Dobermann: i tre rockers torinesi ci raccontano il nuovo disco “Shaken To The Core” e i loro progetti futuri

di Dalila Giglio

L’11 giugno i Dobermann, la rock band torinese formata da Paul del Bello, frontman e bassista, Valerio “Ritchie” Mohicano, chitarrista, e Antonio Burzotta, batterista, hanno pubblicato il loro nuovo lavoro discografico, Shaken To The Core, un album graffiante e grintoso, composto da 11 tracce.

Ce ne hanno parlato nel corso di una lunga chiacchierata, durante la quale ci hanno diffusamente raccontato del loro amore per la musica, della loro vita da musicisti “on the road”, del modo in cui nascono le loro canzoni, del lockdown e dell’idea, che ogni tanto li sfiora, di partecipare a un talent musicale.

Partiamo dal principio, per chi non dovesse conoscervi. Chi sono e come nascono i Dobermann?

[Paul] Siamo una rock n’roll band con 10 anni di attività, 5 album e una montagna di concerti alle spalle. Nati durante la recessione economica del 2011, sopravvissuti a 8 governi, a 3 crolli della borsa, alla Polizia di 15 paesi europei, a una pandemia globale e 5 edizioni del “Grande Fratello”…siamo qui per restare!

[Antonio] I Dobermann nascono inizialmente da quel testone rosso di Del Bello. La creatura viene poi modellata dalle sagge mani di Valerio e “mazzuliata” per bene dalle bacchette di Antonio.

La vostra peculiarità sta nell’essere una band che si è “fatta sul campo”, suonando in giro per l’Europa -avete all’attivo oltre 800 concerti- senza, peraltro, avere dietro né un’agenzia né un management: cosa significa, nel primo ventennio degli anni 2000, essere un gruppo che si autoproduce e che se ne va a zonzo in mezza Europa a far ascoltare la propria musica?

[Paul] In questo periodo storico, con il dilagare di Internet, puoi farlo.  È, ovviamente difficile, ma ha i suoi lati positivi.  Siamo totalmente indipendenti: suoniamo quando ci va, registriamo quando ci va, pubblichiamo solo ed esclusivamente come piace a noi.  È faticoso e richiede un sacco di lavoro, ma è anche appagante. Abbiamo avuto, in realtà, qualche esperienza con management e agenzie, ma si è sempre trattato di episodi sporadici e insoddisfacenti. Detto questo, saremmo ben felici di trovare qualcuno in grado di mandarci in tour con gli AC/DC, ma ci siamo rimboccati le maniche e andiamo benissimo anche da soli. L’importante è produrre buona musica, e quello continuiamo a farlo.

[Antonio] I primi anni li ricordo davvero come brutali. Concerti ovunque e guidate al limite della follia per raggiungere i posti più assurdi. È stata una bella avventura. Oggi le scarpinate sono diminuite, a vantaggio della qualità della situazione in cui suoniamo. Ci siamo imborghesiti? Non proprio. La band rimane con l’immagine di band vera, che supera le difficoltà pur di raggiungere un obiettivo comune, e il modo in cui suoniamo insieme è lì a dimostrarlo. La gavetta ha portato un sound compatto di cui andiamo fieri.

L’11 giugno è uscito Shaken To The Core, anticipato dai singoli “Staring At The black Road” e dall’omonimo “Shaken To The Core”: che gestazione ha avuto il vostro ultimo lavoro discografico, che arriva a 4 anni di distanza dal precedente?

[Mohicano] Una gestazione degna di un grande mammifero! È la fotografia perfetta dei Dobermann del 2020, la “bestia a tre teste di cui avete sentito parlare”. Immaginate di sintetizzare con un messaggio musicale tre anni di scorribande in lungo e in largo per l’Europa, grandi avventure, picchi di euforia, abissi di delusioni, kilometri, situazioni da film hollywoodiane, palchi prestigiosi e show infuocati in locande sperdute…una fiamma inestinguibile che non ha mai smesso di bruciare, nemmeno quando è subentrata la pandemia, nonostante tutti e tre si viva esclusivamente di musica. Non abbiamo mai smesso di crederci e abbiamo dunque retto anche durante il periodo più alienante del nostro percorso. Le emozioni della vita on the road, il sublimarsi dovuto allo stop forzato, sono stati fondamentali per lo “scatto” della nostra istantanea. Avevamo dell’ottimo materiale da parte, su cui avevamo già lavorato tra un ritaglio di tempo e l’altro negli anni precedenti, con molto relax. Non avevamo definito una scadenza, del resto. Quando poi abbiamo, invece, concretizzato l’idea di entrare in studio, abbiamo dedicato 8/9 settimane alla realizzazione di tutte le canzoni che mancavano, per una preproduzione più ricca di contenuti. E verso la fine del primo lockdown, eravamo pronti e carichi come “boiler” per immortalare quello che sarebbe diventato Shaken To The Core. Non credo si sia mai riusciti ad ottimizzare meglio di così prima, durante la nostra storia.

