Dal prog degli Hamnesia all’irriverente Ska – Punk della Maleducazione Alcolica

Eccoci, finalmente, di ritorno con un nuovo episodio di “SottoTraccia”, la rubrica dedicata alle band emergenti originali di tutta la scena Italiana. Non conta il genere, non conta chi tu sia, conta soltanto la tua musica! Ecco perchè, in questo episodio, avremo a che fare con due mondi tremendamente lontanti tra di loro. Sul lato destro del ring troviamo l’equilibrato ed elaborato progressive degli “Hamnesia“, sul lato sinistro, la frizzante e irriverente musica della “Maleducazione Alcolica“. Io, sinceramente, non saprei decretare un vincitore. Quali saranno i vostri preferiti? Potrete scoprirlo solo leggendo questa recensione e ascoltando la loro musica.

Enjoy!

Hamnesia: Le numerose “metamorfosi” musicali della giovane e promettente band romana

Gli Hamnesia, giovane band Progressive romana, nasce nel 2014 dall’idea di Lorenzo Diana (Chitarra) e Livia Montalesi (Voce). Nel 2015, completata la formazione, iniziano i lavori sul materiale inedito che darà poi vita a Metamorphosis, primo album ufficiale rilasciato dalla band il 20 Gennaio 2018.

Con Metamorphosis gli Hamnesia mettono in mostra un progressive che prende ispirazione dai mastodonti del genere (Haken, Dream Theater) ma che allo stesso tempo ha la forza e il coraggio di distaccarsi da quelli che sono i pattern principali del progressive più contemporaneo andando anche a prendere schiettamente spunto dalle sonorità del Jazz e della musica classica.

Il prodotto finale porta a composizioni dal tratto più essenziale e, talvolta, “sonoramente scarno”, senza però tralasciare sperimentalismi e freschezza.

Come ogni buon album progressive che si rispetti, dietro ai 55 minuti di musica vi è ovviamente un concept particolare, narrato canzone dopo canzone.

Il protagonista si ritrova a giocare una partita a scacchi con la Morte. Quest’ultima gli offre la possibilità, in caso di vittoria, di riscattarsi riottenendo la sua vita. Da questo incipit ha inizio così un viaggio interiore che porterà il protagonista a riattraversare la sua vita tra errori, insicurezze e paure attraverso le quali, alla fine, potrà arrivare alla sua metamorfosi finale.

Analizzando le tracce diviene evidente l’avvicinamento, da parte della band, a sonorità comuni a quelle del metal sinfonico (a influire vi è anche la presenza di una voce femminile, elemento molto caratteristico rispetto alla media della scena progressive) e del Prog Rock più di vecchia data specialmente grazie a chitarre non eccessivamente distorte e dal suono meno imponente e più “ordinato” rispetto a ciò a cui la tendenza metal ci ha abituato.

La vena più schiettamente vintage si evidenzia già perfettamente nei primi minuti. L’apertura è affidata ad un prologo formato da una prima sezione dal gusto estremamente Pink Floydiano che va poi evolvendosi su sonorità più classiche dove chitarra acustica, flauto e tastiere reggono una sezione dal gusto sospeso tra musica folkloristica e Jethro Tull.

One Step Forward è uno dei pezzi dell’album, assieme alla lunga Metamorphosis (ben 10 minuti e 44) dove, in alcune sezioni, emergono maggiormente le sonorità dirette al metal sinfonico. In One Step Forward l’importante presenza di un costante pianoforte nelle strofe, l’utilizzo di chitarre acustiche e di cantati alternati tra il pacato e l’epico rendono il tutto estremamente orecchiabile e di facile ascolto nonostante l’indubbia complessità delle composizione. La seconda metà del pezzo sarà quella dove, tra frenetici linee di basso slap e fraseggi di chitarra, emergerà la vena più schiettamente Progressive. Simile, sotto certi aspetti, la title track, aperta da un frenetico riff di chitarra che, supportata da archi, richiama fortemente melodie strettamente classicheggianti. La prima strofa ricorda fortemente gli stilemi dei Nightwish con chitarre e batterie serrate mentre la voce si impegna su un cantato dal gusto molto lirico. Il pezzo si sviluppa poi con numerosi cambi di sonorità toccando alternandosi delicate sezioni acustiche e fasi strumentali ove emerge l’incrocio tra il metal e la musica jazz.

