Disobey: l’esordio dei Bad Wolves oltre Zombie

Ecco la recensione di Disobey, primo album del supergruppo Bad Wolves, pubblicato l’11 Maggio per Eleven Seven.

Bad Wolves. Lupi cattivi. Un nome che ai più ricorderà Cappuccetto Rosso, o ad una minoranza il tema ricorrente della prima stagione del nuovo corso del Doctor Who.

Bad Wolves è invece il nome di un supergruppo fondato nel 2017, da membri fuoriusciti di alcune badn heavy metal statunitensi. Si contano infatti, in formazione: Tommy Vext come vocalist, proveniente dai Divine Heresy, che null’altro furono se non un side project dei ben più gloriosi Fear Factory; Doc Coyle, prima chitarra, chitarrista dalla disciolta band dei God Forbid  (di cui si ricorda il bel Earthsblood del 2009); Chris Cain alla chitarra ritmica, con un passato nella band metalcore For the Fallen Dreams; Kyle Konkiel, ex In this Moment, coloratissima band heavy metal con influenze gothic (da cui il meritevolissimo Ritual del 2017); ed infine, alla batteria, John Boekilin, esperto musicista con ben dodici anni passati tra i ranghi dei DevilDriver. Insomma, per tutti, un passato abbastanza vario, ma unito da un comune denominatore: una indubbia qualità artistica e compositiva. A ciò si associa una certa predisposizione naturale per l’heavy metal, una buona tendenza alla modernizzazione grazie alle influenze metalcore, ed una certa ricerca per la melodia giusta. Vext, ha inoltre rivelato, in un’intervista, di essere affascinato dalle composizioni prog, e di essere stanco dello scream come stile di canto: vuole mettersi alla prova a voce pulita.

Infine, soprattutto, dietro all’esordio dei Bad Wolves c’è un ottimo genio commerciale. Il loro brano più noto è, ad ora, Zombie, che a distanza di mesi e mesi dalla pubblicazione, resta in vetta alle classifiche mondiali. Il brano avrebbe dovuto essere cantato assieme a Dolores O’Riordan, che diede il proprio beneplacito alla realizzazione della cover (del brano più coverizzato del mondo, chiunque abbia avuto una band amatoriale durante l’adolescenza ne conoscerà sicuramente gli accordi); la cantautrice, purtroppo, venne a mancare prima dell’inizio del tour della band.

Da una tragedia può, però, anche nascere qualcosa di meraviglioso, e lasciamo che sia la musica a parlare.

Bad Wolves, Disobey

L’opera parte con Officer Down, puro heavy metal furibondo e Vext che canta con voce rauca su un sound metalcore rapidissimo; si ha un improvviso cambio di tonalità a voce pulita e semplice arpeggio di chitarra. La struttura della canzone è sostanzialmente metalcore, ma c’è molto hard rock, nei riff della chitarra di Doc Coyle, estremamente acuti e rapidi. Il brano tratta del difficile rapporto tra polizia e, purtroppo, razzismo, problema persistente ed attuale in America.

Riff oscuri e furibondi sospingono verso Learn to Live, singolo uscito nel 2017 dall’album. Le chitarre si intrecciano in maniera superba con gli effetti elettronici del refrain, ed è sorprendente come Vext sia in grado di modificare la propria tonalità vocale con estrema facilità. La batteria compie un lavoro ottimo e molto puntuale, ma il merito di tale sound va indubbiamente a Doc Coyle, prima chitarra. Un brano assolutamente superbo, con quel tanto di contaminazione prog che accosta la band agli Opeth dei primi tempi ed ai lavori successivi di Akerfeldt.

Si prosegue con la libertaria No Masters Here, una Killing in the Name of in salsa heavy metal. Finora, c’è una grande unità stilistica ed anche questo brano conferma ciò. Si rimane nei ranghi dell’heavy metal nella strofa, per poi avere una splendida esplosione di voce pulita ed un vago ricordo gothic nelle tonalità e nel rallentamento della chitarra, che lascia il posto all’ottimo controllo vocale di Vext. Il lavoro grosso lo compie proprio Chris Cain con la chitarra ritmica, che detta benissimo i tempi di una power ballad, cui si aggiunge la qualità della chitarra solista. Il titolo della canzone viene ripetuto come un mantra fino all’ending, che ci conduce a Zombie.

