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“DIO MORTALE” è IL NUOVO SINGOLO DI RUGO

by Marianna Grechi
rugo dio mortale

“dio mortale”, il nuovo singolo di Rugo, terzo brano estratto dal nuovo album “può volare”, disponibile da martedì 15 settembre su tutte le piattaforme digitali via Virgin Music Group Italy.

Le persone fanno le persone.
Le paure fanno paura.
Le sveglie fanno le sveglie.
Ma può succedere che una persona smetta di essere semplicemente una persona.

Non necessariamente perché sia davvero speciale, indispensabile, irripetibile. Siamo noi a renderla tale. Le affidiamo aspettative, desideri, paure, bisogni. La ingrandiamo nella nostra testa fino a farle occupare uno spazio sproporzionato rispetto alla stanza in cui viviamo.

Così nasce “dio mortale”, il nuovo singolo di Rugo nonché terzo mostro con un volto del suo percorso.
Una figura terrena, resa divina, da qualcuno di altrettanto terreno.
Una divinità che, paradossalmente, potrebbe anche non sapere di esserlo mai diventata.
Pagana forse, umana molto.

“Più qualcuno è grande, non di età ma grande nel senso di importante, necessario, fondamentale per qualcun altro o qualcun’altra, più è grande il vuoto che lascia quando se ne va. Perché prima o poi questa cosa succede, in un modo o nell’altro”.

Il punto, però, non è soltanto la perdita ma quello che succede prima.
È quel processo attraverso cui una persona viene lentamente gonfiata nella nostra percezione fino a diventare una presenza attorno alla quale riorganizziamo tutto il resto. 

Quando quella palla scoppia quello che rimane non è necessariamente una delusione.
È semplicemente un vuoto che prima non riuscivamo a vedere.

In “dio mortale”, Rugo prova a stare esattamente in mezzo a quel vuoto, senza morale, senza cercare un colpevole. Perché l’idealizzazione non è sempre qualcosa che termina con la Disillusione: qualche volta il momento in cui ci troviamo con una maschera in mano non è la fine di un qualcosa, ma l’inizio della possibilità di vedere davvero chi abbiamo davanti.
Ed è forse questo il passaggio più interessante del brano: guardarsi dentro non significa necessariamente trovare una risposta. 

In un momento storico in cui siamo continuamente invitati ad analizzare noi stessi, le nostre relazioni, i nostri comportamenti, i nostri traumi, i nostri pattern, “dio mortale” prova a fare un passo ulteriore. Non aggiunge semplicemente un’altra spiegazione psicologica a quelle che già abbiamo.
Prende l’elucubrazione e la trasforma in una figura, un mostro.
Perché certe cose, prima ancora di essere capite, devono essere attraversate.

La canzone nasce da una chitarra acustica che accompagna costantemente una voce duplicata e pitchata, immersa in una boschiglia di riverberi e percussioni organiche. Il suono è legnoso, terroso, quasi primordiale: un paesaggio sonoro che sembra cercare qualcosa di ancestrale, precedente alla razionalizzazione, come se per parlare di una divinità fosse necessario tornare a un linguaggio che appartiene alla terra prima ancora che alle parole.

E dentro questo paesaggio Rugo canta anche una convinzione ostinata:
“Del nero che hai / ne chiedo di più”.
Come se il buio potesse essere affrontato soltanto smettendo di fingere che non esista. 

“Quando la divinizzazione crolla, vedi anche il buio dell’ex dio. Torni alla pari e sei in grado di abbracciare il buio altrui”

“dio mortale” è il terzo capitolo del percorso di Rugo: un altro mostro, un’altra forma della paura, un altro tentativo di capire cosa succede quando smettiamo di combattere qualcosa che forse, in parte, abbiamo contribuito a creare.

Perché i mostri non arrivano necessariamente da fuori. A volte hanno il nostro stesso volto, bianchiccio e impaurito.
E forse il modo più difficile per liberarsene non è sconfiggerli.
È riuscire, finalmente, a guardarli fissi.

È come se riponendo quelle cose all’interno di un’altra figura tu la gonfiassi, una mega palla che gonfia in una stanza e tutto intorno si adatta a farle spazio, i comodini, il letto, la scrivania, la poltrona, le casse del giradischi, tu insieme a tutto sei costretto a vivere l’ambiente, la stanza, ai margini per fare spazio, per adattarti alla palla che tu stesso stai gonfiando.
Poi un giorno succede che la palla scoppia lasciando un grande vuoto nella stanza.
È così che nasce un dio.

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