[Antonio] Andare in studio è stato un toccasana, dopo mesi chiusi in casa siamo riusciti a sfruttare quel periodo per registrare e ci siamo arrivati carichi, determinati a realizzare l’album che abbiamo creato dopo anni di composizione. Il lavoro è stato serrato, dovevamo sfruttare al massimo le poche giornate a disposizione in studio. Inoltre andare a registrare in un luogo lontano da casa, aiuta a concentrarsi e non farsi distrarre dai problemi di tutti i giorni, è molto importante per lasciarsi andare e liberare il meglio che puoi offrire.

Che disco è, Shaken To The Core?

[Antonio] Quello che sentirete non sarà per nulla scontato. C’è varietà, in quanto questo album va a sfiorare diversi generi musicali, rimanendo sempre rock. Non mancano, nella ricetta, le sicurezze targate “Dobermann”, come riff e assoli di chitarra esplosivi, voce graffiante, belle linee di basso e batteria potente! Speriamo di regalarvi della buona musica.

[Mohicano] È il disco che vede nei Dobermann dei migliori songwriter. La cosiddetta “informazione” di ogni canzone arriva dritta al dunque con un’immediatezza già iniziata a ricercare nel precedente capitolo, Pure Breed, ma che in questo album emerge in maniera ancora più concreta. Le canzoni hanno tutte una struttura leggera, tanta dinamica, il genere che proponiamo sconfina e spazia pur mantenendo la nostra identità, la produzione è magica! I brani sono costellati di momenti topici, i cosiddetti highlights, a volte resi vere e proprie fughe strumentali, che trasudano passione da tutti i pori. La ciliegia sulla torta è rappresentata dalla nostra interazione, che si è ulteriormente evoluta. Siamo riusciti davvero a suonare come suona “un trio in una stanza”, evitando troppe sovraincisioni e trigger sulla batteria che tolgono individualità alla nostra formula e che purtroppo, nelle produzioni attuali, rendono tutte le band simili l’una all’altra, quasi sempre ultra “pompate”, con 18 chitarre per lato e folli spettri di overdubs (sovraincisioni) ovunque. Con Shaken To The Core, aspettatevi mazzate sui denti, sessioni ritmiche cariche di identità, chitarre graffianti, riff al cemento armato, assoli da guitar hero, attimi di grande pathos e cori “beatlesiani” come se non ci fosse un domani!!

[Paul] È sicuramente un disco importante e un grande passo in avanti rispetto a tutto quello che abbiamo fatto finora. Credo che sarà un disco che dividerà la critica. Ci abbiamo lavorato molto ma, allo stesso tempo, è arrivato in maniera abbastanza naturale, non volevamo fare un altro disco di rock “pane e salame”. Credo che la cosa migliore che un artista possa fare è fare quello che si sente di fare. Ci è voluto molto tempo per scriverlo – anche perché, praticamente, siamo rimasti in tour per tre anni- ma poco per registrarlo; è curato ma snello. È stato sicuramente un processo diverso rispetto a quello che ha portato alla nascita di Pure Breed e dei suoi predecessori. Anche la parte in studio è andata via abbastanza liscia e indolore. “Run For Shade”, ad esempio, l’ho cantata tutta d’un fiato, “buona la prima”. Non era mai successo in tutta la mia vita!

Quest’anno ricorrono 10 anni dalla formazione del gruppo: che bilancio fareste del primo decennio della band?

