Approfondimento su “Dance of Clarivoyants” dei Pearl Jam del nostro Andrea Mariano

di Laura Petringa

Dance of Clairvoyants: i Pearl Jam e quell’irrefrenabile malcontento…

Dance of Clairvoyants. È stato pubblicato oggi, mercoledì 22 gennaio 2020, Dance of Clairvoyants, il nuovo singolo dei Pearl Jam dopo diversi anni. È un assaggio di ciò che avremo modo di ascoltare il prossimo 27 marzo, quando la band darà in pasto alla folla il nuovo album Gigaton.

È un brano particolare, Dance of Clairvoyants. La batteria elettronica che detta il tempo, quelle tastiere e quei loop elettronici molto Anni ’80, un ritornello di più ampio respiro ma che non esplode… Un episodio atipico persino per gli stessi Pearl Jam, che in passato hanno per lo più puntato su brani più “in linea” con il loro lato più rock e con le “aspettative” del pubblico (Mind Your Manners per Lighting Bolt è un pezzo molto tirato, The Fixer per Backspacer è un rock catchy).

Fatto sta che, se da una parte l’hype di taluna frangia di curiosi e fan si è pesantemente attenuata, di certo non vien meno la curiosità di capire cosa hanno realizzato Eddie Vedder e soci con Gigaton.

La riflessione che vuole affrontare il qui presente scribacchino musicale e musicante, tuttavia, parte da un punto di vista vagamente differente. Nel suo essere obiettivamente spiazzante, non discuterò di certo se sia giusto o sbagliato considerare Dance of Clairvoyants un brano bello o brutto. Mi voglio soffermare su chi, nel 2020, professandosi fan o conoscitore dei Pearl Jam, si aspetti ancora del Grunge da parte loro.

Ed è qui il punto: considerare Dance of Clairvoyants brutta non per via dei suoni, degli arrangiamenti o perché semplicemente non incontra il gusto dell’ascoltatore; bensì perché “non è Grunge”. Aspettarsi qualcosa di Grunge nel 2020 è come aspettarsi che quella bella maglietta che indossavamo a 13 anni ci stia ancora. Non è più possibile. Anche a me piacerebbe tornare a portare i capelli lunghi fin sotto le spalle, ma io e il mio bulbo pilifero siamo cambiati. Adotto altre strategie ulteriori per accettarmi.

Così come si deve accettare nel 2020 che i Pearl Jam non sono più Grunge, e anche da parecchio. No Code non può essere considerato Grunge, prima ancora di lui Vitalogy è uno splendido album rock, ma non Grunge. E il qui presente scribacchino vi dirà di più: ai Pearl Jam non è mai andata giù questa etichetta, proprio perché limitante. Un motivo in più per smetterla di pensare che degli ultra cinquantenni abbiano ancora la rabbia e la voglia di rivalsa dei ventenni di trent’anni fa.

È paradossale, ma ascoltare Dance of Clairvoyants dovrebbe far tirare un sospiro di sollievo. Sarà anche un brano brutto, ma non è uno scimmiottamento di un’attitudine musicale che, ripeto, non esiste più da parecchio tempo. I Pearl Jam non hanno più un sound prettamente Grunge dal 1994. Meglio così.

Gli unici che sono riusciti nell’impresa di recuperare e attualizzare il proprio sound senza risultare anacronistici sono stati i Soundgarden nel 2012 con King Animal e gli Alice in Chains dopo la morte di Lane Staley. È necessario, però, fare un paio di appunti: la band di Chris Cornell ha sempre avuto un suono estremamente particolare, più vicino allo stoner e al metal che al rock / punk su cui si basava il Grunge comunemente inteso. Il gruppo di Jerry Cantrell, invece, ha basato da sempre il sound su dissonanze e armonizzazioni, anche lì una eccezione estremamente rara e pregiata.

Ma i Pearl Jam non si sono mai sentiti Grunge fino al midollo, andate oltre le camicie a quadri o i Dr. Martens logori. Avremmo dovuto capirlo tutti ascoltando Wishlist, Tremor Christ, World Wide Suicide, The Fixer… E invece siamo qui, nel 2020, con alcuni che si aspettano ancora del Grunge. Che si lamentano perché Dance of Clairvoyants è brutta “perché non è Grunge”. Può non piacere per una miriade di ragioni plausibili, accettabili e persino condivisibili, ma non perché “non è Grunge”.

Allarghiamo i nostri orizzonti musicali, leviamoci i paraocchi e i paraorecchi.

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