C’è poco da dire su un brano simile, scritto da Dolores in ricordo dell’attentato dell’IRA a Worthington del 1993. Si ben inserisce nel contesto di protesta dell’album stesso. I Bad Wolves hanno compiuto la stessa operazione dei Disturbed con Sound of Silence di Simon&Garfunkel, ma, a parere della scrivente, in maniera più coerente. Per tale cover, i Disturbed hanno modificato ed ammorbidito enormemente il proprio sound, che di norma è scevro da melodie portanti: qui, invece, i Bad Wolves hanno inserito un coerente pianoforte nell’intro, ed arricchito con più effetti elettronici un brano dalla struttura semplicissima. Le chitarre di sottofondo creano dei gradevolissimi controcanti. L’esplosione del refrain, su What’s in your head, Zombie, Zombie, Zombie, è da incorniciare. I Bad Wolves, al loro esordio, hanno preso uno dei brani rock più famosi di sempre, facendolo proprio senza snaturarlo. Notevole e significativa è anche la sostituzione del 1916 con 2018: ci saranno sempre, anche nel Terzo Millennio, anche nell’epoca dell’Europa unita, anche nell’epoca della globalizzazione e della cultura mondiale, madri che piangeranno i propri figli, col cuore in pezzi. Tanto di cappello.

Dopo un tuffo al cuore, si prosegue con Run for you life, brano dal sapore maidenesco, nell’energica intro. Doppia cassa potentissima ed una poco prevedibile quanto azzardata dissonanza un po’ Tool, per un brano complesso e forse un po’ pretenzioso. Il refrain è complice di una piacevole melodia e di una grande bravura dei chitarristi, che pizzicano le corde o le carezzano come nei riff. Il bridge riprende lo stile dell’intro, un progressive rock che convince poco, almeno in questa occasione.

Differente si apre Remember When, e pare strano non udire Chester Bennington. Nu metal come non se ne sentiva da tanti, troppi anni: bella melodia e composizione semplice. Refrain arioso, quasi un anthem della giovinezza che dal 1992 è fuggita, per lasciare lo spazio alla stanchezza del 2018. La storia di due fratelli cresciuti fra criminalità, violenza e genitori assenti, che gli strumenti minimal e un legegro accenno di effetti elettronici rendono universale. Ballad che avrebbe dovuto essere un singolo.

Le chitarre sono protagoniste di Better Than the Devil. Questo è l’apice dell’album: i Bad Wolves prendono in prestito una partitura di una band prog e la modificano in stile metalcore. Vext fornisce un’intepretazione vocale magistrale e la batteria compie miracoli sulle montagne russe di un brano estremamente complesso, con molteplici cambi di ritmo e di tonalità. Soprendente la seconda parte del brano, che vira verso accordi maggiori e ampi spazi musicali, ariosi controcanti e strofe furibonde. Il dialogo delle due chitarre nell’assolo strumentale è miracoloso.

Il violento imprinting di Jesus Slaves rimane nel cuore dell’album, e definisce di nuovo lo stile Bad Wolves. Complesse composizioni che mescolano prog, metalcore e heavy metal, voce pulita e scream. Nel refrain e nel bridge, alla batteria, Boeklin è stupefacente. Il basso è protagonista: il wiggle di sottofondo rende il brano musicalmente pregevole.

Si prosegue con Hear me now, che utilizza il pianoforte come  nella cover di Zombie, e si mantiene sullo stile di tale brano. La traccia è infatti una ballad molto delicata, guidata dalla melodia, impreziosita dalla collabroazione di Diamante, una bravissima cantante heavy metal, dalla chioma turchina di soli 21 anni. Un romantico duetto che rallenta la tensione della composizione di Disobey, ma ne contiene comunque gli elementi caratteristici: i riff di chitarra, la batteria potente e puntuale, sono sempre lì. Sorprendente è sempre la classe vocale di Vext, che passa dallo scream, al growl, al cantare una ballad con estrema facilità.

Truthordare si mantiene sui libelli dei brani precedenti, se non superiori: c’è una profonda elegenza nella gestione dei tempi del brano tutto, nel preciso incastro delle due chitarre (ottima performance di Cain). La voce di Vext si muove ariosa ed indipendente sul background musicale, che ne anticipa le frasi musicali nel refrain e nel lunghissimo bridge, dall’ispiratissimo gusto prog. L’ending, elettronico, con gli stessi accordi e note suonati dalle chitarre dell’intro, crea un’ottima circolarità.

The Conversation è una bellissima chicca. La chitarra solista di Doc Coyle la fa da padrona, introducendo un motivo musicale che viene ripreso, con grande coerenza, dalla voce. Il brano è effettivamente strutturato come una conversazione: ci sono rimandi interni e Vext fornisce una grande interpretazione emotiva. Il testo è significativo, una bella fotografia dei nostri tempi (per quanto, purtroppo, manchi degli artifici lessicali e sintattici di un certo Serj Tankian):

And now were just evading
This conversation must be held
And now were just retraining
The constitution of despair

Il tema musicale iniziale viene modificato e le note stirate, allungate, arricchite con altri in assonanze, in una grande prova di cultura musicale.

