Enema of the State è l’ascolto puntuale del mercoledì sera da Discopatici – Malati di Vinile. Questa settimana restiamo nel rock americano, dopo i Pearl Jam, rispolveriamo i Blink 182 con un caposaldo della loro carriera .

Tra quindici giorni è il mio compleanno, e come ogni anno quando questa data si avvicina, con essa si avvicinano anche i bilanci. Cosa ho migliorato di me stessa e della mia vita in questi 365 giorni passati? Me lo chiedo anche stasera, mentre tolgo dall’involucro di cartone questo vinile e ne fisso la copertina. Una pornostar molto avvenente con addosso un camice. Ed è quel camice ad aprire un varco nei miei pensieri.

ENEMA OF THE STATE, BLINK 182

Ma è giunta l’ora di ripetere il solito rito settimanale, siete pronti a farlo insieme a me? E allora su la testina del giradischi, giù il vinile di Enema of the State e via con l’ascolto.

Il primo brano è Dumpweed, la più punk delle tracce di questo vinile che segna meglio di tanti altri la vera essenza degli anni novanta. Questa canzone racconta un classico rapporto di subordinazione uomo donna, ponendo l’accento sulla volontà di lui di “volere una donna da ammaestrare”. A tal proposito in una intervista, il leader Tom DeLonge precisò:

credo che tutti vorrebbero una ragazza che si possa ammaestrare: ho scritto questa canzone pensando al mio cane. Puoi far imparare al cane ad ubbidirti, a stare tranquillo, ma è impossibile imporre ad una ragazza di fare quello che vuoi tu. Se solo si potesse avere una ragazza che si possa controllare… le donne sono una specie diversa dagli uomini.”.

Io che non sono affatto femminista, fortemente difensore della parità di genere, non posso però non riconoscere l’esistenza del Mansplaining. Quando ero più giovane, in quel limbo intellettuale che sta tra l’adolescenza e l’età adulta, ero affascinata da uomini che mi spiegavano come funzionasse il mondo. Pendevo dalle labbra di quei personaggi che sembravano sapere un sacco di cose e avere una tendenza innata a raccontarmi, per filo e per segno, i meccanismi secondo i quali si muove l’universo. Soffrivo del complesso della studentessa tant’è che con uno di questi soggetti ci ho passato insieme diversi anni. Essendo lui un uomo d’azione, oltre che essere un mansplainer era un manshower. Poi un giorno sono rinsavita e ho capito che la sua era una chiara tendenza alla sottomissione, che sfruttava il mio unico tallone d’achille esistenziale: la mia innata curiosità e la fame di sapere. Cercando di dominare la mia mente e assoggettarla a lui provando ad innescare in me una forma di dipendenza intellettuale dalla sua finestra sul mondo, ero additata come ribelle, rea di avere una personalità piuttosto spiccata e di farlo fallire nel suo intento, spesso e volentieri. Fin quando un giorno, più avanti negli anni, ho provato l’innato piacere di spiegare ad un altro uomo come cambiare un pneumatico forato della macchina; lì ho capito l’immenso piacere nell’istruire qualcuno in una materia nella quale fossi anche solo un minimo competente e che per di più —trattandosi di meccanica — era solita essere considerata appannaggio del sesso maschile.

Abbiamo iniziato con i bilanci. Appunto. Ma  torniamo ad Enema of the State, non prima di essere ricorsa al mio alcolico alleato del momento.

Stasera a riscaldare i quattordici gradi novembrini di questa serata, ci pensa un drink lasciatomi in eredità da uno dei miei film preferiti, Il Grande Lebowski (no non c’entra niente la presenza del mio Flea nella pellicola), il White Russian. Vodka Belvedere, residuo di qualche festino alcolico tra cugini, Liquore al Caffè artigianale (la manodopera è arte della mia nonna), e uno spruzzo di panna spray. Il cocktail/dessert è servito. Ritorno sul divano, prendo lo smalto e inizio a colorarmi le unghie dei piedi, tra un sorso di White Russian e un pensiero in tempo di bilanci; nel mentre per Enema of the State è il momento di Don’t Leave Me.

