avvalsero dell’orchestra ufficiale della radio norvegese e del coro della filarmonica di Oslo, per un atmosferico viaggio nelle tenebre delle opere di Alistair Crowley. Il che, va detto, nonostante sia un tema abusato per primi dai conterranei e spesso similari Cradle of Filth, è stato egregiamente trattato.

E passarono otto anni. Otto lunghi anni di silenzio assordante, in cui solamente un dvd viene rilasciato, Forces of The Northern Night, registrazione di un live ad Oslo di Abrahadabra. Comunicati annunciarono che la pausa venne attuata al fine di lasciar spazio ai componenti della band di viversi la propria famiglia. Perché sì, anche i death metaller amano.

Finalmente, viene rilasciato, in ottobre 2017, un nuovo singolo, sorprendentemente con la stessa line-up di Abrahadabra:

  • Shagrath– vocalist
  • Silenoz– chitarra ritmica
  • Galder– chitarra solista
  • Daray– batteria
  • Gerlioz– tastiera, sintetizzatore

Iniziamo col dire che, purtroppo, Eonian non è neppure lontanamente paragonabile ad Abrahadabra. Se si cercano dei bei brani in un mare di nulla, si è acquistato il vinile giusto; se si cerca del death metal, della doppia cassa ben piazzata e la voce di Shagrath, purtroppo si dovrà ricorrere all’ascolto del sempre ottimo Death Cult Armageddon o dei pochi bei brani di Eonian.

Si parte pomposamente con The Unveiling, fatta di stacchi orchestrali e riff furiosi e rapidissimi di Galder e Silenioz. Si sfocia poi in uno strano ossimoro: Shagrath canta con voce sporca e sussurrando, come ai vecchi tempi, ma supportato ad intervalli da pianoforte e tastiera che fanno tanto Tuomas Holopainen dei Nightwish; l’ascoltatore è poi ulteriormente spiazzato da intrusioni Therion-simile, di cori gotici di oggettivamente pregevole fattura, eterei ed angelici:

Expose the dreamworld
We all believe to be real
Forgotten, forbidden
All the knowledge
That is hidden.

La commistione dei tre motivi suona però acidula ed accidentale, sa di raffazzonato e non convince affatto. I fan più accaniti dei Dimmu Borgir soffriranno.

Il singolo di lancio è stato Interdimensional Summit, corredato da videoclip in pieno stile Dimmu Borgir: si vede la band suonare di nero vestita, volto truccato e pentacoli vari. Le liriche trattano dell’ineluttabilità del fato, “to a traneid eye there are no coincidences”. E non c’è nulla di più lontano da Puritanical Euphoric Misanthropia: si tratta della versione black metal di Storytime dei Nightwish. Gente, l’intro è identica. La serie di accordi è identica. Cambia leggermente la gestione della tastiera, il suono scelto è meno acuto, ed ovviamente la delicata Annette Olzon non è Shagrath. Ma se i Nightwish sono perfettamente in grado di inanellare un capolavoro dietro l’altro, viene da chiedersi il perché della scelta di Interdimensional Summit come singolo. Apprezzabile è il chorus, cantato da un coro polifonico, sempre di altissima qualità le orchestrazioni e decisamente gradevole risultano l’intrusione della sporca voce di Shagrath in tal senso e l’accelerazione finale. L’assolo di chitarra è preso in prestito direttamente da Tallulah dei Sonata Arctica. E di nuovo, viene da domandarsi semplicemente perché.

Aetheric parte con pura chitarra elettrica ed un riff molto orecchiabile, cui si avvicenda la seconda chitarra e la batteria molto puntuale di Daray. Finalmente si ode qualcosa di fortezza oscura: doppia cassa imperante e cori maschili a fare da supporto e non da cardine. Segue un bell’assolo di chitarra ed un pregevole cantato di Shagrath; il chorus è un tuffo nell’industrial più nero dell’inizio, e sembra di tornare ai gloriosi anni ’90. Il futuro, in tale traccia, incontra il passato, poiché i cori sono gradevolmente in linea col concept generale del brano e non stridono. Il cambio di tonalità è inoltre ben gestito. La composizione progressive (nascosta) alla Van der Graaf Generator è un tocco di classe. Fosse stata il singolo di lancio, si sarebbe gridato al capolavoro. Anche il testo è ben scelto e ben calibrato: si fanno accenni all’eternità, agli eoni, per l’appunto.

Council of Wolves and Snakes è la terza traccia e secondo singolo. Atmosfere Mordoriane ci accolgono: cantato sussurrato e chitarra elettrica leggera si avvicendano alla rarissima voce pulita di Shagrath e ai cori maschili ben scelti, perché richiamano il canto degli sciamani. Questa contaminazione è una saggia scelta stilistica: fornisce originalità ad una traccia che ne sarebbe priva. È un brano molto complesso: la porzione centrale torna ad essere un tuffo negli anni ’90, con doppia cassa, ed un sound estremamente pieno, che trova giustificazione solo ad un orecchio attento. L’improvvisa decelerazione con chitarra acustica e archi viene interrotta dai cori che cantano quello che sarebbe effettivamente l’incantesimo: “we are wolves and snake”. La porzione finale del brano riprende l’inizio e lo accelera, arricchendolo, ma in maniera confusa.

Incomprensibile, ad ora, è la scelta della scaletta di Eonian dei Dimmu Borgir . Le quattro tracce ascoltate non ci azzeccano nulla l’una con l’altra: non narrano una storia, né sul piano musicale né sul piano lirico.

