Uscita senza troppi clamori – se non quello di essere la prima produzione tedesca targata Netflix – la prima stagione ha presto imposto Dark come serie di culto. Da poco più di un mese il colosso dello streaming ha rilasciato la seconda stagione.

Non è forse un caso che Netflix abbia licenziato in un periodo così ravvicinato la nuova stagione dell’altra serie oggetto di culto, Stranger Things. Se confrontare i due prodotti appare piuttosto avventuroso, va detto che i punti in comune non sono pochi. Il successo, innanzitutto, atteso e pompato con un hype senza precedenti nel caso della serie ambientata negli anni ’80 americani, inatteso e imprevedibile per quella tedesca. L’ambientazione: le storie di Stranger Things (ecco la nostra recensione) sono ambientate in una cittadina della profonda provincia americana, dove una serie di personaggi, dagli adolescenti protagonisti ai loro parenti e conoscenti adulti, deve fare i conti con l’improvvisa irruzione del paranormale; lo stesso accade a Winden, la ben poco ridente cittadina di Dark; e l’effetto nostalgia, quanto mai efficace in questi tempi e sfruttato in modi diversi. Le analogie però si fermano alle premesse, in quanto i due plot, per quanto simili, vengono sviluppati in modo completamente diverso, chiarendo in un certo senso le differenze tra un prodotto targato USA e quelli europei. Confrontare Stranger Things e Dark sarebbe un po’ come farlo con Starsky & Hutch e L’Ispettore Derrick: entrambe le serie narrano le vicende di due poliziotti degli anni settanta impegnati a dipanare complessi casi. Eppure il risultato non potrebbe essere più diverso.

Ma analizziamo nel dettaglio – senza troppi spoiler – la seconda stagione di Dark.

La qualità, l’organizzazione certosina di una trama mai così macchinosa, la narrazione priva di qualsiasi ironia e un mood cupo e depresso, ne fanno un prodotto tipico della cultura teutonica e sicuramente poco digeribile per il grande pubblico.

Chi era impazzito nel cercare di raccapezzarsi di fronte alle tante trame e sottotrame della prima stagione, si metta l’animo in pace: al cospetto della seconda, gli episodi della prima sembrano puntate di Don Matteo. Fin da subito l’effetto di straniamento che ben conosce chi ha seguito la prima parte di Dark, si ripresenta, amplificato da un innalzamento della complessità dei vari piani temporali e di lettura, oltre che dall’oggettiva difficoltà di riprendere il filo laddove era stato interrotto. Proprio in virtù di ciò potrebbe risultare utile – ma non risolutivo – un recap della prima stagione, se non un ripasso completo, e la visione in binge watching. Di certo però Dark non è il tipo di serie che potrete guardare mentre scrollate il diario di Facebook, state cucinando o sonnecchiando. L’impegno e la concentrazione richiesti sono totali.

E meritati, va detto. La produzione di Baran bo Odar e Jantje Friese vanta infatti una qualità invidiabile, pari se non superiore a tante produzioni cinematografiche. Regia e fotografia sono di primordine, la recitazione non presta il fianco a critiche e i tanti rimandi a scienza, filosofia e religione solleticano i palati più esigenti.

La prima stagione presentava Winden, paese dominato dalla Foresta Nera, dalla centrale nucleare e da una pioggia incessante, messa in subbuglio dalla misteriosa scomparsa di alcuni adolescenti. Per un lungo tratto solo gli spettatori erano a conoscenza dei viaggi nel tempo di Jonas, Claudia e dei vari appartenenti alla fazione del Sic Mundus, mentre nella seconda quasi tutti i personaggi, in un modo o nell’altro, scopriranno il varco temporale o la macchina del tempo. Le epoche visitate sono quelle del 1921, 1954, 1987, 2020 e 2053, tutte separate da 33 anni e tutte ricostruite in modo ineccepibile, con un grande lavoro su abiti, scenografie, musiche e perfino sulla fotografia, che cambia ogni volta permettendo allo spettatore di switchare velocemente. La caratteristica principale di Dark è quella dell’assenza di un vero villain, a meno di non identificarlo nel tempo stesso. I personaggi spesso appaiono buoni o cattivi a seconda dell’epoca e della fase della vita in cui si trovano; sono loro stessi, spesso, a determinare involontariamente i disastri che vorrebbero impedire, animati dalle migliori intenzioni. Una riflessione sull’ineluttabilità di tempo e destino, ed ecco così la teoria dell’Eterno Ritorno del più grande filosofo tedesco, Nietschze, farsi strada a sorpresa in una serie tv Netflix.

dark seconda stagione recensione

Parlavamo della qualità, e un plauso è inevitabile anche al casting. Non solo per la somiglianza tra i vari attori che interpretano i personaggi nelle loro varie età, ma anche per la scelta delle facce in sé e per sé. Sono visi perfettamente in grado di veicolare tutta l’ansia opprimente che avvolge Winden in un’atmosfera che sembra densa di oscuri presagi anche nei momenti spensierati di una gita al lago o di un amore adolescenziale.

Splendida anche l’intuizione – già presente nella prima stagione – di una sorta di recap poco prima della fine di ogni episodio, con un pezzo musicale che fa da sottofondo a momenti intimisti dei personaggi, utili anche a far chiarezza sulle loro dinamiche psicologiche.

Un discorso a parte meriterebbe proprio – e chissà, forse lo faremo – la colonna sonora. Dal pezzo che introduce ogni episodio, Goodbye di Apparat (ecco la nostra recensione di LP5), ai tanti brani degli anni ’80 – da Falco a Rick Astley – dal folk cupo di Agnes Obel alla bellissima Melody X di Bonaparte, fino a My Body Is A Cage, la cover degli Arcade Fire a opera di Peter Gabriel che chiude l’ultimo episodio, non si tratta mai di mero sottofondo, ma di una sapiente scelta organica a trama e atmosfere della serie.

Dark è quindi un prodotto di grandissima qualità, assurto giustamente a cult di questi anni, non consigliato a tutti ma a chi cerca qualcosa in più che un semplice passatempo; a chi cerca, soprattutto, una valida alternativa al consueto sviluppo della trama che vede opposti bene e male. A Winden, lo ripetiamo, non ci sono buoni e cattivi e spesso la guerra più difficile i personaggi la combattono con loro stessi.

La terza stagione è  in lavorazione e si sa già che sarà quella conclusiva, chiudendo anche i cicli temporali che hanno sconvolto la Winden della finzione.

Di certo non invidiamo gli sceneggiatori, chiamati al difficile compito di riannodare i tanti fili sparsi senza scontentare i fan – come spesso accaduto ultimamente – e senza troppe forzature.

Andrea La Rovere