[Paul] Credo che il semplice fatto di essere rimasti vivi e attivi per una decade, attraversando una tempesta dopo l’altra, sia un grande risultato. Le band gettano la spugna, distrutte dalle difficoltà relative al far parte di una scena che è come il Far West. In questo mestiere la perseveranza è fondamentale: devi fare concerti e album, entrambe le cose, una sola non basta. “Se smetti, o se ti prendi una pausa troppo lunga, la gente si dimentica di te. Mai fermarsi”. Georg Dolivo dei Rhino Bucket, mi disse questa cosa un giorno, e sono parole che ho preso a cuore. “Keep grinding!”.  Mi ricordo che, all’inizio, contattavo gli addetti ai lavori facendo loro presente che “i Dobermann erano intenzionati ad andare avanti almeno per 10 anni”. Beh… eccoci qua!

[Antonio] Io sono subentrato dal secondo anno dalla nascita della band. Devo dire che, in quasi 10 anni, sono cambiate molte cose. La band è nata come punk, poi, dal secondo album in italiano, ha preso una direzione più rock. Con Valerio e la sua Les Paul siamo passati all’inglese e sono cambiate le cose. Dal modo di valorizzare ciò che facciamo, a cercare di offrire al pubblico qualcosa di qualità che non sia banale e visto e rivisto mille volte, alla composizione dei brani sempre più vicina a quello che farebbe un produttore esecutivo, alla cura dei dettagli come il merchandise il contatto con i fans. Speriamo di migliorare ancora!

Cosa ha significato per voi, abituati a vivere quasi continuativamente una dimensione live e a essere a contatto con moltissime persone, il lockdown?

[Antonio] Il lockdown è stata una dimensione molto particolare come per tutti. A me ha dato tempo per lavorare su me stesso e di dedicarmi anche ad altri strumenti musicali, soprattutto il pianoforte. Essendo più una band live, non abbiamo sfruttato al massimo potenziale la rete in quel periodo, ma abbiamo usato il tempo per ultimare la registrazione. Devo dire che la gente che ci segue è comunque rimasta vicina al gruppo, dimostrando il proprio calore con messaggi e continuando a seguire le nostre pagine social.

[Mohicano] Il primo lockdown è stato un’occasione per tirare il fiato. Abbiamo sempre avuto ritmi e logistiche impensabili per qualsiasi band del circuito, underground o meno che fosse. Abbiamo sempre fatto tutto da soli e, sinceramente, ho goduto di un aspetto di pace durante i primi mesi di stop. Pativo la mancanza di un polmone economico che mi tenesse a galla, certo, ma in compenso ho ottimizzato i tempi, cogliendo la palla al balzo per studiare di più e lavorare su me stesso. Come accennavo prima, siamo entrati in studio e abbiamo creato un album! Solo gli addetti ai lavori possono capire quanta energia richieda questo processo e di quante fasi incredibili sia caratterizzato. È come concepire un figlio: le idee, la preproduzione, l’organizzazione per la registrazione vera e propria, il mix, il master, la pianificazione della promozione, l’artwork, la release. È una cavalcata, ragazzi!

Da dove viene il nome Dobermann?

[Paul] Ho sempre avuto in mente una band con questo nome, da tantissimi anni. Qualcuno la chiamerebbe “visione”. È facile da ricordare, mi piace come suona. Come “Rammstein” o “Ratt”. È internazionale, è un buon nome per noi. Ho sempre pensato: “Se dovessi cominciare con una band nuova, la chiamerei Dobermann, e sarebbe un trio con le giacche di pelle e gli occhiali scuri”. Ed è andata proprio così… La band esisteva da prima che esistesse, se capisci cosa intendo.

Certo, ho inteso perfettamente quello che vuoi dire. Come nasce, invece, una vostra canzone?