Io dissi, “Non lasciare che il tuo futuro venga distrutto dal mio passato.” Un’altra chance, ci proverò questa volta ti darò i tuoi, non prenderò il mio. Ascolterò, mi interesserò. Vai avanti, ci incontreremo li!”

Vi è mai capitato di uscire da una storia importante, provare a rimettervi in gioco e praticare in maniera inconscia la sacra arte dell’autosabotamento? Ecco, fino a qualche mese era per me disciplina olimpionica. Poi le cose sono cambiate, e ho deciso di darmi un’altra chance, appunto. Sto provando ad avere un pensiero e portarlo avanti con tutto l’impegno, l’interesse e la dedizione che merita, nonostante le difficoltà logistiche, e la paura. Come tutti quelli, insomma, non troppo abituati a sentirsi bene in due, devi prepararti a sopportare la presenza del terzo inquilino: la paura. Paura di perderlo, paura che non funzioni, paura di rovinare tutto, paura di una relazione stabile, paura che diventi meno stabile, paura del futuro con lui, paura di non riuscire a riabituarsi alla vita di prima se la vita del futuro con lui non va in porto, paura che si capisca che ho paura, paura che a forza di avere paura finirò per rovinare tutto. Se sono innamorata, lo capisco dalla paura. Lo dice anche Tom in Aliens Exist:

Piacere di conoscerti, paranoia!”

E’ il momento di Going Away To College brano che Mark Hoppus ha scritto il giorno di San Valentino del 1999 dopo aver visto il film Can’t Hardly Wait (nella cui colonna sonora c’è Dammit) mentre era a letto ammalato.

Non sono stato così spaventato da molto tempo
E sono così impreparato, così ecco il tuo biglietto di San Valentino
Bouquet di parole maldestre, una melodia semplice
Questo mondo è un brutto posto, ma sei così bella per me”

Questo mi fa sorridere e riflettere allo stesso tempo. Davvero gli amori adolescenziali possono essere definiti stupidi, vacui, come un solo punto d’inizio, di esplorazione dei sentimenti? E se l’adolescenza ti si ripresenta con tutto il suo impatto e la sua incombenza, un decennio e mezzo dopo, nel pieno del tuo assestamento nella vita adulta, puoi ancora definirlo fugace? E anche io, caro Mark Hoppus, non sono stata così spaventata da molto tempo, quando il-liceo-da-adulta è ripiombato nelle mie giornate ponendomi di fatto davanti ad una realtà che spesso mi trovo ad affrontare in maniera maldestra, al limite della vigliaccheria. Proprio come racconti spesso tu in questo capolavoro che è Enema of the State. 

Quinto brano di Enema of the State è What’s my age again. Ma prima di ascoltarlo ho bisogno di una pausa. Stoppo per un secondo il giradischi, aggiungo altro liquore al caffè nel mio drink, tiro un respiro forte e mi preparo così al suo ascolto.
Abbiamo iniziato il viaggio in questo vinile denunciando il mansplaining e anche chi ha provato a praticarlo con me, l’unica persona degna di rilevanza in questa prima fase della mia vita, che tra l’altro, mi ha insegnato che alcune cose sono più belle quando non ci sono più. Il fantastico dono della libertà e l’abnegazione verso il futuro. E se passato e presente hanno in comune un paio di occhi chiari e il suffisso dei loro nomi, questo brano è un vortice a spirale che mi risucchia verso gli anni trascorsi insieme, quando esso suonava come la nostra sveglia.
Quante volte accade che alla domanda “cos’hai?” la risposta autoprotettiva sia “niente”? Sul niente ci scriverò un saggio: “l’arte sottile dell’autosabotaggio“, un niente che unisce tutti i miei punti deboli, un niente che è fatto di questi miei demoni che tengo nascosti, ché l’ombra ti resta attaccata anche quando ti sposti. Ti sembra volubile e inconsistente e invece è lì quel solido niente, un niente elefante, un niente ignorante che si piazza in mezzo alla stanza e mentre lo ignori, lui inizia la danza e rompe i cristalli e il servizio buono, fuori è il silenzio, dentro è il frastuono. Mentre Disentery Glory giunge al termine, mi alzo per cambiare lato del vinile.