In Desmoterion, singolo di lancio, e la strumentale Fleeting Throne troviamo i due pezzi più duri. Tra caratteristici riff di tastiera e chitarra, repentini cambi di tempo e incroci di differenti sonorità, questi due pezzi mettono in mostra il potenziale più schiettamente virtuoso della band. Tra riffing serrati, ritornelli aperti estremamente epici e orchestrali, differenti varietà di assoli (dai più melodici e rilassati a quelli ben più tecnici e virtuosi) e frenetiche strumentali in queste due canzoni gli Hamnesia fanno un parziale sunto delle capacità e competenze in loro possesso.

Vi è spazio, ovviamente, anche per momenti ben più pacati e rilassati con ballad come Nova, Onirikon e The Black Cave dove la complessità del progressive lascia spazio a sonorità aperte, talvolta tendenti anche al pop, dove non viene però tralasciata la vena più sinfonica e folkloristica di cui la band sembra ampiamente disporre.

Metamorphosis è, nel complesso, un lavoro in cui sono evidenti le ispirazioni (Dream Theater, Pink Floyd, Nightwish, Jethro Tull e tanto altro). Nonostante ciò in tutta questa commistione di spunti emerge chiaramente una sonorità piuttosto personale e una meticolosa ricerca di uno stile proprio. Le composizioni appaiono mature nonostante piccoli tratti ancora da levigare (come, ad esempio, l’utilizzo di passaggi forse troppo bruschi nelle sezioni più complesse ed elaborate).

Buona la qualità della registrazione nonostante alcune pecche (i vari strumenti sembrano talvolta piuttosto lontani tra di loro e le chitarre hanno un suono estremamente scarno venendo facilmente oscurate da basso e tastiere).

In conclusione, Metamorphosis è un ottimo lavoro d’esordio per la giovane band romana, simbolo del fatto che anche l’Italia, nel mondo del metal, avrebbe qualcosa da dire. Sta poi agli ascoltatori voler aprire le orecchie.

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Maleducazione Alcolica: Irriverenti, freschi e “alcolicamente maleducati”. Uno spiraglio nel piattume della scena Ska contemporanea

I Maleducazione Alcolica nascono nell’estate del 2010 con un progetto dalle già chiare vedute. Il genere, di impronta principalmente Ska, riesce a trovare maggiore freschezza grazie alla commistione di generi come l’early reggae, lo ska-punk e, soprattutto, il forte sostegno di una imponente sezione di fiati. Questo miscelaneo di generi li porta a solcare palchi importanti, suonando insieme ai grandi nomi dello ska e non, in tutta la penisola (Banda Bassotti; Statuto; No Relax; Talco; RedSka; Boomdabash; Matrioska, Radici Nel Cemento ecc.ecc).

Dopo due album precedentemente rilasciati arriva la terza fatica del maxi complesso italiano, rilasciata nell’ottobre del 2017, intitolata “Vele Nere”. I numerosi cambi di formazione e l’esperienza ormai assunta nei precedenti 7 anni di carriera si mostrano, in questo lavoro, tramite pezzi dalla forma più matura e ricercata specialmente nella scelta delle armonie e negli arrangiamenti.

Riuscire a fare Ska di buon livello, nel 2018, è grande impresa, specialmente considerato quanto il genere sia, nonostante l’ancora discreta richiesta, in un corso di sicuro decadimento apparendo, sempre più spesso, alquanto stantio e lontano dai fasti degli anni 90.

Con Vele Nere i Maleducazione Alcolica riescono invece a proporci un prodotto fresco, dotato della tipica vitalità Ska ma decisamente dotato di qualcosa in più, rendendolo decisamente più “universalmente fruibile” rispetto a quanto prodotto dai complessi marcatamente più vintage e conservativi.

In cosa risiede, però, la maggior freschezza musicale offerta dalla Maleducazione Alcolica?

