Seattle, 1992. I Nirvana sono sovrastati dall’inatteso successo di Nevermind, i Pearl Jam mettono d’accordo vecchi rocker e generazione X, i Soundgarden finalmente vedono i frutti di tanti anni di gavetta, gli Alice In Chains si inseriscono con dissonante armonia con il loro secondo album Dirt. 1992, dicevamo. Per Seattle il 1992 in una sola parola è “Deflagrazione”.  Il Grunge, da movimento culturale e musicale, è oramai diventato fenomeno di massa. Tutti ne parlano, molti dicono di ascoltarlo, pochi capiscono che a livello di sonorità ognuno segue una propria strada. Unico comune denominatore? La musica è una valvola di sfogo per affrontare i propri demoni. Parlando anche di loro, indirettamente o meno. È una via di fuga dal sudicio quotidiano che incatena molti tra le vie delle città.

Jerry Cantrell e Layne Staley sono consapevoli di tutto questo: hanno tanto, tantissimo sudiciume addosso. Con gli Alice In Chains vogliono levarlo, lavarlo via. Uno dei due ci riuscirà. A stento, ma ce la farà.

Dopo la buona prova con “Facelift” un paio d’anni prima – album ancora permeato da grandi influenze hard rock –, con “Dirt” gli Alice In Chains alzano l’asticella. Sound più tagliente, un rasoio arrugginito che sei costretto a utilizzare, che vuoi continuare a utilizzare. Testi sempre più intrisi di voglia di scappare dagli spettri del passato, a volte si scivola sulla rassegnazione, a volte ci si vuole illudere che, forse, lì fuori, da qualche parte in quell’arido deserto, ci sia un’oasi a cui abbeverarsi di speranza.

Le dissonanze, le cantilene, le nenie delle doppie voci di Cantrell e Staley ipnotizzano, ti conducono all’interno delle spaccature di quel terreno che stanno calpestando e che li riempie di polvere mentre cercano di levarsela di dosso. Un gioco al massacro. Un dolce gioco al massacro, perché dove “Sickman” ti disintegra e ti lacera, “Down In A Hole” vuole abbracciarti, accarezzarti, dirti che la vita fa schifo, ma che potresti trovare un modo per uscire da questa situazione. Un abbraccio che potrebbe diventare soffocante, ma in quel momento ti sembra essere l’unico conforto.

Un gioco al massacro. Un susseguirsi di rasoiate nel (vano) tentativo di togliersi di dosso quel sudiciume che la vita continua a gettargli addosso. Un gioco al massacro e un susseguirsi di rasoiate che, tuttavia, portano “Dirt”, a diventare un pezzo di incredibile valore non solo per il movimento e per l’epoca Grunge, ma più in generale per la storia della musica rock: le dissonanze, la voce rabbiosa, affranta, cantilenata di Layne, le melodie laceranti eppure drammaticamente dolci di Cantrell, l’atmosfera malata, tossica, verso cui fa capolino la continua, flebile ricerca di speranza… Il bandolo della matassa che pensi di aver trovato, ma solo alla fine scopri di avere intrecciato tutto ancora peggio. E allora cominci di nuovo a scervellarti per trovare una soluzione. Come dicevamo, non tutti possono sopportare il peso di questo fardello. La musica è un mezzo, un tentativo di catarsi, ma solo Cantrell alla fine può dire di essere riuscito, se non a trovare ordine, quantomeno a gestire demoni e dissonanze.

A distanza di lustri che si sono trasformati oramai in decenni, “Dirt” è uno dei più belli, laceranti, duri, poetici tentativi di redenzione e catarsi attraverso la musica. Le firme sono sempre di due ragazzi che cercano di affrontare loro stessi e il mondo lì fuori. Entrambi speravano, in fondo al loro buio, di trovare quell’oasi di speranza in quel deserto di aridità empatica. Uno, a fronte di tanti sacrifici, di enormi scrollate di spalle, di rasoiate per staccarsi di dosso tutto il sudiciume accumulato negli anni, è riuscito a intercettarla.

Articolo a cura di Andrea Mariano