Shape Shifter è il penultimo brano della versione regular dell’album. Un mutaforma: è questo il protagonista della traccia. La batteria si muove su altri binari rispetto alla voce e alla chitarra, Axten parla con se stesso e non con i compagni di band ma è un effetto voluto ed estrimamente efficace: l’unità si ritrova nel pregevole e refrain che contiene un intermezzo di sonorità orienteliggianti molto particolare. Numerosissimi anche qui i cambi di ritmo, con un brano che prende le distanze dall’heavy metal classico per andare a fare l’occhiolino a band come i Killswitch Engage e agli Arch Enemy.

Le danze si chiudono (ufficialmente) con A Toast for the Ghosts, un brindisi ai fantasmi. Una chitarra che suona come una cornamusa viene poi accompagnata da un riff lo-fi, ed infine, una grandiosa esplosione in cui un basso ben riconoscibile fornisce un ottimo tappeto musicale per un sound curatissimo e sorprendente. La musica cambia dall’intro e ci si tuffa dentro una sonorità tipicamente prog Dream Theater ma maggiormente heavy; gli eterei bridge ed i cambi di ritmo ricordano indubbiamente gli illustri. Il refrain è una graditissima sopresa: cambio di tonalità, doppia cassa, ed una splendida performance vocale di Vext. La prima chitarra e la ritmica si inseguono, ed il batterista compie un gran lavoro nel dettare i temp idi una composizione estremamente complessa per essere l’intro di un album. Le liriche del brano parlano di un mondo distopico, della fine degli ideali nazionalistici, di bandiere bruciate e di divinità inaffidabili.

Nella versione vinile dell’album (in uscita sempre per Eleven Seven l’8 giugno) si trovano anche tre tracce aggiuntive: I Swear, Pacifico, e Blood and Bones. I Swear è un brano in stile In Flames, melody driven, ma che contiene sempre le caratteristiche dell’album: grandiosa performance vocale, puntuali chitarre ed ottimo basso che gestisce il tempo. Segue Pacifico, e viene da domandarsi perché non sia stata inclusa nella playlist principale. Brano molto originale, con un caratteristico riff ripetuto in modo estenuante. Blood and Bones è l’ultimissima traccia dell’album, che si apre con una chitarra pizzicata alla The Edge ma cui viene sovrapposta un’esplosione heavy metal estremamente oscura e marziale: brano ricco di contaminazioni e cambi di ritmo. Gradevole la scelta di porre su più piani ritmici e stilistici l’intera composizione, che passa dal nu metal al metalcore, per poi tornare interrogativa al tema iniziale.

Disobey è un grandioso esordio. I Bad Wolves non sono una band di novellini e questo album ne è la dimostrazione: è divertente, ma anche ricco di spunti interessanti, e per quanto vario, possiede una grande unità stilistica. È facilmente riconoscibile come sia un lavoro di gruppo dove tutti gli strumentisti ed il cantante sono ugualmente importanti: vi sono canzoni in cui prevale uno strumento o l’altro, ma in generale il sound è ben riconoscibile ed unitario. È, insomma, un lavoro di esperienza, come quello di un supergruppo è chiamato ad essere. La cover di Zombie è solo una piccola parte di ciò che i Bad Wolves sono, ossia una bella fusion di heavy metal, prog, metalcore, il tutto arricchito tra una gran bravura strumentale, un gran senso per l’epòs. Le liriche, purtroppo, non sono sullo stesso livello delle strumentazioni, ma attualmente trovare qualcuno che sia tanto bravo nel comporre spartiti quanto nello stilare versi è praticamente impossibile.  Ciò che si può augurare a tale band sia, per il prossimo album, una hit propria, una loro Zombie, contenente la stessa semplicità compositiva e la stessa pura capacità evocativa del testo. Va detto, però, che un brano splendido come The Conversation si avvicina molto a tale prototipo.

Ecco la tracklist completa:

Disobey, Bad Wolves, Eleven Seven

1 Officer Down

2 Learn to Live

3 No Masters

4 Zombie

5 Run for Your Life

6 Remember When

7 Better the Devil

8 Jesus Slaves

9 Hear Me Now

10 Truth or Dare

11 The Conversation

12 Shape Shifter

13 Toast to the Ghost

14 I Swear

15 Pacifico

16 Blood and Bones

A breve la band partirà per un lunghissimo tour, in compagnia di artisti quali i Breaking Benjamin e i Five Finger Death Punch.

Giulia Della Pelle

Giulia Della Pelle

Wannabe ricercatrice e wannabe scrittrice. Amante dell’improbabile e del surreale. Adoratrice del Sole e dei dati statisticamente consistenti.

2018-10-04T21:36:32+00:00 13 Maggio 2018|Recensioni|0 Commenti