[Paul] Non c’è un sistema preciso, di solito qualcuno arriva con un’idea, un piccolo tema, un ritornello o un riff da sviluppare. Uno snippet, direi. Si porta in sala e si vede cosa ne pensano gli altri. Cerchiamo di lavorare in squadra il più possibile. Poi si prova, si fa, si disfa, si cambia. A volte ci vogliono mesi, a volte nel giro di qualche giorno la canzone è fatta. Abbiamo passato dei mesi ad armeggiare su “Stiff upper lip” per esempio, mentre “Summer Devil” è uscita in un paio di prove. “Run For Shade” era nel calderone da 7 anni, aspettando l’occasione giusta.  È certamente anche una questione di metodo, ma continuo a trovare affascinante il modo assolutamente imprevedibile in cui arriva l’ispirazione. Mangiando i cereali, dal nulla, arriva un riff o una frase catchy, e a volte sai già, immediatamente, che quella cosa, in un lasso di tempo indeterminato, diventerà una canzone e finirà su un album. Non sai quanto tempo ci vorrà, ma sai che succederà. A volte vedi qualcuno o qualcosa per strada e arriva un titolo: bisogna esser svelti a prenderlo al volo.

[Mohicano] Immaginate di essere fermi in coda, ad un semaforo rosso. State riascoltando le memo vocali delle ultime idee di chitarra che avete deciso di registrare sul vostro cellulare un paio di settimane prima, onde evitare di dimenticarle. Dal nulla, inaspettatamente, la hookline che stavate cercando: un fremito nel cuore, la gioia dell’avere la tecnologia dalla vostra parte che, con un click, immortalerà quella timida passeggiata di note inventata in mezzo al traffico di un tragitto di chissà quale obbiettivo. Catturata, segnata. Presa. Sarà solo questione di arrivare a casa e di suonarla e farla vostra, una volta imbracciata la chitarra. A quel punto la si farà vibrare col martello degli dei, a pieno volume. Allora capirete se “funzionerà”. Una jam, insieme alla band, le darà respiro e concretezza. Come suonerà? Soddisferà la vostra aspettativa? Magari rimarrà immutata nella sua cruda ed istintiva perfezione di quel semaforo rosso, e finirà incisa come riff principale di uno dei singoli del nuovo album! Non avete idea, di quante delle cose che ascoltate, siano nate così! Che siano idee vocali, parti di chitarra…è un processo meraviglioso. Si è colti dall’ispirazione non solo nei momenti “dedicati”, come la sala prove, ma anche in quelli davvero più inaspettati in assoluto.

Vi hanno soprannominati i “Maneskin di Torino”; cosa ne pensate del “revival” del rock e del grande successo che la musica della giovane band romana sta avendo a livello internazionale?

[Paul] Ahahah!!! (Paul se la ride…) Se guardiamo alla cronologia… sono loro che dovrebbero essere soprannominati i Dobermann di Roma! Seriamente, li trovo davvero una buona band e, sinceramente, a parte il look, ci trovo molto poco di revival…pescano dal rock, ma c’è anche del funk, e il modo di cantare sconfina nel punk, con strutture dei testi e rime quasi rap, che credo sia un elemento fondamentale per l’appeal che esercitano sui giovanissimi. E, soprattutto, hanno quell’energia grezza e violenta, quella strafottenza che manca alle rock band di oggi, che il loro produttore è stato bravissimo a non toccare. Hanno carattere, che è molto più importante che avere una gran voce o fare degli assoli indimenticabili. Per me è pollice su, sono bravi, se lo meritano.

[Antonio] Sicuramente in comune abbiamo l’uso dell’eyeliner e l’energia rock che si sprigiona sul palco durante il concerto! Trovo che questo ritrovato entusiasmo per il rock, possa portare molti benefici, a partire da quelli ai più giovani, che si avvicinano con più facilità alla musica suonata.

[Mohicano] Vivo con molta positività l’eco di risonanza rock di cui sta godendo l’Italia per via del successo dei Maneskin. A differenza di molti “rocckettari” della vecchia guardia, che necessariamente devono manifestare profondo disaccordo perchè non campano senza paragonare tutto alla grandezza dei Led Zeppelin, dei Deep Purple o degli AC/DC (band del mio background che amo profondamente) io trovo che questi ragazzi siano freschi (quindi ben oltre il semplice “revival“) performanti e brillanti. Non mi dispiacciono. Raramente ho visto ragazzi di 20 anni o poco più, dotati del carisma che ha Damiano, per esempio, on stage. Hanno “qualcosa da dire” e lo fanno con canoni diversi dai clichè del genere delle charts in cui li inseriscono, ma lo fanno con una fiera attitudine di irriverenza Rock che, sinceramente, apprezzo. E ben venga l’influenza positiva che possono generare nei ragazzi più giovani.