La commistione con il punk è, fuor di dubbio, ancora più marcata, vedasi l’intro della terza traccia “Hit ‘n’ Run” dove dure chitarre distorte si fan spazio tra frizzanti fraseggi di fiati dal dal gusto schiettamente folcloristico.

Sezione di fiati che, in maniera considerevole, offre durante tutto l’album una prestazione preponderante e notevole. Perfettamente cucite sui pezzi non fungono solamente da abbellimento o sfondo ma, spesso, prendono letteralmente possesso del contesto musicale indirizzando l’andamento dei pezzi e mettendo l’accento su particolari sonorità e sensazioni.

La title track strumentale “Vele Nere”, nonostante i soli due minuti e 41 di durata, riassume ottimamente tutto ciò che possiamo aspettarci da questa giovane ma ormai navigata band, discostandosi, tra l’altro, dalle forme dello ska più canonico, ricadendo in sonorità piuttosto vicine al jazzistico (senza, ovviamente, tralasciare elementi ska-punk).

Storia simile è quella di “Scrivilo sui muri”, altro pezzo in cui lo ska fa da sfondo a bordate sonore, talvolta, ben più jazzistiche che altro.

Non solo frizzanti fiati ma anche, ovviamente, bordate di chitarra punk e netti cambi di fase, possono essere riscontrati in tutto l’album. Ottimo esempio ne è la traccia “Ancora Qua” che, dopo poco meno di due minuti di esecuzione si lascia esplodere in bordate chitarristiche di pura natura puncheggiante.

Il momento di tirare le conclusioni è giunto e, assieme ad esso, anche la tipica tiratina di orecchie finale (non venga detto che sono troppo buono).

Il lavoro mostra, fuor di dubbio, una grande padronanza del genere e maturità musicale. Nonostante ciò vi è qualcosa a lasciare una puntina di amaro in bocca.

Un fan di lunga data del genere non può far altro che apprezzare un lavoro ottimo, fresco e originale come “Vele Nere” ma, coloro che “meno si accontentano”, non possono fare a meno di notare come durante tutto l’album vi siano spesso spunti, sonori e stilistici, ottimi ma troppo poco percorsi per paura di distaccarsi eccessivamente dal genere (paura giustificata) dando alla fine al lavoro un risultato piuttosto ripetitivo. Le bordate jazzistiche, la durezza del punk e sezioni dinamicamente più varie fanno capolino tra i pezzi, rimanendo però delle chicche che non riescono a rendersi pienamente protagoniste del lavoro. L’impressione è quella di un complesso di talentuosi musicisti dotati di voglia di innovare e distaccarsi da un genere ormai in declino temendo, però, che un distacco forse troppo “repentino” possa divenire boomerang negativo per la loro carriera.

I pezzi si mostrano maturi, freschi, ottimamente arrangiati cadendo, molto spesso, in sezioni ben lontane dal banale che molti si aspetterebbero (tanto in armonia quanto in arrangiamento) ma ciò non basta a sconfiggere la ripetitività insita nel genere.

Il mio suggerimento, ragazzi, è di trasporre la vostra “maleducazione” e irriverenza in musica, abbandonando i timori su ciò che il pubblico vuole da voi e seguendo la strada dell’evoluzione musicale che appare, almeno sembra, ormai necessaria e naturale a musicisti senza dubbio competenti e ricchi di idee.

Pagina Facebook “Maleducazione Alcolica”

Anche tu vuoi veder recensita la tua musica?

Potete mandarmi il vostro materiale che verrà poi da me ascoltato e recensito. Con Inside Music vogliamo offrire uno spazio alla vostra musica per farla emergere, darle una, anche se piccola, spinta verso un progresso migliore. Darvi la possibilità di raggiungere nuove orecchie e un nuovo pubblico.

In basso lascerò i contatti utili a cui potrete recapitare il vostro materiale che verrà da me ascoltato e, dopo opportuna organizzazione, recensito e pubblicato.

Fatevi avanti, vi aspetto.

                                                                                                                                                    

Lorenzo Natali

Mail: lorenzonatali@rocketmail.com

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2018-10-04T23:11:44+00:00 16 Marzo 2018|Rubriche, Sottotraccia|0 Commenti