Home Interviste D – Ross racconta il suo “space” ideale di condivisione e innovazione

D – Ross racconta il suo “space” ideale di condivisione e innovazione

by Alessia Andreon
D ROSS

L’idea di un creare uno spazio in cui condividere suoni ed emozioni è la base di “space”, il progetto artistico di D-ROSS, produttore e compositore napoletano.

Il suo nome è legato a quello di Luchè, fin dall’album d’esordio L1, ma ha collaborato ai progetti di numerosi artisti della scena urban e pop quali Marracash, Fabri Fibra, Guè, Ernia, Coez & Frah Quintale, Emis Killa, Francesca Michielin, Franco Ricciardi, CoCo, TROPICO, Raiz, O Zulu,  Clementino, Lucariello.

È, inoltre, compositore di colonne sonore, e ha lavorato con i Manetti Bros per il film ‘Song ‘e Napule’, con cui ha vinto il David di Donatello nel 2014 per la canzone  “A Verità”. Suoi numerosi brani presenti nella serie Gomorra.

Il concetto proposto con “space” è anche quello di lanciare un forte messaggio culturale, rivendicando la possibilità di collocarsi nel mercato discografico senza abbandonare la propria visione artistica.

Protagonisti del disco sono alcuni nomi della scena musicale napoletana che hanno partecipato in varie vesti alla composizione del disco, non solo come artisti; Startuffo ha partecipato alla direzione artistica, insieme a D-ROSS e le sue bass line Hofner sono un tratto distintivo del disco. Torok ha  suonato le tastiere e cantato alcuni ritornelli. J-osh è coautore del brano Taxi Driver e ha suonato le tastiere. Florinda ha interpretato, in una maniera del tutto personale, Lunch di Billie Eilish.

Il loro apporto ha dato anima al disco, confermando ulteriormente la vivacità creativa di Napoli in termini di innovatività e di condivisione dei progetti.

In “space” troviamo le varie anime musicali di D-ROSS: dal rock psichedelico al grunge, dalla musica elettronica ai grandi compositori italiani delle colonne sonore. La chitarra è il filo conduttore, declinato in molteplici forme, che portano l’ascoltatore in atmosfere rarefatte e onriche.

INTERVISTA
Ciao Rosario, di recente hai pubblicato “Space”, il tuo nuovo progetto discografico. Come si colloca nella tua produzione?

“Space” rappresenta un punto di arrivo e un nuovo inizio per me. È nato dopo anni di produzione per altri artisti e un percorso personale che, con “Origin”, aveva già aperto una nuova fase.

Per me è una dichiarazione di indipendenza creativa: uno spazio libero dove posso sperimentare senza vincoli, senza preoccuparmi troppo del mercato o delle regole dei generi.

“Space” esplora il concetto di spazio come luogo dove potersi esprimere. I titoli delle canzoni danno qualche indicazione su questi “spazi” che, tuttavia, non sono luoghi fisici ma emozionali. In che modo si riesce a tradurre in musica questo concetto?

Ho immaginato ogni brano come una stanza, con un’energia propria.

Ci sono spazi più intimi, come “Lunch” o “Autumn”, e altri più viscerali, come “Taxi Driver” o “Ginger Song”. Per tradurre un’emozione in musica parto da un suono, da un colore: le chitarre rappresentano il corpo, la materia, mentre i synth sono più mentali e cosmici.

Lavoro sulle contrapposizioni tra luce e buio, pieno e vuoto, movimento e silenzio, creando così luoghi sonori in cui chi ascolta può riconoscersi o perdersi, come accade con le emozioni.

È un album che vede la compartecipazione di alcuni artisti della scena musicale napoletana come Startuffo, Torok, J-osh e Florinda. Che tipo di contributo ha dato, ognuno di loro, al tuo progetto?

Li considero parte integrante del progetto, non semplici featuring.

Con Startuffo ho condiviso la direzione artistica; il suo approccio e il suo modo di suonare il basso hanno dato al disco una profondità speciale.

Torok ha portato le sue atmosfere oniriche, le voci eteree e le tastiere sono arrivate a rendere le atmosfere psichedeliche più intense. J-osh è stato fondamentale nell’unire l’anima analogica a quella elettronica, portando una dimensione più contemporanea.

Florinda, con la sua voce, ha dato eleganza e vulnerabilità, specialmente in “Lunch”. Ognuno di loro ha lasciato un’impronta emotiva e sonora che ha reso il progetto più vero.

Hai ottenuto grandi riconoscimenti per le tue colonne sonore e, in qualche modo, anche questo lavoro è una sorta di colonna sonora della vita. Se dovessi scegliere la tua personale colonna sonora, quale sarebbe?

Credo che la mia colonna sonora personale cambi nel tempo, come le stagioni della vita. Da giovane, penserei ai Pink Floyd di “Wish You Were Here”, e a livello più istintivo, ai Nirvana di “In Utero”. Ma oggi, la colonna sonora della mia vita è “Space” stesso, perché rappresenta quello che sono oggi: le mie contraddizioni, le mie ricerche, i silenzi e le scoperte.

È la mia fotografia sonora più sincera, che racconta anche il mondo che ho intorno.

Nella tua carriera hai collaborato con artisti di vari generi musicali; c’è un genere che senti più tuo?

Non credo più molto nei generi. La musica oggi vive di contaminazioni, e io trovo la mia strada esattamente lì, nel punto di incontro tra diversi mondi. Ho attraversato il rap, il pop, l’urban, ma nel mio cuore c’è sempre stata la chitarra, il rock, il blues.

Per me, il mio “genere” è quello della libertà: un suono che può cambiare forma, ma che resta coerente nel suo intento di essere autentico. E credo che “space” rappresenti proprio questo, un luogo dove i generi smettono di essere confini e diventano linguaggi per raccontare emozioni.

Potrebbe piacerti anche