L’italiano è una lingua che si addice al rock?

[Antonio] Se le parole suonano nel modo giusto, sì! Da grande fan di Vasco, adoro come rende la voce sulle canzoni più aggressive, la trovo molto efficace!

[Paul] Se l’audience è italiana, assolutamente. Abbiamo delle band grandiose, Vasco prima di tutti, la forza della sua voce e la sua capacità comunicativa sono eccezionali. Mette d’accordo tutti, rock e non rock. E ha venduto 35 milioni di album. Vuol dire che più di una persona su due in Italia ha un album di Vasco. I Rolling Stones hanno venduto 240 milioni di album, a fronte di un bacino d’utenza di forse 3 o 4 miliardi di persone che parlano e/o capiscono l’inglese. In proporzione, si potrebbe quasi affermare che Vasco è più popolare!  Afterhours, Marlene Kuntz, Baustelle, Francesco C., Litfiba… abbiamo avuto e abbiamo tante band straordinarie. E non dimentichiamoci dei primi due album dei Dobermann…andate subito ad ascoltarli!

[Mohicano] Esclusivamente per il pubblico italiano. 

Quali sono gli artisti che vi hanno maggiormente influenzato?

[Paul] Da ragazzino sono cresciuto con le cassette dei Queen. Poi sono arrivati i Guns N’Roses e l’heavy metal. Un giorno, intorno ai 18 anni, incuriosito e leggermente intimidito dalla copertina, ho comprato “Bastards” dei Motorhead e la mia vita è cambiata. Mi rivedo chiaramente premere play‘sul mio vecchio lettore CD e ricordo esattamente quel momento e quella sensazione. Quel suono grezzo, infernale, mi parlava. Mi parla tutt’ora. Quell’energia per me è la definizione del rock n’roll. Mi ha fatto immediatamente capire che era una cosa che potevo fare anch’io. Fino a quel momento sognavo di diventare un musicista. Da lì in poi’ ho cominciato a progettare di diventarlo. Ed eccoci qua.

[Mohicano] La lista sarebbe davvero lunga. Io sono nato e cresciuto col “solid rock”, che comprende diverse sfumature del genere, ma citando le mie band preferite in assoluto, al primo posto ci sono gli Aerosmith.  Ci sono poi gli AC/DC, i Led Zeppelin, i Black Sabbath, gli Stones, i Deep Purple, i Van Halen, i Pantera, i Guns ‘n Roses e Ozzy Osbourne in versione solista, che mi hanno rivoluzionato l’esistenza. Non si possono davvero nominare tutti quanti. Lo farò però coi miei cinque riferimenti chitarristici: Zakk Wylde, Eddie Van Halen, Dimebag Darrel, Jimmy Page, Slash.

[Antonio] Io ho iniziato da piccolissimo suonando tutt’altri generi, la cosa più vicina al rock che mi faceva ascoltare mio padre erano i Pink Floyd. Crescendo ho iniziato ad affezionarmi alla musica rock anni ‘80, ma sono sempre stato attratto dalle sonorità più virtuose, iniziando da Steve Vai, fino a scoprire i Dream Theater, che mi hanno catapultato in un tunnel prog dal quale sono poi, inevitabilmente, uscito.

È difficile riuscire a conciliare l’impegno richiesto da una band giramondo come la vostra con altri progetti?

[Antonio] Sicuramente difficile ma non impossibile. È possibile affiancare qualche attività, come l’insegnamento, organizzandosi sempre con mesi di anticipo per evitare inutili noie.

[Mohicano] Credere nella band di cui si fa parte comporta una naturale predisposizione a regalarle la quasi totalità della tua energia ed impegno. Non la vivi con sacrificio, la vivi con dedizione e passione. Ergo, è difficile che ci sia spazio per un’attitudine “multigruppo”. Questo non significa, però, escludere una boccata d’aria fresca generata da altre iniziative. Aiuta anche a gestire meglio la propria creatività, a patto che non tolga priorità alla band.

[Paul] È difficile: infatti, non ci riesco.

Che momento sta vivendo la scena musicale torinese, che voi, da sabaudi, ben conoscete?