The Empyrean Phoenix si introduce con un’interrogativa chitarra ed una bella accelerazione death metal: il riff iniziale viene riprodotto ed ampliato. Shagrath vi canta sopra, e le note vengono estese per l’intrusione del coro gotico. Il volontario senso di claustrofobia dovuto alla ripetizione fornisce un’importante componente emotiva che mancava sin dall’inizio dell’album. Bello e vario il bridge: si distinguono archi, fiati, e timpani. La gloria trasmessa è la gloria dell’Empireo dell’ultimo cielo del Paradiso e della rinascita della Fenice: come in Aether, finalmente, c’è accordo fra il testo e la musica. Il finale è epico: si immaginano distese di lava, legioni di morti, ed una dorata fenice che fugge oltre l’orizzonte. È una traccia ben scritta, anche se semplice, ed è questa la formula vincente.

Lightbringer pare iniziare nella Lingua Oscura di Mordor. Shagrath diviene un Uruk-hai ed il riff iniziale, unito a doppia cassa, è molto gradevole. Estremamente energico. Improvvisa ed inspiegabile è l’introduzione di un non ben riconoscibile tema gothic metal, che sfocia in un’arpeggio dolorosamente simile a Tyven dei conterranei Moonsorrow (si ricordi la splendida Sankaritarina del 2001), che rappesenta il brigde. Di nuovo inspiegabile è il ritorno al death metal dell’inizio: se ciò voleva essere un tentativo di progressive, di cambio di ritmo e tonalità, è mal riuscito. Brano inutilmente lungo, non aggiunge nulla a quanto già detto, se non nel finale, in cui “Lucifer Lux” viene ripetuto dalla voce di Shagrath col sottofondo dell’arpeggio folkeggiante.

I am Sovereign. Splendida intro di marcia marziale, che diviene poi un canto-controcanto di Shagrath con un coro virile. Tutto trasuda pomposa grandezza, viene da pensare a Morgoth che costruisce la sua fortezza di Utumno, ai Valar che corrono nel Beleriand. Eppure un ascoltatore attento avvertirà fin troppo Midian dei Cradle of Filth, nascosto nel canto acuto di Shagrath che pare Dani Filth, ma più alto. Il bridge è epocale, riprende ciò che di buono è stato seminato nella prima parte del brano, e si torna ai livelli della bella Aetheric. Divino l’intermezzo orchestrale in leggera dissonanza iniziale, un’ottima strategia per staccare e cambiare senza risulare forzato. Bellissimo l’ending di delicati cori femminili ed archi, da colonna sonora.

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Silenioz nel video di Interdimensional Summit

Ed è debitore di Hollywood anche Archaic Correspondance, degna possibile colonna sonora di un Mission Impossible ambientato all’inferno con Tom Cruise vestito di nero e pieno di borchie. Brano che purtroppo è tragicamente simile a Interdimensional Summit, ma non è neppure orecchiabile. Effetti elettronici a metà canzone forniscono un elemento di originalità, e pare di avvertire i Dimmu Borgir incazzati di un tempo: la costruzione si fa complessa, includendo accelerazioni e decelerazioni di Shagrath a voce pulita. Puntualissima e geniale, per una volta, è l’intrusione gothic, con quel suono di gocce che è tanto caro a quanto pare al tastierista Gerlioz. Apprezzabile l’ending sussurrato.

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Gustav Dorè, Farinata degli Uberti

Con Alpha Eon Omega siamo nella città di Dite e Virgilio ci indica tombe che bruciano. Fra i brani migliori dell’album, dimostra che i Silenioz non ha ancora perso la bravura compositiva nel fondere argutamente death metal e sinfonia. Viene voglia di ritirare fuori le catene e le magliettone, perché è una Serpentine Offering dei millennials. Stupendi cambi di ritmo e partitura, influenze prog ben mescolate a felici momenti alla Nightwish di Century Child. 10/10 ed immediata suoneria sul cellulare.

Rite of Passage, traccia conclusiva, e non negatemelo, deve molto, moltissimo, a Aurinko ja Kuu dei Moonsorrow, che evidentemente i Dimmu Borgir si sono andati a riascoltare. C’è il suono del fuoco che crepita mescolato all’acqua, in una visione dantesca e apocalittica allo stesso tempo. Colonna sonora per ammirare la fine del mondo dalla cima di un fiordo. Camminiamo nel ghiacciato Cocito e ci arrampichiamo giù per la cintola di Lucifero, piantato al gelido centro dell’Inferno. E chissà che cosa ci aspetterà dall’altra parte.

Eonian non è un album perfetto, ma possiede dei momenti altissimi, quali Aetheric, The Empyrean Phoenix, Alpha Eon Omega e Rite of Passage. Certo, dopo otto anni di silenzio ci si aspettava qualcosa in più, e la scelta della scaletta nella prima parte risulta inspiegabile, così come la composizione di brani come i due singoli. Vi sono momenti che peccano di originalità, ma va comunque riconosciuto che i Dimmu Borgir sono i fondatori del genere. In questi otto lunghi anni, Shagrath, Silenioz e soci sicuramente hanno ampliato i loro orizzonti musicali, e sono rimasti aggiornati con le maggiori band nordiche del momento: Nightwish, Epica, Therion. Del resto, non si può pretendere che Alessandro Manzoni scrivesse il seguito dei Promessi Sposi.

Giulia Della Pelle

Giulia Della Pelle

Wannabe ricercatrice e wannabe scrittrice. Amante dell’improbabile e del surreale. Adoratrice del Sole e dei dati statisticamente consistenti.

2018-09-07T14:29:08+00:00 6 Maggio 2018|Recensioni|0 Commenti