enema of the state, blink 182

Primo brano delle b-sides di Enema of the State è il brano che ha regalato l’ipoteca sul mainstream alla punk-band californiana Adam’s Song, brano contro il suicidio. Il testo fu scritto da Mark Hoppus basandosi almeno in parte su un fatto realmente accaduto: nel bel mezzo di un tour dei blink-182, Hoppus ricevette un messaggio da parte di un fan in cui ringraziava di cuore la band per quello che gli aveva dato di positivo e diceva addio, perché stava per togliersi la vita a causa della sua depressione. Hoppus venne in seguito a sapere che quel ragazzo si era veramente suicidato poco tempo dopo, così scrisse il testo di Adam’s Song, primo singolo estratto da Enema of the State. Durante le esecuzioni dal vivo, specialmente nei primi anni seguenti a Enema of the State, si avvertiva chiaramente una forte emozione nella voce di Hoppus quando presentava questo brano. Nel 2000, il diciassettenne Greg Barnes fu ritrovato impiccato nel garage di casa con lo stereo impostato in modo da ripetere all’infinito i versi di Adam’s Song che dicono:

Sono troppo depresso per andare avanti, vi dispiacerà quando me ne sarò andato? […] Non ho mai pensato che sarei morto da solo”.

Nel videoclip, il trio suona in una stanza tappezzata di vecchie foto. Durante la canzone da ogni foto parte un flashback che mostra scorci di vita quotidiana della band, mentre intorno qualcuno lascia intravedere problemi che sfuggirebbero ad un occhio poco attento. In realtà il video generalizza il tema trattato, senza focalizzarsi sulla vita di un teenager ma più in generale, su tutti i problemi che ognuno ha, ma che stenta o non vuole mostrare.

Altro iconico brano della band, è il successivo di Enema of the State, All The Small Things. Questo testo scritto da Tom per la fidanzata, racconta di quanto le piccole cose possano davvero contare. Una sorpresa fatta da lei, il ritrovarla tra i fan mentre ascolta un suo concerto – pur commiserandolo – il ritorno da questi live di lui e l’abbandono nelle sue braccia. Tutte queste piccole cose avevano un sapore diverso negli anni novanta. Anni del messaggio sul Nokia 3310 che non riuscivi a ricevere dal tuo lui poiché perennemente senza credito. Anni dei baci con la lingua a mulinello nel parco durante un filone liceale (bacio che non mi hai mai dato all’epoca), delle sbronze da keglevic alle fragola, delle autogestioni a scuola, per il solo gusto non di protestare politicamente, ma di avere interazioni sociali con gli amici delle altre sezioni. Quando la vita aveva un profumo di concretezza, nel mondo analogico, e non di liquidità, in quello digitale. Un po’ come le feste descritte in The Party Song, nono brano di Enema of the State, quelle ammucchiate che eravamo soliti organizzare il sabato sera a casa di qualcuno di noi, approfittando del week end di lavoro fuori dei genitori di A. impegnati nelle varie fiere del tessile in giro per il mondo, o dei pomeriggi con la playstation mentre la nonna era impegnata a casa delle amiche per il burraco settimanale.

Mentre Mutt, Wendy Clear e Anthem concludono le loro note, ripenso a quel “niente” in risposta al “cos’hai?” e a tutte le volte in cui mi viene chiesto di esternare i miei pensieri e io alzo lo scudo. Ma capita, se lo fai capitare, che tu non molli la presa, che mi resti a guardare, è che ho tanto bisogno di litigare, di dirti, di farti, di farci sfogare, è un bisogno da niente, che a spiegarlo mi sento un po’ deficiente. A dirti che dopo ci scopriamo vicini, intrecciamo le lingue, le braccia, le gambe, i capelli sopra i cuscini, che ci intrecciamo le dita, cucite, e ci troviamo più stretti a ogni giro di lite. Che in questa strettoia che creiamo con i nostri abbracci ci infilerei la mia vita, e te la affiderei, ti chiederei di adagiarci la tua, e me la prenderei in custodia. Che la gioia se condivisa pesa il doppio ed il dolore se condiviso fa male la metà.

E invece niente, sto zitta, per paura di non esser capita, ma tu fammi ricredere, che, nel male e nel bene, la vita è una lunga smentita.