[Paul] Abbiamo una bellissima scena rock, a Torino. Dalla birreria più malfamata, passando per il locale cult underground, fino al Palazzetto. Da qui sono passati in tanti: dai KISS, ai Green Day, dai Fu Manchu ad Alberto Camerini. Ovviamente, come per tutti, anche la nostra scena ha subito una dura bastonata per via della pandemia, e il conseguente abbandono da parte delle istituzioni, ma ci riprenderemo! Per quel che mi riguarda, mi ha soltanto reso più determinato. Savoia!

Pensate che i talent show possano essere un buon trampolino di lancio per chi vuol vivere di musica? Vi ha mai sfiorato l’idea di parteciparvi?

[Mohicano] Nel nostro caso sarebbe un simpatico diversivo. Non ho nulla in contrario ai talent show in generale: è, però, il sistema di digestione del prodotto, che mi crea qualche antipatia. Innanzitutto, sono un po’ scettico perchè ritengo difficile che il tipo di musica proposta dai Dobermann possa essere resa mainstream in un contesto simile. Di conseguenza, l’idea che la band o l’artista venga “riconfezionato” per poter essere distribuito, toglie molto appeal all’idea di voler intraprendere seriamente l’impresa. Il rock n’roll non si può fare con la museruola, non è credibile. Mi cimentassi in altro che va per la maggiore, io, un tentativo spensierato, con molta leggerezza e poche aspettative, lo farei. Andrebbe vissuto come una sorta di esperienza parallela, che sai poterti dare un certo tipo di visibilità a cortissimo/corto/medio raggio e che potrebbe riportarti al punto in cui ti trovavi quando hai deciso di muoverti in quella direzione. 

[Antonio] Sicuramente l’idea ci ha sfiorato, come quasi tutti. Potrebbe essere una buona occasione ma bisogna essere pronti a scendere a compromessi che andrebbero valutati con cura. Molto probabilmente un tentativo lo faremo.

[Paul] Certo che sono un buon trampolino. Ti portano in televisione, davanti a milioni di persone. Per lo meno ti danno una chance vera. Io li vedo come una specie di “Top of the pops” in versione moderna, non ci trovo niente di male: di certo meglio de “L’Isola dei Famosi”, per lo meno si canta. Andrei volentieri in televisione, ma senza compromessi sul suono.

Qual è il posto del mondo nel quale non avete ancora suonato e in cui vi piacerebbe tenere un concerto?

[Paul] Vorrei suonare in Asia, Australia e Nuova Zelanda. E mi piacerebbe fare un concerto in Africa. Ovviamente… tutti posti dietro l’angolo! Quando abbiamo cominciato con la band volevo andare in Cina in furgone, organizzando concerti di guerriglia lungo la via e documentando il tutto…una specie di “via della seta in versione rock”. Avevo anche cominciato a informarmi, ma poi, per fortuna, i racconti dei viaggiatori aggrediti dai predoni in Kazakistan, le strade bloccate dalle dune di sabbia nel deserto della Mongolia, i motociclisti mai tornati a casa e, soprattutto, l’inadeguatezza del mezzo a disposizione ai tempi (un furgone a GPL del 1989 senza servosterzo e immatricolato ASI), ci hanno fatto ripiegare su una serie di tour europei, forse meno poetici, ma con probabilità di sopravvivenza decisamente maggiori.

[Mohicano] Mi piacerebbe fare un bel tour in Scandinavia e negli Stati Uniti. Nel primo caso ci siamo andati vicino due anni fa, ma per motivi inerenti alla pandemia abbiamo dovuto mettere da parte il progetto. La seconda è un’impresa più impegnativa e spero di poterlo fare sorretto da un’organizzazione adeguata, anche in termini pubblicitari. Sarebbe fantastico. 

Che progetti avete per il futuro, a breve e lungo termine?

[Antonio] Appassionare chi ci viene a sentire e regalare buona musica a chi ci ascolta, sempre!

[Paul] Siamo i Dobermann e faremo quello che abbiamo sempre fatto. Scrivere musica, registrarla e suonarla dal vivo. Sono giorni di tempesta, e si naviga a vista, ma sempre e comunque, avanti tutta. Andate su www.dobermannweb.net/, comprate il nostro nuovo album e venite a sentirci dal vivo!

Grazie, ragazzi, per essere stati con noi e in bocca al lupo per tutto!

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